A me, di Gordon Banks incuriosiva la faccia, che sembrava di gomma. Poi il nome, che pareva quello di un supereroe

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In quel modo si rischia persino di banalizzarlo, uno come Gordon Banks.

A forza di insistere su quella famosa parata, che a detta di tutti è “la parata più bella di tutti i tempi”, il gesto tecnico più rimarchevole mai compiuto da un portiere su un campo di calcio.
Messico 1970: cross di Jairzinho e colpo di testa di Pelè a botta sicura.
Il più classico dei gol “brazileri”, se non fosse, però, per quel diavolo di portiere inglese, che è un fulmine nel recuperare l’equilibrio, e simultaneamente buttarsi quasi a pesce sul pallone per smanacciarlo con un prodigio oltre la traversa.

E’ rimasta nella storia, quella parata effettivamente fantastica. Perchè i Brasiliani sono furbacchioni di tre cotte, e all’epoca non gli parve il vero di far passare il concetto di una “Selecao” imbattibile… Talmente imbattibile da eliminare uno alla volta prima il miglior portiere (Banks, appunto), poi i migliori difensori (gli Uruguagi) e infine i migliori attaccanti del mondo. Perchè tali reputavano Riva e Rivera, nonostante Rivera in quel Mondiale finì per giocare quasi niente.

Fu così che Banks passò alla storia per quella parata, più che altro… E di quella finivano inesorabilmente per chiedergli, ogni volta che lo invitavano alla tv; facendo un paragone ingeneroso, come succede al cantante Mario Tessuto, che sempre su “Lisa dagli occhi blu” deve andare a sbattere. O a Mal dei Primitives, con “Furia-cavallo-dell-west”.

A me, di Gordon Banks incuriosiva la faccia, che sembrava di gomma. Poi il nome, che pareva quello di un supereroe: e, infine, mi colpiva la storia. Soprattutto quella del finale di carriera, quando il campione fu vittima di un terribile incidente d’auto, rimettendoci praticamente un occhio. E nonostante quello, il voler continuare a giocare nelle serie minori: dove, privato della visione binoculare, finiva per prendere gol da operetta. Gol che i tifosi di buon cuore gli perdonavano regolarmente, facendo finta che la colpa fosse sempre di qualcun altro.
Una storia molto tenera, quella, e soprattutto molto “british”: il superman indistruttibile che finisce improvvisamente fuori combattimento, ma tu continui a volergli bene. Successe lo stesso al grande Miguel Montuori, che ebbe una disavventura simile: e i tifosi della Fiorentina lo sommersero di un affetto addirittura commovente che durò fino alla fine dei suoi giorni.

Lo hanno eletto miglior portiere d’Inghilterra, Gordon Banks. Più bravo di Ray Clemence, David Seaman, Joe Hart (bella forza, direte voi) ma anche di Peter Shilton, la leggenda che giocò fino alla soglia dei cinquant’anni.
Premiato per il Mondiale ’66, più che per quei titoli in carriera che con la squadra di Club quel fenomenale portiere non vinse praticamente mai.
Una storia, anche questa, molto “inglese”, a pensarci bene: se pensate che il grande Danny Blanchflower, in vita sua, ha vinto la miseria di uno scudetto, con gli Spurs del’61… E Bobby Moore e Sir Stanley Matthews, nemmeno quello.

Brasile o no, Gordon Banks avrebbe vinto probabilmente anche il mondiale in Messico, dove la Nazionale Inglese di presentò davvero fortissima. Ma dove, insieme a disavventure di ogni genere, si innestò anche la più classica delle “spy-story”fantapolitiche, e quel mai del tutto chiarito “cagotto” che lo mise k.o a poche ore dal quarto di finale con la Germania, e che chiamò in causa la’FBI, la CIA, James Bond e tutti gli amanti della fantapolitica.
Il suo posto lo prese il malcapitato (è il caso di dirlo) Peter Bonetti, che trasformò il più comodo dei 2-0 nel più cocente dei 2-3. Un suicidio in piena regola che spedì gli tristissimi “Crucchi” alla semifinale dell’Azteca, e quel portiere Bonetti ad una specie di “damnatio memoriae” che dura ancora adesso… La leggenda nera dell’uomo sbagliato nella notte sbagliata; una roba tipo il famigerato centravanti Pacione (ricordate?) per i tifosi della Juventus, ma moltiplicato per dieci.

