Per quelli della mia generazione, Argentina 78 fu piuttosto un Mondiale da ricordare con affetto bambino…

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“Com’e’ che giocano con le maniche lunghe?”

Era l’estate del 1978, e al bar di Ofelio ne sapevamo pochissimo sia di antipodi che di emisferi australi: e vedere il fiato di Tardelli, o di Gentile, che in pieno giugno diventava nebbiolina ci sembrava abbastanza strano.
I Mondiali di calcio erano anche allora eventi “caldi”: una roba da limonata e zanzare, eppure i nostri campioni laggiù in Argentina sbuffavano come locomotive… E a me, adolescente, assomigliavano a quei cacciatori infreddoliti che aspettavano sulla “posta” l’arrivo del cinghiale, nelle mattinate di fine novembre.

Era “il fiato che si faceva fumo” (Claudio Baglioni , “Solo”, Rca 1977) durante gli abbracci, quando quella nostra bellissima Nazionale segnava un gol.
Come dopo quel triangolo Bettega-Rossi-Bettega che rese magica la fredda notte di Buenos Aires.

“Nelle tribune del Monumental, due tricolori italiani hanno fatto ammainare centomila bandiere argentine”, titolò
orgogliosa la Gazzetta dello Sport.
Perché erano tempi un pò retorici, quelli.
Retorici, e anche reticenti, ci vorrebbero far credere oggi.
Ma noi si sapeva poco dei Desaparecidos e delle mamme di Plaza de Mayo: delle torture all’Escuela e della gente scaraventata giù dagli aereoplani.
Gran parte della stampa italiana si limitò a parlare di pallone, e a raccontarci quello che decisero di fargli vedere: e ci parlarono di gente povera, ma felice, e con un sacco di cognomi italiani. E di una nazione amica dove i militari controllavano sì con occhio vigile, ma tutto sommato bonario.
Eravamo nel bel mezzo dei nostri anni di piombo, e della cosiddetta “guerra fredda” tra l’America di Jimmy
Caerter e la cupissima Unione Sovietica di Breznev : i giornali più importanti (ma questo si seppe dopo) erano già nelle mani della P2 di Licio Gelli, e a parecchi giornalisti fu suggerito di chiudere un occhio, e in molti casi tutti e due.

Ma fu, sportivamente parlando, un Mondiale con i fiocchi.
Non fu solo quell’associazione a delinquere spacciata sui documentari, che toccò l’apice con la famigerata “Marmelada peruana” e si concluse con l’arbitraggio di Gonella, in finale.
Per quelli della mia generazione, Argentina 78 fu piuttosto un Mondiale da ricordare con affetto bambino: a cominciare dalla mascotte “Gauchito” sulle magliette (tremila lire, al
mercato a Sinalunga) e dalla sigla che precedeva la messa in onda delle partite (“Ar-gen-ti-na-cal-cio-Mun-
diaaaal”).

E poi la Nazionale italiana.
Fortissima.
in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82, più tre fuoriclasse come Causio, Bettega e Benetti che in Spagna non trovarono posto: Benetti era un centrocampista favoloso, dal tackle robusto e la media gol di un trequartista.
Bettega non sarà stato simpatico, ma era il più formidabile colpitore di testa di quegli anni… Non lo valevano né Hrubesch, né Santillana.
Causio, infine, era un elegante regista esterno mai a corto di inventiva; e tra lui e il più reclamizzato Simonsen (che vinse il Pallone d’Oro) avrei saputo chi scegliere.
E poi c’era Mauro Bellugi, al centro della difesa. Quel Bellugi (e la storiella resiste tuttora) che fu messo bruscamente alla porta dal leggendario “Zipichino”, quando si presentò ad un provino per la Sinalunghese.
“Questo può fare giusto la panchina nel Buonconvento”, fu la “storica” sentenza.

Bearzot ci aggiunse i giovanissimi Rossi e Cabrini, con una felicissima intuizione dell’ultim’ora, e il torinista Zaccarelli, più utile dello scalognatissimo Antognoni, mai a suo agio nelle grandi competizioni internazionali.

Ci fermammo sul più bello.
Nello scontro decisivo con l’Olanda, che rispetto all’Arancia Meccanica di quattro anni prima aveva perso in classe ma aveva guadagnato in sostanza.
Allora ci fu il processo a Zoff, e alle sue diottrie, ma a rivederla adesso ci vuol poco ad accorgersi che fisicamente non ci fu partita… E che nel secondo tempo non la strusciammo praticamente mai.

