UN BELLISSIMO SPRECO DI TEMPO – Thanks to Filippo Tramontana #booktrailer

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“Poi c’è il ricordo, che quell’emozione si porta dietro. E quello è bellissimo. E non svanisce mai.” – THANKS TO FILIPPO TRAMONTANA

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E, in panchina, un gentiluomo come Gigi Simoni: un Inter così compiutamente Inter, così romanticamente Inter, così tremendamente Inter, come non si era mai vista.

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Aveva la faccia dell’artigiano, Gigi Simoni.
Non del genio.

E come ogni buon artigiano che si rispetti, alla sua bottega bussava quasi sempre gente di provincia. Quelli che avevano bisogno del classico lavoretto ben fatto, “a regola d’arte”: una promozione in serie A da conquistare, o una salvezza da strappare con i denti.
Come, in genere, faceva Cervellati a Bologna, o Mario Tiddia a Cagliari: Cadè a Verona e Titta Rota a Bergamo. Maciste Bolchi e Nedo Sonetti, che invece li chiamavano dappertutto.

Non mi ricordo perché, ormai sulla soglia dei sessant’anni, l’Inter gli spalancò la porta, offrendogli quella chance che gli era stata negata per tutta la carriera.
Fu, probabilmente, la voglia di vedere una persona normale in un ambiente che (anche all’epoca) era il meno “normale” di tutti:
l’Inter spendacciona di Moratti, eternamente regina del mercato ma che poi non vinceva mai. Che macinava un allenatore dietro l’altro, usciva ai trentaduesimi di Uefa con il Lugano, e tra Pistone e Roberto Carlos sapeva chi scegliere.
Poi , magari, Recoba ne faceva due alla Sampdoria nei minuti di recupero, e passava tutto. Con tanto di videocassetta, dvd e gadget vari, all’interno di un elegante cofanetto per ricordare la storica impresa; ottimo come regalo di Natale.

A distanza di oltre vent’anni, penso che Gigi Simoni fu, per la Pazza Inter, una specie di reazione inconscia. Un’improvvisa voglia di frugalità, se non addirittura una “retromarcia”, almeno per quello che riguardava l’immagine: e siccome l’uomo era un tipo in gamba, e non vendeva fumo, resse brillantemente l’impatto con un proscenio al quale non era abituato, e con le prime pagine di giornale, che non aveva mai avuto.

Ci mise, di suo, il talento, l’educazione e la sobrietà. E la dignità nel tratto, che non lo fece sembrare mai Alice nel paese della meraviglie e, al tempo stesso, non lo abbassò a modi e metodi da paraculo.
Il resto , senza offendere nessuno, ce lo mise un Brasiliano con i dentoni, ed il sorriso travolgente. Uno di quei fenomeni che passano al massimo un paio di volte nella vita (all’Inter era successo con Meazza, settant’anni prima) e sono capaci di prendere una squadra che non ha nulla di memorabile e trasformarla improvvisamente in una roba epocale, da raccontare ai nipoti… Che è poi la prerogativa dei grandissimi: come Gigi Riva con il Cagliari, Pelè con il Santos e Maradona con il Napoli (o l’Argentina mundial dell’86).

Stagione incredibile, il 97-98, e Simoni ne diventa uno dei simboli: con l’intelligenza di chi non si sente Generale di Corpo d’Armata e si accontenta di fare l’Ufficiale di Picchetto. Quello che controlla il buon funzionamento della mensa, dello spaccio, e si accerta che la notte vengano spente le luci delle camerate.
La sportellata Juliano-Ronaldo resta l’emblema sempiterno di quel campionato memorabile e, probabilmente, di un’ingiustizia mai digerita del tutto; anche se è giusto ricordare che la Juve stava vincendo uno a zero, ed anche un eventuale pareggio le avrebbe consegnato lo scudetto.