E’ stato un grande, Gordon Banks.
E ci perdonerà, lui e la sua faccia di gomma, se pensiamo che la parata più bella della storia del calcio, alla fine, l’abbia fatta qualcun altro.
Il 5 luglio 1982, allo stadio Sarria’ di Barcellona durante un Italia-Brasile di una qualche importanza
Minuto novantuno, più o meno.

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E proprio la splendida normalità dei protagonisti è al centro di questi racconti, insieme ai grandi momenti storici a cui si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo.

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WALL ELETRRQuando ti trovi tra le mani una vecchia foto, la prima sensazione è sempre quella della nostalgia. Quel sentimento che, per descriverlo, hanno unito due parole antiche e misteriose: “Nostos” e “Algos”. E che, unite insieme, vogliono dire più o meno “dolore per la lontananza”. O (più struggente ancora) “dolore per un ritorno”. Che è di per sé una cosa tristissima. Perché ognuno di noi, in cuor suo, sa benissimo che non tornerà mai. Come non torneranno Paolo Rossi, e i Mondiali del 1982. E nemmeno i sorpassi di Villeneuve, le punizioni di Platini, i duelli tra Gimondi e Merckx. E non torneranno Rivera e Mazzola, né Coppi né Bartali, e quelle loro fughe solitarie da dopoguerra che ad ascoltarle alla radio c’era un sacco di gente. Che ricordano i tanti “quando” dello sport che entrano a far parte della nostra vita e, in qualche modo, la colorano, la rendono speciale e talvolta indimenticabile. Fosse anche per lo spazio di un momento. I racconti di questo volume fotografano alcuni di questi attimi straordinari; di queste imprese divenute storiche tracce luminose per le vite “normali” di tanti uomini “normali”. E proprio la splendida normalità dei protagonisti è al centro di questi racconti, insieme ai grandi momenti storici a cui si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo. Semplici spettatori che, segretamente, si sentono protagonisti, con orgoglio e incoscienza, con entusiasmo e impegno, con amore e, semplicemente, voglia di vivere. Come quel tale che festeggiava i trent’anni di matrimonio e gli chiesero cosa ricordasse di quel giorno: “Praticamente nulla – disse -, se non che quella domenica la Fiorentina vinse a Napoli. Segnò Antognoni, su punizione”.

I personaggi che si muovono all’interno di questi racconti sarebbero piaciuti a Stefano Benni, e anche a Giovanni Guareschi, l’autore che seppe raccontare tanti anni fa un “Mondo piccolo” popolato da pepponi, doncamilli e da tanta gente semplice e perbene.

Quel mondo fatto da storie minime e da persone normali, dove per passare alla storia bastava un episodio particolare o anche solo una battuta ben riuscita. A volte persino una faccia. Tutta roba che poi veniva tramandata in qualche modo e finiva per arricchire le leggenda di un paese, o di una comunità.

Che si muovano nelle nebbie e nelle umidità della Bassa Padana o in un’immaginaria Toscana di provincia, i personaggi che troverete in questi racconti hanno il medesimo comune denominatore: raccontano storie. Storie che parlano di vita ma dove, all’orizzonte, si staglia lo scenario dei grandi eventi sportivi che a volte sanno caratterizzare meglio di tante altre cose i nostri momenti; dove c’è di mezzo un Mondiale di calcio vissuti davanti ad un maxischermo e i ricordi del Grande Torino. Una strania coppia di attaccanti e la leggenda di una lontana edizione dei Giochi della Gioventù. C’è l’immancabile parroco appassionato di calcio, ma anche Gino Bartali; e Michel Platini, eroe di quella Juventus che frantumò il proprio sogno nella notte dell’Heysel.