Io mi ricordo i nostri sguardi affranti, al bar di Ofelio (che era mio cugino, ma lo chiamavo zio).
“Poteva mettere Claudio Sala, che era più fresco”
“Poteva mettere Maldera, che è buono a fluidificare”
“Poteva portare Albertosi, invece che lasciarlo a casa”.
E poi qualcuno, più grande e più assennato, che tagliò la testa al toro: “È proprio un povero mondo… Abbiamo le Brigate rosse all’uscio di casa, e questi giovani pensano ancora al pallone…”

La nostra bellissima Italia era stata appena eliminata.
Erano più o meno le sette di sera, e fuori c’erano ancora tre ore di giorno da godere.
Dal juke box partì una canzone: “Ti ricordi quella strada… eravamo io e teeee”. Antonello Venditti, “Sotto il segno dei pesci”.
Il suo disco più bello di sempre.

La favolosa estate del 1978 poteva cominciare.

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Fu per questo che un bel giorno Emiliano Mondonico si trovò a brandire la famosa sedia in aria….

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Figlio di oste.
Cresciuto dentro ad un’osteria. A Rivolta d’Adda, provincia di Bergamo

Che doveva essere uno di quei posti dove il consumo di vini e grappe assomigliava a quello di un raduno della Julia, o della Tridentina. E dove, se non parlavi il dialetto stretto, non ti facevano nemmeno entrare.
Fu per questo che un bel giorno Emiliano Mondonico si trovò a brandire la famosa sedia in aria: “perchè all’osteria non esistevano nè coltelli, nè fucili… La sedia era l’oggetto più contundente a portata di mano, e soprattutto il segnale che si era arrabbiati sul serio”.

Ma la sedia in aria, non bastò.
E il suo Toro, quella finale la perse ugualmente; come era scritto nelle stelle, e nel destino di quel meraviglioso Club che forse non a caso scelse per le sue maglie il colore del sangue, come la bandiera di guerra della Brigata Savoia.
La traversa all’ultimo minuto (di Sordo, mi sembra, ma potrei sbagliare) fu nient’altro che l’inesorabile schiaffo della sorte: che a certa gente, evidentemente, non si nega mai.

Difficile non voler bene al “Mondo”.
Che aveva la vocina stridula e una carica di umanità per la quale veniva naturale di parteggiare, al di là della squadra che allenava… Un Nereo Rocco in versione moderna e leggermente più raffinata: e che (a differenza del “Paron”) era passato anche per il sessantotto, e un pomeriggio aveva simulato un infortunio al ginocchio pur di non perdersi il concerto dei Rolling Stones.

Gli piaceva essere un uomo “contro”, e la tribù del calcio gli ha voluto bene anche per questo… Perchè ci ha saputo vedere un uomo semplice e perbene, e non un venditore di fumo; un uomo più da trincea che da grandi palcoscenici, più a suo agio con gli scarponi che con l’abito da sera.
“Quando da ragazzo andavo al cinema -diceva- mi veniva naturale parteggiare per gli indiani, e mai per i cowboys”…
E non è un caso che il “Mondo” sia diventato una specie di leggenda proprio per le tifoserie più “speciali”: Quelle più sanguigne e dotate di una forte identità, tipo l’Atalanta e la Fiorentina (della quale era anche tifoso).
E, per l’appunto, il Toro. Che l’identità ce l’ha più forte di tutte.

Mi piace pensare che se ne sia andato con il sorriso sulle labbra.
Per quanti sforzi faccia, certa gente non riesco a immaginarmela imbronciata, o incattivita.
Ha combattuto la sua battaglia, il “Mondo”.
Da guerriero quale era, ben sapendo che l’avversario, stavolta, era molto più forte anche del fenomenale Ajax del 1993.

E che brandire una sedia in aria, forse, non sarebbe bastato.
Ma l’importante è stato uscire a testa alta, di fronte ai suoi tifosi.
Proprio come fece, quella sera, il suo Toro.
Marchegiani, Bruno, Annoni. Fusi, Benedetti, Cravero….

 

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Cruyff e il suo numero 14 erano gli anni settanta, quelli migliori. Perfetta fusione di quando il calcio diventa spirito del tempo (zeitgeist) e ne interpreta i cambiamenti, come fanno i movimenti artistici.

