Rensenbrink. Fa male sapere che se n’è andato anche lui.

Renzen-brinzi.

Laddove “Renzen” era Renzo Formichi: quello che stava a Montepulciano, teneva l’Inter e in estate passava le vacanze in paese… Da nonna Angiolina, che aveva gli occhiali come l’attore Mario Carotenuto e la casina con la loggetta, proprio dietro la Piazzola.

Il “brinzi”, non ve lo dico. Ma ve lo lascio immaginare.
Quando avevamo dieci anni, e si serviva messa tutte le domeniche, il “brinzi” era una parola proibita: anzi, era la parola proibita per eccellenza, e ovviamente ci piaceva proprio per questo.
Perché era l’età delle prime scoperte, anche in quel senso lì: e quando al cinemino della Società Operaia mettevano fuori i manifesti dei film vietati ai quattordici, facevamo la corsa per andare a vederli.

Ma non era solo questione di Renzo e del “brinzi”.
Quella squadra che tanto ci affascinava, perché aveva le maglie arancioni e vinceva sempre, aveva un sacco di nomi bellissimi, esotici e perfetti per essere storpiati.

Rep diventava “Beppe”, che solo in Piazzola ce n’erano tre (e uno era mio babbo), e oggi in Piazzola non ci abita più nessuno, e ci sono solo case vuote.
Haan diventava “Anna”: come la mamma di Graziano, Lello e Michele, ma anche come la sorella di Tonino, che di lì a poco avrebbe conosciuto Mauro, che faceva il pompiere a Siena. E presto ci si sarebbe fidanzata “in casa”.

Krol, che diventava “Grol”.
Da “grollo”, che era un’altra parola un po’ così e indicava il moccio. Quella sostanza molliccia che ci faceva regolarmente compagnia, sotto il naso. E per impressionare le bambine, c’era qualcuno che se lo mangiava.

Rijsbergen, il biondo. Jongbloed, il portiere-tabaccaio che giocava con la maglia gialla numero otto, e quando finiva la partita, andava a vendere le sigarette. Proprio come Carnera e Rossino, che avevano la bottega in piazza: e potevi comprarci le Nazionali semplici, le Alfa ma anche il cacio, il sale e persino l’anguilla, perché i negozi di paese, una volta, vendevano di tutto.

“Facciamo che io, oggi, sono Bananeghens”, disse una mattina Stefano. E si riferiva a Frank Van Hanegem, “il gobbo”, che di quella squadra era il cervello di centrocampo. Sortendo lo stesso effetto comico del Pianigiani, quando faceva l’intenditore del cinema.
“Bravo, quell’attore americano…”
“Quale?”, gli chiedevano.
“Quello che si chiama Starring… Non c’è film dove non gli trovino una parte.”

Ecco.
Quella era la nostra Grande Olanda.
Cruijff, Neeskens, ma soprattutto “Grol”, “Beppe”, “Anna”, “Bananeghens” e tutti quei campioni che ci ricordiamo ancora, e sono passati quasi cinquant’anni.
E, ovviamente, “Renzen-Brinzi”.
Che aveva il nome più carino di tutti.

Fai male sapere che se n’è andato anche lui.

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Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.

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Oggi il grande Ricardo Zamora avrebbe compiuto gli anni.
Sarebbero stati centodiciannove, fosse ancora vivo (!). Lo ha detto la Radio, due minuti fa. In Spagna, Zamora è una leggenda, ma chi mastica un pochino di pallone sa che si parla di un personaggio straordinario: come straordinari ci sembrano adesso tutti i campioni degli anni venti o trenta, quando il football era ancora bambino e usciva ammantato di storie e leggende così candide e ingenue da sembrare le favole prima di addormentarsi.
 
Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.
Mi metto nei panni di un appassionato dell’epoca e provo a immaginare come poteva arrivarmi, allora, l’immagine di uno Zamora (o di un Sindelar, di un Planicka, o dei fenomenali “forward” inglesi) senza l’ausilio della televisione. Con il solo filtro delle cronache dell’epoca, curate da favolosi giornalisti-letterati di stile quasi ottocentesco che descrivevano le partite con una prosa a metà strada tra D’Annunzio e le lapidi dei Caduti in guerra.
 
Le poche immagini che abbiamo (dai Cinegiornali Luce) ci fanno vedere buffi ometti in bianco e nero che corrono velocemente (per via della pellicola), azioni frammentate dove si capisce quasi niente di cosa succeda… Ma evidentemente bastavano per stuzzicare la fantasia della gente che proprio allora cominciava ad appassionarsi al calcio: non ancora popolare come il ciclismo, o la boxe, ma in procinto di diventarlo.
Un po’ perché l’Italia, in quegli anni, era una squadra formidabile (due Mondiali, un’Olimpiade e altri trofei Internazionali), molto perché i calciatori piacevano… O forse il segreto stava proprio nel fatto che erano così “lontani” e inarrivabili. Nessuno li vedeva, ma a leggere le loro gesta dovevano essere proprio gente degna del Prode Orlando e degli Eroi della “Chanson de Geste”.
 