Si parla di nostalgia, dunque.

Ma parlando di sport, in questi racconti, si parla inevitabilmente di vittorie e di sconfitte, coniugate nei mille modi che si presentano nella vita di tutti i giorni.

Se ne parla quel tanto che basta per capire che, alla fine, non si vince mai trionfalmente e non si perde mai rovinosamente.

Gli eroi minori e semplici di queste pagine non vincono mai del tutto; e quando vincono, perdono comunque qualcosa. Così come, al contrario, le loro sconfitte regalano talvolta il sapore di una piccola vittoria: magari inutile, come sono quasi tutte le vittorie morali. Che servono per esibire qualcosa a noi stessi, e alla nostra coscienza di uomini.

Come ogni progresso che alla fine comporta sempre una perdita, e viceversa.

O come nelle migliori tradizioni del calcio sudamericano, dove si trovano spesso squadre un po’ sfigate, povere di vittorie ma ricche di sentimento, che non vincono quasi mai ma che celebrano ogni sconfitta, ogni “derrota”, come una “gloriosa derrota”.

MERCOLEDI 20 FEBBRAIO – ORE 18.45
PRESSO IL Circolo ARCI XXV Aprile – (Circolo del Petriccio)
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
SIENA con Andrea Sbardellati
EdizioniSlam

MERCOLEDI 20 FEBBRAIO – ORE 18.45 Circolo ARCI XXV Aprile Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti #SIENA con Andrea Sbardellati

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MERCOLEDI 20 FEBBRAIO – ORE 18.45
Circolo ARCI XXV Aprile
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
#SIENA con Andrea Sbardellati
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Causio fu uno dei simboli di quella Juve ormai lontana. La Juve di ferro, unica squadra italiana a reggere il colpo in un calcio che l’Arancia Meccanica di Crujff aveva letteralmente terremotato.

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La classe c’era, senza discussioni.

Il problema, semmai, era dove mettere l’accento.
Perché se la pronuncia corretta e universalmente riconosciuta era “Càusio”, con l’accento classico sulla “a”, usciva sempre fuori qualche intemerato che quell’accento lo piazzava sulla “u”.
E lo chiamava “Caùsio”. Con un effetto che a noi risultava fastidioso, se non addirittura urticante.
Uno era Gino Rancati, di 90° Minuto.
E l’altro era il povero Dino, al mio paese: che spergiurava di averlo sentito dalla stessa bocca di Causio, in una delle sue primissime dichiarazioni fatte alla tv.
Dino era un uomo intelligente, ma anche un po’ anticonformista: e quindi mi è sempre rimasto il dubbio che quell’ostinato “Caùsio” fosse, in realtà, la piccata reazione al “Càusio” che utilizzavano tutti gli altri.
Anni duri e un po’ ingenui, gli anni settanta. Anni di passioni forti, ma anche di accenti sbagliati.
Come quello di Enrico Berlinguer, il segretario del PCI: che qualcuno chiamava “Bèrlinguer”, e Bertolucci ci fece pure un film.

Causio fu uno dei simboli di quella Juve ormai lontana. La Juve di ferro, unica squadra italiana a reggere il colpo in un calcio che l’Arancia Meccanica di Crujff aveva letteralmente terremotato.FB_IMG_1549027002793.jpg
Era la Juve della nostra infanzia. Capitano, Beppe Furino. Che ricordo, nelle magiche notturne di coppa, scambiare i gagliardetti con quegli spilungoni tedeschi e olandesi.
E pioveva sempre a dirotto.

In quella Juve di sublimi randellatori, dove la maglia numero dieci (quella di Omar Sivori) toccava spesso a Romeo Benetti, i numeri di Franco Causio rappresentavano la luce che si accendeva. Con il dribbling per far partire l’azione, poi lo scatto per lasciare sul posto il diretto marcatore, e infine il cross. “Al bacio”, si diceva una volta: mentre oggi si dice “con il contagiri”.
Ad aspettarlo, c’era il guizzo spesso irresistibile di Anastasi, e poi di Boninsegna. Oppure il colpo di testa di Bettega, meraviglioso acrobata delle aree di rigore.
Un artista, il Causio della nostra giovinezza: la personificazione della classe, e dello stile. Con la grande attenzione al taglio di capelli, alla cura del baffo e alla scelta dei vestiti, rigorosamente di alta sartoria. Anche per quello diventò “Il Barone”, un soprannome che gli piacque da matti: perché era un uomo del sud, e un po’ vanitosetto per giunta. E ai titoli ci teneva eccome.