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Non fatevi fuorviare dai millantatori che siamo. Il 99% di noi, Johan Crujff l’ha visto pochino. Così come ha visto pochino Jairzinho e Bobby Charlton. Il “ragno nero” Jascin e “l’uruguagio volante” Mazurkiewitz… Parecchio meno di quanto non si veda, oggi, l ’ultima riserva del Tottenham Hotspur. O dell’Osasuna.. Crujff giocava negli anni settanta: Ajax, Barcellona e, naturalmente, Olanda. Merce rarissima per la programmazione televisiva dell’epoca. Io me lo ricordo come un sogno, in una delle sue primissime apparizioni catodiche… In un Circolo Acli pieno di fumo e di gente, come nelle migliori tradizioni paesane: Ajax-Inter, lontana finale di Coppa dei Campioni, telecronaca di Nando Martellini. Gli misero alle costole il giovanissimo Oriali, che ne uscì fracassato; lui, e un po’ tutta l’Inter. Ricordo la delusione di Ferruccio, alla fine: “Peccato fosse squalificato Corso. Con lui in campo, sarebbe stata tutta un’altra storia”, sentenziò. Non era vero, naturalmente. Avrebbe vinto l’Ajax, comunque. Perché l’Ajax di Crujff era un simbolo, più che una squadra di pallone. Era la Rivoluzione. La Beat Generation e la musica leggera inglese e americana. Era, contemporaneamente, Cassius Clay, il podio di Città del Messico e i programmi radiofonici di Arbore-Boncompagni. Era la libertà sessuale, “Blowin in the wind” e “Giu-le-mani-dal-Vietnam”. E Mario Corso (da San Michele Extra) non poteva bastare: perché stava a Crujff come Tanassi e Rumor stavano al Maggio francese. O Claudio Villa agli Who. Cruyff e il suo numero quattordici erano gli anni settanta, quelli migliori. Perfetta fusione di quando il calcio diventa spirito del tempo (zeitgeist) e ne interpreta i cambiamenti, come fanno i movimenti artistici. Un’idea. Esotica e irresistibile. Umanamente parlando, dice invece chi l’ha conosciuto, nemmeno un gran chè. Micragnoso come solo gli Olandesi sanno esserlo: se ne andò al Barcellona non perché fosse la squadra-simbolo dell’anti-franchismo (come pensò qualcuno), ma solo in virtù di una vagonata di pesetas . E disertò Argentina 78 non in spregio alla dittatura di Videla (come piacque far credere) ma perché aveva appena firmato un contratto a nove zeri con una squadra americana. E che sarebbe stato rescisso in caso di infortunio. L’unico a giocare la partita d’addio almeno quattro volte (con percentuale sull’incasso) da scandalizzare anche gli ex compagni di squadra: “si è ritirato così tante volte, che è diventato piccolo così”, sibilò un giorno Johan Neeskens. Persino una comparsata assai deprimente con la maglia del Milan, in un torneo estivo-televisivo, pagata ovviamente a peso d’oro. Rimane comunque il sogno. E quello va al di là del personaggio. Crujff è la maglia numero quattordici che non si capisce se è centravanti, o ala, o centrocampista e alla fine è tutte e tre le cose. E’ quel grande Olanda-Brasile del 74, “lectio magistralis” di un football giocato a velocità tripla, ma anche Olanda -Uruguay, dove sembra che le due squadre abitino su galassie diverse. Crujff è la rivoluzione visionaria del Barcellona: la serra calda dove matura una concezione estetica di calcio che parte da lui e poi arriva a Guardiola, al tiki-taka e a tutto il resto. Ed è, infine, l’utopia che va sempre ad infrangersi con la dura realtà: perché alla fine quell’Olanda cade sul traguardo: e vincerà, invece, la Germania di Berti Vogts. Biondo terzino che non sorride e mena come un fabbro. Paradigma amaro di un mondo dove si vince con il cinismo e la tecnologia. E per la poesia, e la Rivoluzione, non c’è spazio. Anche se quella squadra lo aveva fatto credere.

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Gianni Mura ci ha dato il privilegio di conoscere, ed abitare, in questo mondo. Ed è il mondo che piu’ assomiglia a quello delle favole.

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Gianni Mura scriveva divinamente.
Di calcio, e soprattutto di ciclismo.

Però, si capiva subito da che parte batteva il cuore. Come quando doveva scegliere tra la cucina italiana e quella francese, e non aveva dubbi: “vinciamo noi, sei zero sei zero.”

Biciclette e palloni, ma anche la gastronomia, e il vino naturalmente.
Che non erano sport, ma dove era diventato un’autorità assoluta, il cui giudizio veniva tenuto in gran conto anche dalle riviste specializzate.

Perché il fascino di certi personaggi irripetibili, in fondo, sta proprio lì.
Negli spunti di un articolo che esce fuori sempre brillante, e mai banale.
Nella genialità di un’intuizione che non si ferma all’ orticello di casa, ma si espande. Ed espandendosi, ti arricchisce, facendo diventare cultura l’erba di San Siro, o il fango della Roubaix.

Fin troppo facile, quindi, accostarlo a Gianni Brera: il Maestro.
Ma, pur condividendo lo stesso spartito, tra i due giganti, c’era comunque una sostanziale differenza.

Brera era un vulcano che eruttava: una scoperta continua e un “oh” di meraviglia ad ogni capoverso.
Brera strattonava la storia, la geografia, l’antropologia, e alla fine dell’articolo ne uscivi fuori appagato e stremato, convinto che quel diavolo di giornalista ne sapesse più, e meglio, di qualsiasi professorone di università.