Meazza, “Il Balilla”. Lo sfondareti “Piola”, e poi tutti i campioni stranieri: soprattutto i “Danubiani”, che insegnavano calcio a tutto il mondo, e gli Oriundi del Sudamerica come Orsi, Monti o Cesarini. Che giocavano nell’imbattibile Juve del quinquennio, ma la notte si davano un gran daffare anche nei “Tabarin”. O il grande Attila Sallustro, che a Napoli era tra i pochi a possedere un automobile, e una soubrette del Varietà finì anche per sposarla.
 
Ricardo Zamora pareva, all’epoca, l’equivalente di un mostro a tre teste. Circondato dall’aura mistica delle fantasie che arieggiavano intorno alle sue imprese e dal classico “basco” in testa (al quale nessun portiere, allora, rinunciava).
Fu il nostro incubo nel 1934, in quel Mondiale che Mussolini pretendeva vincere per innalzare al mondo “le glorie sportive dell’Italia risorta” (sic): e la Spagna (che ci toccò nei quarti di finale) si dimostrò un osso durissimo. Si giocò a Firenze, e più che una partita fu una mattanza, perché gli Spagnoli passarono in vantaggio e Zamora parò il possibile e l’impossibile… Per pareggiare fu necessario un “furto” di Ferrari, che tirò in rete mentre Meazza commetteva la più abominevole delle cariche sul portiere, impedendo di fatto l’intervento dell’imbattibile campione.
L’arbitro (assai casalingo) sorvolò, e concesse la segnatura.
Finì 1-1, e nella “ripetizione” del giorno successivo (i rigori non li avevano ancora inventati), Zamora non c’era più. Al suo posto, un certo Nogues, che ne prese misteriosamente il posto e non potè che inchinarsi al destro di Meazza, con il quale l’Italia vinse 1-0.
 
Si parlò di un infortunio. Cose mai chiarite del tutto.
Parlarono addirittura di una concitata telefonata notturna tra i Ministeri degli Esteri per “contrattare” l’assenza di quel fenomenale portiere in campo, all’indomani. E pare che la spuntò l’Italia, che aveva un po’ di grano in eccedenza e buoni addentellati con il Governo di Madrid (alle prese con notevoli beghe interne, peraltro).
 
Così, l’Italia vinse il suo Mondiale. Battendo anche la grande Austria, e poi la Cecoslovacchia in finale.
Di certo, quella partita con la Spagna resta ammantata nel mistero, ma anche grazie a quel mistero la fama del grande portiere crebbe a dismisura. E anche per questo, bastavano due immagini confuse di Cinegiornale, per dargli la dimensione di un eroe omerico.
Le leggende sportive nascevano così. .
 
Tanti auguri, allora.
Senor Zamora.
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Anastasi: simbolo di una squadra che Boniperti aveva inventato dal nulla, e che si avviava a dominare gli anni settanta.

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Lo vedemmo, dal vivo, nell’autunno del 1978.

Anzi, a dire il vero ci eravamo andati apposta.
Solo per vedere lui.
Pietruzzo.

Perugia-Ascoli, tre a zero: ma era la squadra dell’imbattibilità, quella. E Speggiorin, Dal Fiume, Casarsa mi parvero dei fenomeni assoluti… Anastasi, invece, mi sembrò il classico leone spelacchiato nel circo da quattro soldi; quello che mettevano nelle locandine per attirare la gente, ma poi ruggiva così poco e così male che alla fine, più che paura, ti faceva quasi tenerezza.

Era il Pietruzzo di fine carriera, ormai: disfecciato in provincia, ma che valeva ancora una trasferta in 127 fino al Renato Curi, che all’epoca era un viaggio non da ridere.
Triste e ciondolante, Anastasi non aveva più nulla del fenomenale attaccante che furoreggiava nelle figurine Panini.
Erano tempi dove la faccia di un calciatore identificava e rappresentava la squadra di appartenenza, e mi ricordo un concorso a premi del cioccolato Duplo e delle merendine Brioss dove c’erano Rivera per il Milan e Mazzola per l’Inter; Bulgarelli per il Bologna e Juliano per il Napoli.
E per la Juve avevano scelto proprio lui: Pietruzzo.
Lui, e non altri.
Simbolo di una squadra che Boniperti aveva inventato dal nulla, e che si avviava a dominare gli anni settanta.
Anastasi, di Catania, e Furino, di Palermo. E il pugliese Causio, il sardo Cuccureddu, e persino il calabrese Longobucco: tutti ragazzi del sud, a creare una “liaison” tra la nuova Juve che stava nascendo e l’Italia che stava tumultuosamente cambiando; e doveva molta della sua fortuna agli emigranti che salivano al nord con la valigia di cartone.

Anastasi e Bettega: giovani e belli. L’uno, mediterraneo, furbo e veloce, l’altro elegante, regale e un po’ “gianduia”.
Anastasi svelto di piede, Bettega specialista nelle acrobazie: pure loro gemelli del gol, in una Juve dalle maglie bellissime, e in un’epoca assai feconda di grandi attaccanti. Assecondati dall’estro di Causio, dalla classe di Capello (o di Helmut Haller) e dalle sgommate di Oscar Damiani: e quando non bastavano loro, entrava Altafini negli ultimi venti minuti e risolveva la questione.