Io ricordo benissimo l’ultima grande annata del Causio calciatore: fu l’81-82, quando la Juve si invaghì degli estri lunatici di Domenico Marocchino e lo disfecciò senza troppi complimenti all’Udinese.
Dove, invece, disputò una stagione memorabile. E ogni stadio era buono per strappare applausi a scena aperta se non addirittura giri d’onore, al fischio finale. Come successe al grande Di Stefano, che concluse la sua carriera nell’Espanyol. E con quella maglia addosso, raccolse gli omaggi che il pubblico gli aveva ostinatamente negato finchè aveva giocato nel Real Madrid.

E fu proprio in virtù di quello spettacoloso campionato, che Bearzot lo volle tra i ventidue del Mundial di Spagna: concedendogli il cosiddetto “passo d’onore” proprio nella finalissima con la Germania.
Madrid, 11 luglio 1982. E se avrete voglia di leggere il tabellino, troverete scritto: Altobelli (dall’ 88° Causio).
Sono due minuti che, calcisticamente, non vogliono dire nulla.
Per noi che abbiamo visto giocare Causio, invece, vogliono dire tutto.

Auguri, Barone.

“Giampievo… Savebbe questo l’evede di Platini?”, sibilò. Poi si alzò e imboccò l’uscita.

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Era magnetico, elegante e bello.
Se non bello, affascinante.

Aveva classe da vendere e, soprattutto, era ricco.
Il più ricco di tutti, nella fantasia della gente.
Che per almeno due generazioni ha sognato di assomigliare, almeno per un attimo, a Gianni Agnelli.
“L’Avvocato”.
La versione italiana più prossima al James Bond del cinematografo: con tanto di auto veloci e di belle donne, di battute fulminanti e di “orologio-sopra-il-polsino”, che divenne una specie di status, come il “vodkamartini-agitato-non-mescolato”.
L’erre moscia, of course. E la Juventus, che più di ogni altra cosa seppe regalargli quella popolarità che lo accompagnò fino alla fine.

Perché Agnelli ci giocava, ovviamente… Sul filo di quel “panem et circenses” che leggiamo sui libri di storia fin dai tempi degli antichi romani.
Il pane, elargito come datore di lavoro (il “padrone”) dell’azienda simbolo. E il circo, da proprietario della squadra più amata, nello sport più amato.

“Mi emoziono anche solo nel vedere la lettera J”, disse una volta. E fu proprio quel tratto vagamente infantile e un po’ plebeo, a renderlo infine simpatico.
L’Agnelli tifoso che dimenticava il suo status, e si abbassava al rango della gente comune: che soffriva per una partita difficile, applaudiva una bella giocata, si emozionava per una vittoria.
Come succedeva al fruttivendolo, al camionista e persino all’operaio della Fiat.
Ci lucrò molto, l’Avvocato, su questa passione, che però parve sempre sincera e autentica.
La Juve, in fondo, è pur sempre una specie di partito trasversale che conta oltre dieci milioni di persone. E’ “consenso” anche quello.
Anzi, verrebbe da dire che niente è più “consenso” di ciò che parla al cuore, e alla pancia delle persone: e in Italia vi viene in mente qualcosa più di cuore e di pancia dello sport, da Coppi-Bartali in giù?

Nulla riesce a smuovere la gente più di un avvenimento sportivo, che qui diventa immediatamente politica; in più, la Juventus ha anche il vizio di vincere spesso, e proprio lì risiede il suo segreto. Che vincendo, regala un pezzettino di gloria e di felicità settimanale anche al fruttivendolo, al camionista, all’operaio della Fiat e a tutti quelli che non sono Gianni Agnelli, e nella vita vincono poco..
Eccola, la chiave dei “Circenses”; e uno come l’Avvocato, forse, l’aveva capito prima di tutti.