Gianni Mura, invece, era più rassicurante. A parità di ricchezza, e di suggestione,
il pezzo di Mura era un fiume maestoso e pieno di pesci. Che rimandava ad una lettura più “sobria” (se mi si passa il termine), priva di venature razziali e dove si percepiva una gran voglia di raccontare, ma senza prendersi troppo sul serio.
Brera era Verdi e Wagner messi assieme. Gianni Mura era jazz, morbido e avvolgente.
Comunque, suonato benissimo.

Da Brera, aveva imparato il gusto della digressione: la capacità di portarti dentro un mondo, e a tutto quello che gli girava intorno: l’aneddoto ben raccontato, il calambour riuscito, la Camargue al tramonto, lo scatto in montagna, il brasato che si mangia nelle Cinque Terre e, ovviamente, il rosso da abbinarvi.
“In un ristorantino di Clermont-Ferrand, dopo una tappa del Tour, stapparono una bottiglia rarissima… Laberdolive del ’67, dissi tra lo stupore dei presenti…”.
E bastava quello per spalancarti un mondo davanti: la riserva inesauribile di cose viste e vissute, raccontate sempre con l’ironia, l’arguzia e la lucidità di un artista.

“Sono sardo di origine, ma mio padre maresciallo dei carabinieri era tifoso dell’Ambrosiana, e chiese il trasferimento per veder giocare Meazza dal vivo… Ecco perché sono nato a Milano”.

Vera o verosimile che fosse questa storiella, Gianni Mura ci ha comunque raccontato, in modo impareggiabile, un’estetica: indicandoci uno stile, e una qualità del vivere.
Dove c’e’ spazio per Rivera, ma anche per Lodetti: per Moser e Saronni, per Beccia e Panizza.
E poi, i muri del Fiandre, una prodezza di Baggio e il riflesso accecante del sole sul mare della Milano- Sanremo. Le sigarette passate di nascosto a Eddy Merckx e la soupe d’oignon, una sera che pioveva, a Brest, insieme a Bernard Hinault.

Gianni Mura ci ha dato il privilegio di conoscere, ed abitare, in questo mondo.

Ed è il mondo che piu’ assomiglia a quello delle favole.

Ti sia lieve la terra.

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Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.

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“La Juventus sostituisce il numero nove Rossi con il numero quattordici Prandelli”.
O anche Boniek con Tavola, se non addirittura Marocchino con Osti.

Si sorrideva, allora.
Del Trap che si sbracciava in panchina per suggerire i passaggi o le trame di gioco: e di Platini, che scrollava la testa, e pareva volesse incenerirlo.
Si sorrideva del gatto che non sta nel sacco, del fischio inconfondibile e di quello Strunz! urlato in faccia ai Tedeschi, con le vene del collo in bella vista. In generale, si sorrideva di un calcio che veniva definito “all’italiana”, a rimarcarne quasi più i difetti che i pregi: come se Messico’70, Argentina’78, Spagna’82 non fossero esistiti.
Mentre quando il Trap è passato di moda, e sono arrivati gli scienziati del tikitaka, siamo usciti con il Costarica e il Paraguay (oppure, siamo rimasti a casa).

“El terzin fa el terzin, el median fa el median”, diceva Nereo Rocco, che del Trap era il maestro.
Erano tempi di terzini e di mediani, di liberi e di stopper . Soprattutto, erano tempi dove ci si muoveva poco, dentro al campo. Comunque, molto meno di adesso: e giocarsi la finale di Coppa Campioni con l’Ajax schierando una linea Hamrin-Lodetti-Sormani-Rivera-Prati (come fece il Milan del Paron) non era affatto un’eresia. Perché quel calcio era più lento e cadenzato: si correva meno, si poteva alleggerire al portiere che teneva palla a suo piacimento, e che poteva tranquillamente raccoglierla con le mani: le marcature intimidatorie erano tollerate, se non addirittura consentite.
Mai visto Gigi Riva arretrare fino alla propria area (come fanno regolarmente Mandzukic, o Insigne), perché per difendersi, in quei tempi felici e lontani, bastavano tre calciatori. Quattro, al massimo.
Così, anche il difensivista Trapattoni poteva permettersi di schierare contemporaneamente Briaschi-Tardelli-Rossi-Platini-Boniek.

Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.
Boniperti, si racconta, non gradiva troppo gli allenatori di gran nome, che fatalmente non avrebbero ascoltato la sua opinione sulla formazione della domenica: e siccome metterci bocca gli piaceva assai, si sceglieva gente fidata alla Carlo Parola, o alla Vykpalek, che non gli dicevano mai di no.