Ma siamo in Italia, e si può ben dire che la leggenda nera della cosiddetta “Triade” nacque proprio in quell’eclatante pomeriggio.
Con la “spettacolarizzazione”, in diretta tv, di un potere che, come tutti i “poteri”, è arrogante e sfacciato: al quale contrapporre l’ingenuo, pudico “si vergogni” che Gigi Simoni riesce a rivolgere all’arbitro Ceccarini di Livorno, prima di essere allontanato in una delle (poche) espulsioni della sua carriera.

E infine, la Coppa Uefa. Conquistata a Parigi su una Lazio già fortissima, e tuttavia annichilita dalla prestazione mostruosa del “Fenomeno” , con il numero dieci sulle spalle (perché il nove era di Zamorano) e quella improbabile maglia grigio-nera stile Centro Storico Lebowski. Ed il ricordo nitido di Sandro Nesta, che vive una serata da incubo, e i superlativi assoluti di Bruno Pizzul, a celebrare un’Inter pazza ma anche bella, e finalmente vincente.

L’Inter che tiene insieme Ciccio Colonnese, Ronaldo e Moriero che gli lucida la scarpetta. E, in panchina, un gentiluomo come Gigi Simoni: un Inter così compiutamente Inter, così romanticamente Inter, così tremendamente Inter, come non si era mai vista.
E come forse non lo sarebbe stata mai più.
Nemmeno nell’anno del Triplete.

Ti sia lieve la terra, Mister.

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L’AMORE I TEMPI DI MOURINHO – un romanzo di Riccardo Lorenzetti

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L’Inter che nel 2010 vinse il cosiddetto “Triplete”
(Scudetto, Coppa Italia e Champions League nella
stessa stagione) nacque per caso. Come nascono per caso
quasi tutte le storie d’amore, specialmente le grandi storie
d’amore.
Quelle più importanti.
Che muovono sempre da percorsi occasionali e mettono in
moto le cosiddette “sliding doors”: le porte scorrevoli del
destino delle quali è piena la Storia, con la A maiuscola.
Ne è nato addirittura un filone che studia la materia a livello
scientifico, e si domanda cosa sarebbe successo se
Napoleone, quel giorno, non avesse avuto un attacco di
ulcera. O se Alessandro Magno si fosse svegliato con
trentanove di febbre.
Non c’è bisogno di essere tifosi dell’Inter per capire la
portata di quel successo sportivo.
E per intuire che quella strabiliante vittoria fu dovuta ad una
serie di eventi apparentemente casuali, ma che obbedivano
ad una logica quasi matematica.
Tessere di un puzzle che andavano ad incastrarsi una dopo
l’altra e componevano un’opera d’arte.
A quell’evento storico concorsero acquisti dell’ultim’ora e
goal casuali. Arbitraggi favorevoli e persino eruzioni di
vulcani al Polo Nord.
Come se il destino, con la sua regia occulta, avesse oliato le
porte fino a farle diventare improvvisamente scorrevoli.
Dentro le porte si infilano quegli uomini che, a un certo
punto, di quel destino ne diventano strumenti, più o meno
inconsapevoli.
Ma devono essere uomini speciali; come ne nascono pochi.
Uomini cari agli Dei, che con il loro carisma e la loro
personalità possono reggere il peso della storia che cammina
accanto a loro. E diventa leggenda.
Come Josè Mourinho, l’allenatore portoghese che del
“Triplete” fu, ancor prima dei calciatori, il simbolo e il
protagonista più evidente.
Un bellissimo spreco di tempo, diceva il cantante Jovanotti.
Questo è il calcio secondo Cosetta; una normalissima
quarantenne di provincia che proprio nel bel mezzo del
“Triplete” vive il cortocircuito della storia d’amore più bella
della sua vita.
L’impresa impossibile dell’Inter saprà accompagnarla; darà
alle sue giornate forma e sostanza. Una storia d’amore,
quella di Cosetta, che giorno dopo giorno diventa grande.
Riempie gli specchi dei suoi riflessi migliori, fino alla fine.
E diventa indimenticabile quando ti fa capire qual’è la vera
giustizia del mondo.
Quella che punisce chi ha le ali, ma non vuole volare.
Come il “Triplete” dell’Inter. L’impresa più poderosa del
calcio italiano.
Mondiali esclusi.
R.L.