Era un uomo speciale. Divertente.
Era divertente anche vedere il giornalista Franco Costa ansimargli dietro, con il microfono, a caccia di una battuta o di un semplice sospiro, che poi il giorno dopo finiva regolarmente in prima pagina: perché nulla faceva più notizia dell’Avvocato.
Spettava a lui, in qualità di padrone, l’ultima parola sull’acquisto dei calciatori più importanti: quelli alla Sivori, o alla Platini, per intendersi.
E raccontano di quella volta che, in incognito, andò a vedere un certo Lajos Detari, che i rapporti degli osservatori della Juve descrivevano come un prodigio.
L’Avvocato si sistemò in tribuna con il fido Boniperti, si accese una sigaretta e dette un’occhiata ai primi dieci minuti di quella partita: “Giampievo… Savebbe questo l’evede di Platini?”, sibilò.
Poi si alzò e imboccò l’uscita.FB_IMG_1548420934954.jpg

Non era un campione, infatti, quel Lajos Detari: che poi giocherà ( e nemmeno malaccio) nel Bologna.
Ma gli osservatori non l’avevano capito, in mesi e mesi di trasferte.
All’Avvocato, invece, erano bastati dieci minuti.

Ti sia lieve la terra

Ma soprattutto come “Rudi” Krol, colonna della Grande Ajax e dell’Arancia Meccanica del ’74.

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L’arrivo di Diego, nel 1984, rovesciò la città di Napoli.

Accorsero in tanti, al San Paolo, solo per il gusto di vederlo palleggiare davanti a loro.
Perché si capì fin da subito che quel ragazzo moro e riccioluto, laggiù, sarebbe diventato ben presto l’uomo del destino.
E perchè si faceva davvero fatica a credere che il divino Maradona avesse scelto proprio Napoli: lì per lì sembrò davvero un Dio che si materializzava, e si faceva carne dentro un prato verde.
O almeno, questa fu la sensazione degli ottantamila di quel pomeriggio.
Ruud “Rudi” Krol, invece, arrivò a Napoli quattro anni prima.
Un arrivo più silenzioso e ovattato: con dinamiche diverse, ma con le stesse identiche finalità che porteranno poi all’ingaggio del “Pibe De Oro”: ovvero, quella di innestare su un albero abbastanza modesto una varietà di legno pregiatissimo.

E, per quanto strano possa sembrare, andò a finire che quel Napoli lì, con Guidetti e Vinazzani, con Musella e Claudio Pellegrini III°: quel Napoli poverello, ma magistralmente guidato da Rudi Krol, fece il pelo a vincere il suo primo scudetto.
Con qualche anno di anticipo sulla storia, e sul destino.

Lo scudetto lo vinse, invece, la Juve del Trap, al fin della licenza chiusa dal celeberrimo gol annullato a Ramon Turone. Seconda, la Roma zonarola del Barone Liedholm e terzo il Napoli, giustappunto. Che si ritrovò primo in classifica con le vertigini, quando mancavano cinque giornate dalla fine.
Poi, al San Paolo arrivò il Perugia già retrocesso: e per uno di quei misteri dolorosi (o gaudiosi, a seconda da quale parte si vedano) del gioco del calcio, finisce che il Napoli perde zero a uno. Autogol al primo minuto dello stopper Moreno Ferrario, che non ci sarà verso di rimontare nei successivi ottantanove: così, basta una dannata partita per far squagliare il sogno, perché la Juve riagguanterà la testa della classifica, e non la mollerà più fino alla fine.
Fu un “harakiri” in piena regola, ingiusto e doloroso. Qualcuno la prese con filosofia, e strizzò l’occhiolino: “Ohè… Anime belle… Pensavate davvero che il calcioscommesse fosse finito con la squalifica di Paolo Rossi?”.