1976-1986: dieci anni precisi. Furono dieci anni dove entrarono due Juventus, entrambe “epocali”: lo squadrone di ferro degli anni’70, unica italiana in grado di giocarsela con le squadre olandesi, inglesi, belghe e tedesche, che erano quasi imbattibili. E quella sublime degli anni’80, che giocava il calcio più bello del mondo.
Almeno fino all’Heysel.

Il Trap fece poi cose strepitose con l’Inter, che portò allo scudetto battendo il record di punti; e regalò l’ultima illusione alla Fiorentina, prima che le bizze di Edmundo “O Animal” (ma soprattutto l’infortunio di Batistuta) cancellassero ogni velleità di uno scudetto che avrebbe capovolto Firenze.
Fu un po’ meno strepitoso a Cagliari, dove gli consigliarono di dimettersi per non subire l’onta dell’esonero: una delicatezza che il personaggio meritava, ma che liberò qualche battuta velenosa: “Che gran Generale, Napoleone…” –scrissero- “.. Ma senza l’Armeè, non avrebbe conquistato nemmeno il giardino dei vicini di casa”.

Poi arrivò la Nazionale, che doveva essere il suo ideale punto d’arrivo e fu, invece, il suo canto del cigno. Un Mondiale fallimentare (quello di Byron Moreno), un Europeo disastroso (il famoso sputo di Totti e poi il biscotto Svezia-Danimarca) ed una popolarità che calò ai minimi storici, complice l’ostinato rifiuto alla convocazione di Baggio, che nel frattempo faceva meraviglie a Brescia.
Stava inesorabilmente passando di moda, insomma, il vecchio Trap. Nonostante qualche altra buona avventura in giro per il mondo ne rinverdisse ogni tanto l’immagine, offuscata dal rosario e dall’acquasanta che aveva preso a portarsi con sé in panchina.
E di quello finivano per parlare ad ogni intervista, dipingendolo come un Oronzo Pugliese qualsiasi. Almeno fino a quando non deve essersi stufato, e non si è fatto più vedere.

Auguri, Trap.

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La Fiorentina del calcio “yè-yè”, che negli anni di mezzo ci cadde dentro. E seppe interpretarli così bene da vincerci addirittura uno scudetto.

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Ci sono “anni di mezzo”.
Poi ci sono anche gli “uomini di mezzo”, che quegli anni li attraversano.

Come Giancarlo “Picchio” De Sisti; che proprio oggi compie 77 anni.
E che ogni tanto lo rivedo in foto all’Azteca, nel 70. Con le sue gambette corte, al centro del campo, prima di cominciare la battaglia più epica del calcio italiano.
Oppure Capitano della Fiorentina del ’68, data fatale e quanto mai simbolica… La Fiorentina del calcio “yè-yè”, che negli anni di mezzo ci cadde dentro. E seppe interpretarli così bene da vincerci addirittura uno scudetto.
Gli anni di mezzo tra due “dittature”: quella della Grande Inter degli anni 60 e la Juve Bonipertiana degli anni 70… Proprio lì, in quella cesura storica, si inserì la Viola di Picchio De Sisti. E anche il Cagliari del filosofo Scopigno, l’Inter di Robiolina Invernizzi e la Lazio di Chinaglia e Maestrelli.
L’immaginazione al potere, la risata che vi seppellirà… Il “siate realisti, chiedete l’impossibile”, e tutte quelle cose che andavano tanto di moda in quella stagione ormai lontana.
E che adesso fanno quasi sorridere: perchè la moda è passata, ed i suoi eroi hanno i capelli bianchi, e non sono più né giovani, né belli.

Chiarugi, Maraschi, Amarildo. E poi Superchi, Ciccio Esposito e il povero Ferrante… E Picchio De Sisti, che fu il più classico “uomo di mezzo”, in quegli “anni di mezzo”.
La mezzala testuale; l’anello mancante nella catena dell’evoluzione, che affascina così tanto gli antropologi… Il trait d’union tra il medianaccio alla Furino (o alla Bedin) e il “Dieci classico”, alla Rivera.
Meno muscolare di Benetti, meno universale di Tardelli, meno bello di Antognoni. Ma più completo nel condensare tesi e antitesi, e racchiuderle infine in una sintesi di straordinaria efficacia calcistica: lo stesso che saprà fare, tanti anni dopo, Xavi del Barcellona.

Uomini di mezzo, in anni di mezzo.
Anche se pensi che nessuno di quei campioni, oggi, giocherebbe in Eccellenza, con quel fisico lì.
Come Cera. O Rosato, o lo stesso Burgnich, che era alto 1,74 e pesava 71 chili.
O magari è vero il contrario.
Che Facchetti, oggi, avrebbe ginocchia e muscolatura adeguate, allenamenti scientifici, alimentazione studiata e sarebbe ugualmente il miglior terzino del mondo. Che con un centrocampo Bertini-Domenghini-De Sisti-Mazzola (Rivera) saremmo andati in tromba al Mondiale… Dove Gigi Riva avrebbe probabilmente segnato quanto Cristiano Ronaldo.