Poi, qualcosa si ruppe.
E la Juve, sempre poco misericordiosa con chi non osserva la sua regola da caserma sabauda, lo mise alla porta abbastanza brutalmente.
Si interruppe, cosi’, quella love-story che pareva infrangibile, e decollò un’estate di calciomercato addirittura epocale: Anastasi (e Capello), a Milano. Boninsegna (e Benetti) a Torino.
“Stavolta Boniperti l’ha combinata grossa…”, si disse.
Invece, nacque una delle squadre più formidabili di sempre: la Juve di ferro tutta italiana… 51 punti contro i 50 del Toro. E poi la Coppa Uefa, nella terribile notte di Bilbao.
L’Anastasi nerazzurro, invece, fu una delusione: una serie di infortuni ne accelerarono il declino, e a trent’anni era già un ex calciatore.

Il Pietruzzo che i miei occhi di ragazzo videro quel pomeriggio a Perugia, infatti, non valeva né il prezzo del biglietto, né la benzina, e nemmeno il disturbo di un viaggio che fu comunque impegnativo, per essere il 1978.

Però, ( e questo me lo ricordo bene) lo stadio Renato Curi era insolitamente pieno. Perché, evidentemente, quel vecchio, spelacchiato leone continuava ad avere un suo fascino, anche se adesso ruggiva sfiatato in un circo da quattro soldi.
Detti un’occhiata agli spettatori intorno a me, ma non vidi né Perugini né tantomeno Ascolani.
Vidi, invece, tantissimi tifosi della Juventus.
Che quando il vecchio, e ormai inadeguato, Pietruzzo Anastasi riusciva a toccare decentemente un pallone, lo riempivano di applausi e di incoraggiamenti.
E nonostante tutto, tornarono a casa felici.

Perché era un calcio, quello, dove una calciatore aveva quasi il dovere di rappresentare la sua squadra.
E quindi, era più facile affezionarsi.

Ti sia lieve la terra.

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Grandeur, senso dell’onore e un ciccino di supponenza…Don Alfredo Di Stefano, i segni distintivi del Madridismo li ha incarnati tutti.

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Se c’è una cosa da apprezzare del Real Madrid, è che sono gente “che ci tiene”.
Hanno una storia, una tradizione, un prestigio ed un orgoglio: e li ritengono importanti… soprattutto, roba che non si mercanteggia.
Poi, magari, ci lucrano anche loro, e ti rifilano magliette, asciugamani e serviti da caffè, ma di fondo il “Madridismo” è una cosa seria. Sentita.
Al funerale di Boskov, tanto per dirne una, la sua prediletta Sampdoria inviò di controvoglia un consigliere vicario e un paio di telegrammi. Il Real sbarcò con una delegazione di una ventina di persone tra cui dirigenti, tecnici ed ex calciatori, Butragueno in testa.
In più, la sua statura di calciatore gli ha permesso alla fine di diventarne una specie di “santino”. E se non un “Santino” (che suona male), senz’altro un punto di riferimento per tutti: dirigenti, tifosi e calciatori. E quando nella loro sontuosa campagna acquisti sbarcava un “galacticos”, che fosse Figo, o Zidane, o Cristiano Ronaldo, tutti a pendere dalle labbra di Don Alfredo, e del giudizio che avrebbe formulato. Pur oltraottantenne, era una specie di cassazione: “bueno” sussurrava il vegliardo, e tutto il Bernabeu tirava un sospiro di sollievo.
Non stiamo a elencare chi era Di Stefano come calciatore.
Nessuno di noi lo ha mai visto giocare, se non in rari fotogrammi in bianco e nero di cattiva qualità. Ci fidiamo a scatola chiusa dei risultati e, soprattutto, delle vittorie ottenute. E anche del giudizio di chi, invece, lo ha apprezzato dal vivo: Gianni Brera, per esempio, lo considerava il più bravo di sempre: addirittura superiore a Pelè, a Maradona e a tutto il resto… Perché al “maestro” piacevano i calciatori completi, non solo il grande goleador. E Di Stefano era prima di tutto quello, un direttore d’orchestra. Di un’orchestra sublime, d’accordo (che tale era il Real degli anni 50) , ma pur sempre bisognosa di un leader. C’erano Gento, Kopa, Puskas, Rial, Santamaria che suonavano melodie, ma il primo violino rimaneva Don Alfredo.
La sua storia, poi, è addirittura romanzesca. Chi ama la letteratura latinoamericana può divertirsi con gli aneddoti della famosa “Maquina”, come era soprannominato il River Plate degli anni 40. Uno squadrone che vinceva tutto e che aveva in attacco Lostau, Labruna, il giovane Di Stefano, Moreno e il celeberrimo Adolfo Pedernera. Fate conto una linea, dal sette all’undici con Messi, Cristiano, Ibra, Robben e Falcao… Chi ha visto giocare “La Maquina” giura, senza mezzi termini, che quella, e non altre, sia stata la più formidabile meraviglia mai vista su un campo di calcio.
E’ vero che da quella parte del mondo tendono sempre ad esagerare: ma è il loro bello, almeno dal punto di vista della letteratura sportiva.
Poi la fuga in Colombia, dai Millonarios di Bogotà (che pagavano in smeraldi) e l’epopea del grande Real, con le cinque coppe di fila, risultati da fantascienza ma anche un potere politico-sportivo fortissimo. Così prepotente che la Fiorentina di Sarti-Magnini-Cervato fu letteralmente gambizzata dall’arbitro, nella drammatica finale del 57 (127000 spettatori!).