Fu, quello, l’anno degli stranieri.
Che tornarono a popolare il nostro campionato, dopo stagioni di autarchia che avevano costretto il vecchio Sergio Clerici, detto “Il Gringo”, a rappresentare l’unica nota esotica presente nell’Album Panini.
Uno straniero per squadra:
una specie di “jolly” che qualcuno giocò bene (la Juve con Brady, per esempio, ma anche la Fiorentina con Daniel Bertoni), qualcuno così così (l’atteso Prohaska, che all’Inter non fece stravedere), e altri decisamente male; come l’esordiente Pistoiese, che acquistò il gelataio Luis Silvio credendolo una grande ala destra.

E poi ci furono gli stranieri bravi; quelli sui quali fu possibile costruire una grande squadra: tipo Falcao, che rovesciò la Roma come un calzino, ma soprattutto come “Rudi” Krol, colonna della Grande Ajax e dell’Arancia Meccanica del ’74.fb_img_1548332837415
Uno di quei calciatori come in Italia non si vedevano da tempo, e che seppe trasformare un Napoli poco più che modesta in una quasi pretendente allo scudetto.
Giocò partite memorabili, Krol, nonostante avesse più di trent’anni, che all’epoca erano una specie di inesorabile crocevia verso il declino. Ricordo una prestazione mostruosa in un Napoli-Roma dove mancarono le parole persino a Luigi Necco di 90° Minuto, che era un fenomenale inventore di aggettivi.
Quando, a fine campionato, fu premiato con il prestigioso “Guerin d’Oro”, si scoprì che la sua media-voto aveva polverizzato tutti i record precedenti. E venne in mente quella volta che chiesero a Gianni Agnelli le parole giuste per definire un campione: l’Avvocato ci pensò un attimo, e poi sorrise: “Il campione è quel tipo di calciatore che gioca quasi sempre bene, e qualche volta benissimo”, disse.

Questo, e non altro, fu il Ruud “Rudi” Krol: magnifico Olandese volante del Napoli 1980-81.
Che fu si un anno di grazia, ma un po’in anticipo sui tempi: non ancora maturi, evidentemente, per lo scudetto.
Che arriverà qualche anno dopo, come una favola al contrario: ed avrà il suo Principe Azzurro in un tipo piccolo,nero e bruttarello.
Almeno quanto il suo predecessore era apparso alto, biondo e bellissimo.

Ma Napoli è una città spettacolare. E contraddittoria.
E il football, in fondo, è bello anche per questo.

A Monte San Savino: IL PAESE PIÙ SPORTIVO DEL MONDO

#presentazione #libro #storytelling #MONTESANSAVINO #arezzo #ilpaesepiusportivodelmondo @edizionislam
Venerdi 25 Gennaio – ore 18
Presentazione del Libro
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
Biblioteca Comunale – Piazza Gamurrini, 13
MONTE SAN SAVINO
con Claudio Zeni e Michele Lupetti
Comune di Monte San Savino✔️

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“Il paese più sportivo del mondo”, presentazione a Monte San Savino / Eventi a Arezzo”

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“Il paese più sportivo del mondo”, presentazione a Monte San Savino / Eventi a Arezzo”

Nuovo appuntamento alla Biblioteca Comunale di Monte San Savino per la seconda edizione del ciclo “Incontri con l’autore”, promosso dall’assessorato alla Cultura.

Venerdì 25 Gennaio alle ore 18 sarà protagonista Riccardo Lorenzetti che presenterà il suo nuovo libro “Il paese più sportivo del mondo”.

Lorenzetti, classe 1966 è un grande appassionato di sport che vanta una ventennale esperienza tra radio, giornali e Tv nelle quali ha ideato e condotto svariate trasmissioni.

“Il paese più sportivo del mondo” è il suo terzo libro, dopo “La libertà è un colpo di tacco” dedicato al grande Socrates e all’esperienza della Democracia Corinthiana e “L’amore ai tempi di Mourinho”. Il testo raccoglie piccole grandi storie dal tono agrodolce con le quali si racconta il particolare rapporto fra l’Italia, in special modo quella delle piccole realtà di paese, e lo sport. Capace di far sorridere, ma anche commuovere, Lorenzetti si conferma un autore brillante e originale che è sempre un piacere leggere e ascoltare.