Non ho mai capito perché Picchio De Sisti non abbia avuto fortuna, come allenatore.
Era partito bene, guidando splendidamente quella Fiorentina che perse lo scudetto all’ultima giornata: quella del gol annullato a Cagliari e degli adesivi sulle automobili “meglio secondi che ladri”.
Poi, la fortuna gli ha evidentemente voltato le spalle.
O, forse, erano finiti gli “anni di mezzo”; e conseguentemente non c’era più spazio nemmeno per gli uomini di mezzo, che quella stagione avevano saputo interpretarla meglio di tutti.

Io l’ho conosciuto, Picchio De Sisti. A Montepulciano, finale nazionale Allievi tra Roma e Milan… Un uomo perbene e simpaticissimo, ovviamente nel giro della FIGC, dove svolgeva ruoli dirigenziali nel settore giovanile-scolastico.
Mi inserirono a tradimento nella giuria che doveva scegliere il miglior calciatore della partita, insieme a lui, a Bruno Conti, a Rivera ed altri personaggi di quel tipo.
“Picchio… Secondo te, meglio premiare il nove o il dieci?” gli chiese a un certo punto Comunardo Niccolai.
Lui dette un’occhiata, ci pensò su, e poi sorrise : “Bravi tutti e due. Comunque, meglio il numero dieci… Che cià la mamma ‘bbona.”.

Auguri, Picchio De Sisti.

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“E la scatolina del Picchi diventa uno scenario magico dove si sta compiendo qualcosa di grandioso e di irripetibile.”

Ho vissuto (e qualcuno deve aver pensato la stessa cosa) una domenica come quelle di quarant’anni fa.

Era da tanto tempo, infatti, che non vedevo una partita di domenica all’Armando Picchi… Il GS degli ultimi otto anni ha eletto il sabato come il suo giorno d’elezione: se n’è impossessato, fino a farlo diventare una specie di rito: e il sabato “a vedere il GS” ha finito per costituire una tradizione irrinunciabile, anche per chi non ne è tifoso.

Ma c’è stato un periodo, una lunga stagione, nella quale il nostro piccolo campo sportivo si è identificato con la domenica, proprio come ieri: e la partita con il Meroni ci ha riportato a vivere sensazioni che parevano dimenticate.

Erano gli anni di un paese molto più popolato, e vissuto, di adesso: avevamo persino una squadra giovanile, allora. Che giocava la domenica mattina e faceva quasi sempre da prologo alla partita del pomeriggio.
Con quella, iniziava ufficialmente il leopardiano “dì di festa”: e dopo aver incitato i ragazzi (allenati da Franco Pavolucci, e prima ancora da Memmo della cooperativa), toccava alla messa in San Pietro, officiata da un giovanissimo Don Sergio, e prima ancora dal leggendario Don Silvano… Lui, ed i suoi nocchini “al selz” con i quali sono cresciute almeno due generazioni.
Poi, il pranzo della domenica in famiglia; un’altra di quelle tradizioni che la centrifuga del progresso ha ormai svilito, fino a farla scomparire quasi del tutto: ma chi ha i capelli ormai bianchi, e una memoria accettabile, ricorda ancora il profumo del sugo sui lunghetti (o sui maccheroni) e del pollo arrosto con le patate, che costituivano un vero “cult”.
Dopo quello, giusto il tempo di un caffè, o di un amaro, e poi via (con la radiolina all’orecchio) verso il camposportivo.
Non esistevano né Sky, né Dazn: non c’era il campionato spezzatino, anticipi o posticipi… Esistevano, invece, Ameri, Ciotti e “tutto il calcio minuto per minuto”, con le partite di serie A tutte in contemporanea, da seguire allupati mentre davanti a te giocava il GS di Lello e Fulvio, di Tonino e del Kap.

La partita finiva e, irrinunciabile, arrivava l’appuntamento con il 90 minuto: Paolo Valenti con tutti i suoi personaggi, Tonino Carino da Ascoli, Luigi Necco da Napoli e Giorgio Bubba da Genova, da vedere rigorosamente alle Acli, con gli immancabili semi salati da sgranocchiare… Al bancone, il Papino, ma anche Fiacca o Dino Testallegra.
Poi, all’ora di cena, un’ultima occhiata a “domenica sprint”, che era un programma fantastico, e poi la chiusura della giornata… Che per qualcuno voleva dire lo sceneggiato sul “canale nazionale” e poi la Domenica sportiva (con Alfredo Pigna, magari) e per i “viveur” una puntata nelle discoteche più rinomate della zona: Apogeo e Garibaldi le più in voga, ma senza esagerare perché l’indomani mattina si ripartiva: e ci aspettavano i banchi di scuola, o i “ceccioli” delle fabbriche del Madonnino.