Se il paradiso esiste, adesso ha una gran linea d’attacco.

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E perché lo sport è l’unico posto dove non si muore mai, e nessuno ti dimentica.

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“Ho vissuto tutte le morti”, disse una volta Hermann Hesse.
Sono morto come albero, e come petalo di rosa… Come insetto e come nuvola. Come battito d’ali di uccello, e come arcobaleno.

Voleva dire, forse, che ogni morte ci diminuisce. Anche se non ci riguarda da vicino.
Perché c’è stato un momento, da qualche parte della nostra vita, dove anche Davide Astori ha contato qualcosa.
Quando hai trovato la sua figurina, magari… O quando hai apprezzato una sua bella chiusura, un salvataggio nella linea di porta, un intervento pulito in scivolata. O quella volta che lo hai visto in foto, nel giornale, che si era vestito da Babbo Natale, e portava i regali ai bambini del Meyer.

Tutte le morti ci riguardano. Perchè nessun uomo è un’isola..
Io mi ricordo di quando ero piccolo, e morirono Pasolini e Saarinen. Che erano due motociclisti con il casco e gli occhialoni, come usavano una volta… Era la stessa domenica del Milan che perse lo scudetto a Verona, e noi provavamo il primo senso di vuoto che può dare una morte.
E che anche un campione, alla fine, è un uomo come gli altri.

Lo stesso senso di vuoto di quando morì Pantani. E De Andrè, e Lucio Battisti. Il Presidente della Sampdoria Paolo Mantovani, Gianni Brera e Scirea… Indro Montanelli, Elvis e Pertini. Eduardo, e Enzo Bearzot.
Gino Bartali, naturalmente. E Freddy Mercury, anche.
Mi ricordo di Ronnie Peterson, che morì guidando la Lotus nera, quella che aveva la scritta in oro John Player Special. Ed era la macchina più bella che avessimo mai visto.
Ayrton Senna, che ci morì davanti agli occhi, in diretta tv. E Gilles Villeneuve, che ci spezzò il cuore… E la notizia arrivò alla stessa ora, più o meno, del Capitano della Viola.

Ho trovato sublime il gesto della Fiorentina, che ogni tanto si ricorda di rappresentare, per la sua gente, qualcosa di molto più profondo di una semplice squadra di football.
Non mi sembra mai fuori luogo, quando si ritira una maglia. E mi commuovono i cori dei tifosi, e le sciarpe e le candeline ai cancelli dello stadio.
In genere, detesto la retorica. In tutti i campi, tranne che nello sport.
Perché lo sport è il nostro luogo delle fragole, e spesso penso che la retorica contribuisca a renderlo ancora più magico.
Trovo bellissimo quando a Old Trafford cantano in onore di George Best, e mi commuovono i tifosi granata che il 4 maggio salgono a Superga a deporre un fiore per il Grande Torino.
Mi piace che ci sia un museo con la maglia originale di Obdulio Varela, che guidò l’Uruguay ai Mondiali del 1950. E che nel mio paese organizzino da più di trent’anni un torneo per Fulvio Benvenuti.
E che davanti ad Anfield Road ci sia la statua di Bill Shankly; che veniva dalle miniere della Scozia, aveva fatto la guerra e poi fu l’inventore del più grande Liverpool di tutti i tempi.
“Ha fatto felice tanta gente”, scrissero nel piedistallo.

Ti sia lieve la terra, Davide Astori.
Capitano dell’A.C.Fiorentina.
Di Firenze.

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Il Corinthians era campione.Ma il Dottore era passato ad altra dimensione. Di domenica, naturalmente.

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Un giorno al Pacaembu. Un grande semicerchio e undici
pugni chiusi alzati.
Prima che costruissero il Maracana, il Pacaembu era il
più grande stadio del Brasile. Nei Mondiali del ‘50 il
Brasile ci pareggiò 2-2 con la Svizzera. Non una sorpresa
assoluta: son pochi a saper giocare contro quelli forti come
gli svizzeri. San far gruppo sul terreno come nessuno, e
infatti sino alla battaglia di Marignano hanno avuto la
miglior fanteria del mondo. Flavio Costa, “o mister”, indispettito dai fischi, giurò che a San Paolo non ci sarebbero
tornati mai più in quella edizione del Mondiale.
Nemmeno questa una sorpresa.
A San Paolo sanno di essere succeduti a Buenos Aires
come capitale culturale del Sud America. Oggi hanno la più
alta percentuale di teatro per abitante del mondo nella zona
centrale della città.
Hanno tutto perché ci sono venuti tutti e chi viene porta
sempre qualcosa. La loro cultura per esempio. Se siete praticanti o vi piace il ju jitsu di stile e concezione brasiliana, lo
dovete al fatto che i giapponesi vi hanno fondato la più grande
japantown lontano dalle isole; e il giovane e gracile
Gracie ha cominciato a frequentare quelli che eran disponibili
a trasmetterne una frazione di quella cultura.
Le Idee per esempio. E le Idee non le fermi con un’arma
e nemmeno con tante altre cose.
Il Brasile è una terra fertile per le Idee. Una serra calda
dove farle crescere. E trasformare.