L’autore sarà intervistato da Claudio Zeni e Michele Lupetti.

La cittadinanza è invitata a partecipare.

da AREZZO NOTIZIE

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“La libertà è un colpo di tacco” nella nuova sede Arci “Samarcanda”

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IN occasione del primo evento culturale del nuovo anno, tenutosi nella nuova sede ieri pomeriggio, insieme all’autore del libro Riccardo Lorenzetti, hanno preso parte all’incontro anche il professore Dario Nunnari, componente del Direttivo Arci ed il giornalista reggino Luca Assumma. Presenti anche, Serenella Pallecchi Presidente Arci Siena e Giuseppe Apostoliti Presidente Arci Calabria. La libertà è un colpo di tacco”, è un libro che parla di “futebol e politica, di giornalismo e potere, di censura e informazione”. Lorenzetti, mescola realtà e finzione letteraria, ricostruendo le gesta del grande Socrates. Si parla di un Paese e di un popolo che dopo vent’anni di regime è però giunto agli sgoccioli. Il popolo brasiliano continua a chiedere nuove elezioni. Disordini e spargimenti di sangue sono all’ordine del giorno in quegli anni. Il futebol, che in un paese come il Brasile è molto più di un semplice sport, divenne inevitabilmente una questione focale delle politiche di controllo e repressione portate avanti dalla giunta militare. Ma il calcio, si sa, è un fenomeno particolare, in Brasile più che in altre parti del mondo. Alcune delle forme di protesta contro il regime più eclatanti del periodo vennero infatti proprio da quel mondo e, tra gli altri, l’episodio più famoso fu proprio quello della cosiddetta “Democracia Corinthiana”, una delle storie di calcio più affascinanti del XX secolo. In un Paese dove regnano violenza e intimidazioni, essere una voce fuori dal coro è tanto avventuroso quanto pericoloso. A San Paolo un piccolo giornalino indipendente, “Il Cardellino”, prova ad essere la voce degli emarginati e degli oppressi: si occupa di cultura sindacale, ma dato che in Brasile tutto finisce con l’essere indissolubilmente legato al calcio, racconta anche del pallone e dei suoi eroi. Il calcio sembra essere rimasto l’unica valvola di sfogo di un popolo tanto oppresso quanto rassegnato. Poi, un bel giorno, arrivò Socrates. E che quell’uomo avrebbe cambiato la storia non ci volle molto a capirlo. Fu l’uomo che prese di petto la storia e la rovesciò. Socrates fu leader di una squadra, il Corinthians, che si fece portatrice di un’idea tanto folle quanto geniale: nasce, nel Brasile della dittatura, la “Democracia Corinthiana”. Tutte le decisioni vengono prese da giocatori e staff tramite votazione, dallo schema da adottare alla frequenza e intensità degli allenamenti, dalla campagna acquisti ai messaggi da veicolare su magliette fino ad allora utilizzate solo per pubblicizzare bevande o sigarette. La squadra non giocava per vincere, ma per divertirsi e divertire i propri tifosi, per farli innamorare del calcio, per dar loro una speranza in tempi difficili, ma soprattutto, per dimostrare che una alternativa era possibile. In questo libro, in questa storia – un po’ romanzata come dice lo stesso autore-, non si parla solo del bellissimo sport che è il calcio, ma si capisce che questo gioco è qualcosa di più. Di una personalità fuori dal comune, di idee bellissime e immortali e di una rivoluzione – la “Democracia Corinthiana” – che non soltanto fu qualcosa di mai visto né prima né dopo, ma che stravolse le regole prima del futebol brasiliano e poi dello stesso Brasile, contrapponendosi alla fredda e rigida dittatura militare che allora regnava sul Paese e che anche grazie a Socrates e alla sua squadra, e ai messaggi che essa veicolava, finì infine per cadere.