Ecco.
La partita domenicale di ieri mi ha risvegliato tutte queste sensazioni… Nobilitata da un tempo da lupi che ha reso la partita bella e drammatica, come la tradizione impone.
E da un GS bellicoso e fiero, che ha giocato un partitone al cospetto della prima in classifica, che avrebbe ampiamente meritato di vincere.

E quando il gigante Cedro ha segnato l’uno a uno sotto il diluvio, e i ragazzi in blucerchiato sono andati a raccogliere il pallone dentro la rete per riportarlo immediatamente a centrocampo beh… Quella è stata la parte forse più emozionante dell’intero pomeriggio.

Perché si è visto il carattere di una squadra che rimane indomita e irriducibile, che stringe alla gola l’avversario, e che si esalta quando la pioggia diventa tempesta e il cielo si fa nero. E la scatolina del Picchi diventa uno scenario magico dove si sta compiendo qualcosa di grandioso e di irripetibile.
Soprattutto, che non si accontenta mai, nemmeno di fronte ai primi della classe.

Come succedeva anche nelle domeniche di quaranta e passa anni fa.

Ed è valsa la pena prendere quella groppata d’acqua.

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“Scusa Ameri, qui c’è un nuovo caso in provincia di Piacenza”. “Bene Ciotti, vai pure fino al termine…”. Ma gli effetti economici di questo teatrino saranno devastanti.

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Quando lavoravo in Fornace, questo era il periodo nel quale si apriva la stagione della terracotta.
In questi mesi si concentrava, infatti, il grosso delle vendite, dalle quali dipendeva la salute dell’azienda.

Era un momento molto delicato, che seguivo con grande apprensione, perché il mercato aveva logiche e dinamiche così imprevedibili da renderlo ingovernabile: ed avevo imparato che bastava un marzo appena più piovoso del solito, per esempio, e flettevano gli ordinativi… E mi ricordo della prima Guerra del Golfo, che erano i primi anni novanta: e si diffuse la psicosi della bomba atomica, del passaggio del fronte e di altre robe da fantascienza.
La mia azienda perse due mesi di fatturato, e non li recuperò più.

Ora, questo coronavirus non é un semplice raffreddore: se l’organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme globale, ovvio che siamo di fronte a qualcosa di serio.
Ma noi, come spesso succede in Italia, ci abbiamo messo del nostro, e la tragedia ha preso i contorni della farsa: quella dei supermercati svuotati, tanto per dire, è una roba da terzo mondo.
A questo si aggiunge che oggi si spettacolarizza tutto: dall’omicidio in provincia, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla Pentolaccia in parrocchia che diventa “event” fino alla partita di seconda categoria.

Quindi, figuriamoci se non si spettacolarizza il coronavirus: da sabato scorso, c’è una specie di apocalisse in diretta televisiva dove gli inviati dei vari telegiornali si rimbalzano la linea come ai tempi di tutto il calcio minuto per minuto: “scusa Ameri, qui c’è un nuovo caso in provincia di Piacenza”.
“Bene Ciotti, vai pure fino al termine…”.

Ma gli effetti economici di questo teatrino saranno devastanti.

E ce ne accorgeremo

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“Baggio, che oggi compie gli anni, ha una particolarità che lo rende unico nel panorama calcistico italiano…”

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Baggio, che oggi compie gli anni, ha una particolarità che lo rende unico nel panorama calcistico italiano. Oltre ad essere, probabilmente, uno dei migliori calciatori (qualcuno dice il migliore) degli ultimi quaranta-cinquant’anni.
La particolarità è che non lo associ ad una maglia. Mi spiego: pensi a Rivera, e ti viene in mente la maglia del Milan, pensi a Mazzola e te lo immagini con la maglia dell’Inter, e così via…. Del Piero con quella della Juve, Chinaglia con quella della Lazio, Antognoni con quella della Fiorentina eccetera eccetera fino a Udovicich con quella del Novara.
Baggio no. Né con quella viola, né bianconera, né rossonera o nerazzurra (ha giocato in tutte le grandi squadre)… E neanche con quella del Bologna o del Brescia. Quando pensi a Baggio, te lo immagini sempre e comunque con indosso la maglia azzurra della nazionale italiana. Che è un particolare curioso, appannaggio di quasi nessun altro campione se non (forse) Paolo Rossi.