Le navi di Sua Maestà partivano da Southampton e sbarcavano a Santos. Il calcio è penetrato così. E quando è stato osservato per la prima volta, in Brasile hanno intuito che ne avrebbero fatto molto più che un gioco. Come per cinquant’anni lo avevano pensato gli inglesi, ai quali si deve la sua stessa invenzione.
I neri e i meticci han fatto il resto. E nel farlo diventare
una rappresentazione del loro esistere, hanno anche intuito
che lontano da alcuni dei valori dell’uomo non poteva restare.
Normalmente son mondi che non collidono o, se lo
fanno, rimbalzano.
Non in questo caso.
Quella che state per leggere è una di quelle storie che
non ha i requisiti richiesti per essere una storia di calcio. E
infatti lo è solo marginalmente. Imparerete ad affezionarvi
ad ogni personaggio come in un film che vi strattona prima
e commuove poi.
Fino a che dovrete fare i conti con lui, il Dottore.
Non è detto che vi piaccia per forza un uomo con le sue
caratteristiche, ma non può lasciarvi indifferente.
Uno che pensava si dovesse giocare in nove e che aveva
detto che sarebbe voluto morir di domenica col Corinthians
campione… e tante altre cose che non hanno cittadinanza
nelle storie di calcio. Il Corinthians è stato fondato ad una
fermata d’autobus, e se nasci così non puoi pretendere d’aver
una storia come le altre.
Il libro lo potreste anche leggere nell’altro senso, tanto
sembra ammantato nella circolarità del pensiero orientale
che tanto affascinava il Dottore. Tutto quello che non conosceva lo affascinava, come per esempio che ne sarebbe stato di un gruppo d’uomini che avessero fatto guardare il calcio, ma soprattutto al calcio, in altro modo.
Vi accorgerete presto che sarete diventati parte della torcida
corinthiana, la stessa che a ogni partita interna srotola il
grande gonfalone che raffigura Ayrton Senna.

Altra storia senza eguali.

Ecco perché i bianconeri a metà campo quel giorno al
Pacaembu avevan tutti la testa bassa e il pugno alzato come
il Dottore quando celebrava i suoi gol. Il Corinthians era
campione ma il Dottore era passato ad altra dimensione.

Di domenica, naturalmente.

Buona lettura.
Federico Buffa

Coppi: e’ lui il più grande. Di tutti i tempi

Se ne sono andati tutti.
Quelli che tenevano per Coppi. E ne parlavano come si parla della Madonna.

Sono quelli che mi hanno cresciuto, tra i tavolini del bar del paesello. Che ho visto forti e irraggiungibili, nella loro maturità di uomini, e adesso vado a portargli un fiore.
Molto raramente, purtroppo.
Meravigliandomi sempre del tempo che passa: “Ohè, possibile che Otello sia morto da vent’anni?”.
Sembra ieri.

Io ci sono cresciuto. Con loro, e con Fausto Coppi.
Che non ho mai visto correre, intendiamoci. Ma a forza di sentirmelo raccontare, mi sembrava di averlo davanti.
Perché Coppi era come se fosse sempre lì, in fuga sull’Izoard.
Veniva fuori ad ogni colpo di pedale di Moser, Saronni, Battaglin, Baronchelli, che erano i campioni della mia gioventù.
E anche di fronte alle loro vittorie più epiche o alle imprese più mirabolanti, saltava fuori puntualmente il “Eh, ma Coppi era un’altra cosa…”. Seguito da un piccolo sospiro, come a voler sottolineare quello che ci eravamo persi.

Coppi non si batteva.
Sarà stato per la magia che sprigionavano le radiocronache dell’epoca e i cinegiornali Luce. O magari il ricordo struggente di un tempo che fu di sofferenza, ma anche di grandi sogni.
O, semplicemente, quella fine tragica che ne ingigantì l’epopea. Come il Grande Torino, che però non esercitava lo stesso fascino; forse perché il ciclismo era di gran lunga lo sport più popolare: il calcio veniva molto dopo, insieme al pugilato e alle automobili che correvano la Mille Miglia.

Coppi, per quella gente (la mia gente) era un Dio. In cima ad un Olimpo senza tempo.
Per Memmo e per Vasco. Per Romeo e Giacinto, che si tiravano la farina al termine della tappa. E per Toppa, Gigi, Giancarlo di Genova e Cencio. E anche per il povero Alberto, che gli somigliava vagamente.
E mi piace pensare che sfruttasse quella somiglianza per accaparrarsi le più belle, quando arrivava il fisarmonicista in piazza.
In un muro nascosto del mio paese ho notato, intatto, un “W Coppi”, vergato in gesso chissà quando e chissà da quale mano.
L’ho trovato commovente.

E ricordo Ferruccio, che si commosse quando venne a sapere della morte di Bartali.
Lui, che era un Coppiano di ferro: E lo era talmente tanto da non chiudere occhio per giorni, dopo l’emozione del ‘53; quando Fausto staccò Koblet sullo Stelvio.
Capiva, nella sua semplicità, che quel mondo stava tramontando.
Dopo Coppi, si era spenta anche la stella di Bartali, il grande rivale.
Presto, sarebbe toccato a loro.

Così è stato infatti.
Se ne sono andati tutti, o quasi.
E alla fine è grazie a loro se anche io ho finito per idealizzare Fausto Coppi. Pur non avendolo mai visto correre.

E’ bello sentir parlare di Mohammed Ali e di Ayrton Senna. Di Michael Jordan, di Pelè e di Maradona: ma è ovvio che stanno tutti, inevitabilmente, un passo indietro.
Perché prima di loro ci sarà sempre Fausto Coppi.

E’ lui il più grande.
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Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.” Adesso, forse, sono di nuovo insieme.

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Non ho fatto in tempo a veder correre Raymond Poulidor.

Quando ho cominciato ad amare il ciclismo, “PouPou” aveva già smesso, o quasi.
Rimaneva la sua biglia, dalla foto un po’ sbiadita, ma nessuno voleva giocarci; né con la sua, né con quella di un “certo” Charly Gaul che era addirittura raffigurato in bianco e nero.
D’altronde, un bambino non ha mai l’esatta percezione del passato, e di esso non può avvertire né la magia né le suggestioni; ricordo quando la Panini, in un album, dedicò uno spazio alle “vecchie glorie”, che però non ottenne nessun successo… Tre figurine di Sivori non bastavano per Mascalaito del Verona, e per mollare Cereser del Toro ci volevano Schiaffino, Nordhal e John Charles.

E’ per questo che essersi persi Raymond Poulidor, ragionando da adulti, è stata (sportivamente parlando) una bella sfortuna.
Senza offendere la sensibilità di nessuno, e solo per dare un’idea, “PouPou” doveva essere un tipo alla Claudio Chiappucci. La differenza, come sempre accade quando ci sono di mezzo le biciclette, la fa il romanzo, se non addirittura l’epopea… Poulidor apparteneva, infatti, ad un ciclismo ancora magico; nel suo caso, quello che accompagna il boom economico ed è ancora lo sport più popolare di tutti.
Chiappucci arriva negli anni ottanta-novanta; dove si largheggia con l’Epo, e il consumo di steroidi sembra quello della spuma bionda ai tempi del Bar di Ofelio.

E poi c’era Anquetil. Con quella faccia da figlio di papà.
Meglio ancora: con quella faccia da ragazzo un po’ strafottente, figlio di un’Europa che si è ormai liberata dalle macerie della guerra e sembra lanciatissima verso un inarrestabile progresso economico e sociale. Poulidor, invece, ha la faccia più spigolosa e meno “pulita”: viene dalla campagna (nel suo caso, dall’Aquitania) e probabilmente ha sofferto di più. Ha la faccia di uno che se scoppia un incendio in piena notte, scende in strada con il secchio e comincia a dare una mano.
Anquetil ha la faccia di uno che apre svogliatamente gli occhi, poi si gira dall’altra parte e continua a dormire.

Siamo nel bel mezzo degli anni sessanta: Anquetil vince tutto, anche le tombole in parrocchia. Poulidor non vince niente, nemmeno il privilegio di indossare, fosse solo per un giorno solo, la maglia gialla.
Eppure, e qui si racchiude tutta la magia del ciclismo, tra i due non c’è partita; e chi ha più tifosi è nettamente Pou-Pou, “il coraggioso”.
La loro rivalità insaporisce il Tour: non raggiungerà i livelli di Coppi e Bartali perché in certe cose gli Italiani non si battono (dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini), ma fornirà agli appassionati pane e companatico per tante stagioni sportive.
Anquetil è un predestinato, Poulidor è l’uomo che suda. Anquetil (come Coppi) è Apollo, il preferito degli Dei. Poulidor è Prometeo, che regala il fuoco agli uomini. Come Bartali.
Al Puy de Dome, nel 64, va in onda la scena più epica della loro carriera, e forse di tutto il ciclismo: una montagna da scalare, una lotta gomito a gomito e, in palio, il Tour de France.
La spunta Pou-Pou, tra il delirio della gente ai bordi della strada che si rotola per terra e della Francia intera, che si ferma per seguire il duello in televisione.

Poi, il Tour lo vincerà Anquetil, che sfrutterà l’ultima tappa a cronometro… E’ la stessa birbonata che la Gazzetta dello Sport combina regolarmente a Bartali, ad ogni Giro d’Italia: “Se vu’ mettete duecento ‘hilometri di ‘ronometro, i’Ffausto parte ‘on cinque minuti di vantaggio sugli altri”.
Nacque lì il famoso “Tutto sbagliato, tutto da rifare”: ma Coppi correva per la Bianchi, e per i più grandi sponsor dell’epoca. Bartali correva per se stesso; al massimo, per la Madonna Santissima del Rosario.
Che di soldi, non ne portava.