Vero che Baggio ha lasciato un segno indelebile in ogni squadra dove ha giocato. Ma è altrettanto vero che ogni suo passaggio si è lasciato dietro un non so che di amarognolo: un retrogusto non sempre gradevole che la sua statura di fuoriclasse forse non meritava…. A Firenze, con le polemiche per il suo passaggio alla Juve. Alla Juve, che cominciò il suo ciclo vincente con la sua cessione. Al Milan, dove fu poco più di una meteora e poi a Inter e Bologna, dove il buono si annacquò con le polemiche roventi avute con Lippi e poi con Ulivieri.
Baggio è stato un campione favoloso e mai compiuto, in questo senso. Ai Mondiali del 90 giocò il minimo indispensabile (lì fu Vicini a prendere un abbaglio colossale). Nel 94 per poco non li vince da solo (sbagliando però il rigore decisivo), nel 98 fu uno dei pochi a salvarsi, nel 2002 non partecipò perché, si sussurrava, “avrebbe fatto ombra a Totti e Del Piero” , stelle assolute della spedizione in Corea.
Un talento magnifico, mai compreso fino in fondo. Forse anche per quel modo tutto suo di essere una star. Con uno stile discreto, silenzioso, mai roboante nè eccessivo. Ricordo che ad ogni appuntamento importante (i Mondiali, o gli Europei) la convocazione di Baggio occupava sempre la prima pagina dei giornali con un’insistenza che alla fine risultava insopportabile. E ricordo Trapattoni, invitato dalle Terme di Chianciano (per non ricordo quale manifestazione), che ebbe un moto di stizza quando anche l’inviato del Corriere di Arezzo si alzò e gli pose la sempiterna domanda “Ma Baggio lo convoca o no?” .
Non ce lo siamo goduti Baggio, verrebbe da dire adesso. Non ci siamo goduti fino in fondo le sue giocate, i suoi numeri, la sua classe…. Abbiamo sempre ingombrato il panorama con mille inciampi, che forse non era il caso. La gente gli ha voluto bene, l’ambiente forse non gliene ha mai voluto troppo… E quando dico ambiente dico calciatori, allenatori, dirigenti e giornalisti. Probabilmente era uno spirito libero, oltreché un grande campione. E questo,in certi ambienti, è un peccato mortale.
Buon compleanno, Codino (soprannome di una bruttezza tartara, ma lo chiamavano così). Avercene adesso, di gente come lui….

Baggio

Pantani. Lasciarsi morire, fu il passo più logico. Tragico quanto volete. Ma andò così.

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Si può anche rimanere indifferenti alla parabola di Marco Pantani. Nessuno ci obbliga a provare pietà, compassione, tenerezza o altro.

L’Italiano sa essere generoso, ma in generale, bada al sodo: è un intrepido moralista, quando deve giudicare il prossimo, e non esita a foderarsi di cinismo, quando gli conviene.

Quando penso a Marco Pantani, per esempio, mi tornano in mente quegli attempati frequentatori di discoteche anni 70-80, che ad ogni bella ragazza che passava davanti avevano un solo, ed invariabile commento: “Ah, questa vorrei proprio vederla la mattina, appena sveglia”.

Non avevano mica tutti i torti.
Perché quelle donne riuscivano davvero irresistibili, ma con una bardatura di trucco e il parrucco che le faceva apparire più belle di quanto non fossero realmente.
La vera bellezza, secondo quegli strampalato personaggio, si collaudava invece la mattina presto, appena alzati dal letto. Quando si parte tutti alla pari, e non ci sono artifizi di sorta.
Nei film degli anni cinquanta, la chiamavano bellezza “acqua e sapone”.

Pantani era, probabilmente, una di queste bellezze.
Forse la bellezza più sgargiante, finchè si parla di bellezza “acqua e sapone”: nel senso che se il ciclismo fosse stato pane, salame e al massimo lo zabaione Pantani avrebbe probabilmente oscurato tutti: da Ullrich, a Indurain, a Virenque, ad Armstrong.

Purtroppo il ciclismo, in quegli anni, aveva smesso da un pezzo di essere pane e salame (e forse non lo era mai stato): così, anche il leggendario Pirata si era dovuto adattare.
Aveva, insomma, dovuto ricorrere al rossetto e al fondotinta, come le tante maliarde da balera che affollavano giriditalia e tourdefrance.
Non avesse fatto così, qualsiasi scalzacane di retrovia (ma con l’Epo a 49,9) lo avrebbe lasciato sulle ruote alla prima collinetta, come effettivamente successe quando tentò di rientrare al termine della squalifica.

Pantani ha pagato tutto questo.
Lui, da solo.
Non è questione solo di umana debolezza, o di fragilità… Nessuno di noi avrebbe resistito a quello sconquasso emotivo di Madonna di Campiglio, e tutti i perché che quelle analisi si portarono dietro.
Si fece strada, forse, l’idea che una vita così profondamente ingiusta non valesse nemmeno la pena di essere vissuta.

Lasciarsi morire, fu il passo più logico.
Tragico quanto volete.
Ma andò così.

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