Raccontano degli ultimi giorni di Anquetil, sul letto di un ospedale parigino. Ha poco più di cinquant’anni ma è visibilmente a fine corsa, consumato da un cancro che lo sta portando via. Improvvisamente, gli è montata su’ un po’ di nostalgia, e la voglia di rivedere (per l’ultima volta) il suo vecchio rivale.
Che, ovviamente, accorre al capezzale: e insieme trascorrono una giornata intera a commuoversi, raccontando delle mille tappe del Tour, delle montagne, delle volate, della gare a cronometro e di quel duello al Puy de Dome che, un giorno, seppe emozionare la Francia intera.

Pou-Pou, che è un uomo buono, si congeda solo a tarda sera con le lacrime agli occhi: “Ce la farai”, gli sussurra.
Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.”

Adesso, forse, sono di nuovo insieme.

Ti sia lieve la terra.

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Raccontano (ma forse è una leggenda) che il colpo di grazia alla DDR e a quel Muro ormai barcollante fu proprio la notizia di Sparwasser, il loro calciatore-icona che stava fuggendo verso l’occidente…

A chi quel mondo non l’ha vissuto, è persino difficile raccontarlo.

A chi l’ha vissuto, spero non venga mai la tentazione di considerarlo un mondo perfetto: magari sotto un prisma che ne deforma il ricordo, edulcorandolo con la nostalgia.
C’era il PCI, che era un monolite ben oltre il 30%, e c’era la DC che insieme all’area cosiddetta “laica”, arrivava ad una maggioranza assai larga: ben oltre il cinquanta più uno necessario per governare (anche se poi i governi duravano pochissimo).

Ma c’era anche allora (e forse più di adesso) un sacco di gente politicamente fanatica, e pericolosa. E su certe cose, vi garantisco che non c’era da scherzare, tanto che il famoso Muro di Berlino (con tutto quello che ci girava intorno) lo costruirono proprio per quel motivo.

Anni di discussioni furibonde, anche al bar. Durante le Olimpiadi del 76, Gigi sosteneva che le atlete sovietiche si drogavano così tanto che a qualcuna di loro crescevano la barba, i baffi e persino il pisello: Franco ribatteva che non era vero, e che il doping nelle provette lo inseriva personalmente Kissinger, insieme al Direttore della CIA.
Roba da non saper se ridere o piangere, ma erano comunque discussioni che talvolta finivano a schiaffi.

Questo per dire che non ho nostalgia dei muri, e nemmeno del fanatismo che i muri fatalmente si portano dietro, compresi quegli schiaffi (e qualcos’altro) che ogni tanto volavano nei bar e nelle piazze.
Erano gli anni dei cosiddetti “opposti estremismi”, delle BR e delle stragi senza nome: anni intolleranti, anche se ero un ragazzo, e c’era la Grande Olanda, Pulici e Graziani. Sandokan, Portobello, l’Italia ai mundial d’Argentina e tutto il resto… Ricordo la disperazione di un poveretto del mio paese che non aveva aderito ad uno sciopero, e allora per ritorsione gli avevano distrutto il vespino 50. Era l’unica cosa che possedeva, ed era così disperato da piangere come un bambino.
Mi fece un’impressione fortissima.

Il muro di Berlino voleva dire soprattutto quella sigla, DDR, che imparammo ai Mondiali del 74.
Soprattutto, la scoppola che si presero i Tedeschi “veri” per mano di quel giocatore che aveva un nome simpatico: Jurgen Sparwasser. Lui, e tutte quelle squadre lontane e un po’ fumose che si chiamavano Magdeburgo, Dinamo Berlino o Dinamo Dresda, che un bel giorno sbattè fuori anche la Juve, con gol di un certo Ganzera (che infatti divenne subito popolarissimo)

Io, le squadre della DDR me le ricordo bene. Soprattutto, mi ricordo quegli ambienti nelle notturne di coppa; finiva la sigla dell’Eurovisione ed ecco inquadrati i capitani, a centrocampo, che si scambiavano i gagliardetti.
Pioveva sempre: il pallone era interamente bianco e puntualmente, all’inizio del secondo tempo, entrava in campo un giocatore con la maglia numero dodici: un tipo quasi sempre pelato che si metteva a correre come un ossesso fino al novantesimo e che in genere, nella vita, faceva un altro mestiere.
“Zitti voi, che vi ha fatto rete un elettricista”, era la canzonatura immancabile del giorno dopo.

Ma parlando di muro, e di DDR, il ricordo più nitido è quello dell’autunno 1980: quando la Roma di Falcao, Bruno Conti e il Barone Liedholm aveva stracciato il Carl Zeiss Jena all’Olimpico con il risultato di tre a zero.
Erano gli anni, delle coppe tutte al mercoledi, e la Rai Tv doveva forzatamente scegliere ogni volta quale partita mandare in diretta, quale in differita e chi doveva invece accontentarsi della sintesi a notte fonda.
Il 3-0 dell’andata aveva reso la gara di ritorno poco più di una formalità, e così nessuno si stupì quando nel palinsesto della serata sportiva, due settimane dopo, di Carl Zeiss Jena-Roma non vi fosse nessuna traccia.

Non voglio farla tanto lunga: al ritorno, quattro a zero per i Tedeschi, con la Roma che non passò mai metà campo e andò incontro ad un’eliminazione che divenne leggendaria.
“Fu un incubo – raccontò il bomber Roberto Pruzzo, qualche anno dopo- Quei crucchi sembravano indemoniati, e mentre correvano, sbavavano e perdevano il moccio come i bambini piccoli”.

Raccontano (ma forse è una leggenda) che il colpo di grazia alla DDR e a quel Muro ormai barcollante fu proprio la notizia, data alla radio, di Sparwasser, il loro calciatore-icona che stava fuggendo verso l’occidente.
La gente ne rimase sgomenta: “Ecco… Ci ha abbandonato anche Spari.”
E capì che era finito tutto.
Novembre 1989.

Sembra ieri.

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Fai buon viaggio, vecchio Fred. Adesso che sei tornato sul tuo pianeta

Andavano di moda quei nomi un po’ così.

Un po’ rabberciati, il cui effetto, alla fine, era più comico che esotico.
“Fred, cantante e gangster italo-americano” era la definizione che dava “La Settimana Enigmistica” di Fred Buscaglione.
E quell’irresistibile artista (che in realtà era di Moncalieri) ci rideva su. Perché, in fondo, era tutta pubblicità.
Don Backy lo prendevano per uno di New York, e invece era di Santacroce sull’Arno; Bobby Solo si chiamava Roberto Satti e Tony Renis, all’anagrafe, era Elio Cesari. “Pronto, casa Tony? C’è Little?” ci scherzavano sù Arbore, Boncompagni e tutti quei pazzoidi di Alto Gradimento.

Per lo stesso motivo, uno come Fred Bongusto, a occhio, doveva essere minimo di Detroit, patria dei celeberrimi “spaghetti, pollo e insalatina”.
Ma era di Campobasso. Che se c’è un posto nel mondo che si attaglia ai personaggi di Maccio Capotonda, beh… Quel posto, con tutto il rispetto, è proprio Campobasso. Secondo un autorevole sondaggio, una delle due città (l’altra è Potenza, in Basilicata) che gli Italiani si vantano di non aver mai visitato.

Fred Bongusto, musicalmente parlando, stava a metà strada tra Charles Aznavour e Claudio Baglioni .
Meno popolare di Peppino di Capri, meno bello di Califano, meno problematico di Gino Paoli (e dei cantautori genovesi in generale)… Meno accattivante di Papetti, che metteva le ragazze a tette in fuori sui dischi, e a distanza siderale da Morandi, Reitano e Massimo Ranieri, che erano i fuoriclasse dell’epoca. Però, infinitamente superiore a Peppino Gagliardi, per esempio, o a Gianni Nazzaro, che cantavano canzoncine da niente, ma te li ritrovavi puntualmente tra i piedi ad ogni Canzonissima.
Fred Bongusto è “un Frank Sinatra che ci ha creduto di meno”, scrissero una volta.
E quel genio che lo scrisse, dico io, meriterebbe almeno la sepoltura al Pantheon.

Il suo pubblico, non era quello dei “teenager”; piuttosto, quella fascia d’età indefinita che andava grosso modo dai trentacinque in su: i frequentatori delle balere, gli specialista dei “lenti” e gli intemerati corteggiatori di signore più o meno attempate , non necessariamente nubili.
Per questo, le atmosfere di Fred Bongusto erano roba assai crepuscolare… “Una rotonda sul mare”, “Malaga”, “Frida”, sono canzoni che inducono alla malinconia degli amori ormai finiti: quindi, più autunno che estate. Più vino rosso e castagne che gazzosa e gelato.

Ma il Fred Bongusto che personalmente ricordo con maggior piacere era quello che faceva il verso a se stesso.
E prendeva amabilmente in giro quell’atout da chansonnier un po’ maledetto che lo aveva reso ricco e famoso.
Erano anni, quelli, dove le sigle dei programmi televisivi andavano fortissimo, specialmente quando le canzoni (e chi le cantava) risultavano così gradevoli da filare dritti in hit parade, come il celebre duetto tra Mina e Alberto Lupo o la Carrà dell’amore “da Trieste in giù”, che suonano tuttora in discoteca.

E mi ricordo quel Fred Bongusto (“Speciale per noi”, Canale Nazionale, 1971) elegantissimo, altero e all’apice del suo charme, che rimaneva indifferente alle mossette di Minnie Minoprio che gli cinguettava intorno.
Magari, te lo immaginavi ordinare un whisky, sussurrare due-tre frasi ad effetto e infine lanciare uno sguardo gaglioffo, alla Belmondo, prima di vedere la ragazza in questione cadere irrimediabilmente ai suoi piedi.
E alzi la mano chi non ha sperato, almeno una volta nella vita, di essere nei suoi panni.

Fai buon viaggio, vecchio Fred.
Adesso che sei tornato sul tuo pianeta

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