“IL PALLONE CHE ROTOLA” – Football Storytelling a VICIOMAGGIO

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DOMENICA 28 aprile – ORE 21.30 – VICIOMAGGIO –  AREZZO    Festa della Rosa

IL PALLONE CHE ROTOLA – LIVE MUSIC AND FOOTBALL STORYTELLINGLOC 1

 

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Poi arriva Loris Boni, da Remedello, che si inventa il gol della vita…

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Le figurine autoadesive furono, probabilmente, l‘invenzione del millennio. Molto più del motore a scoppio, della stampa a caratteri mobili e della penicillina.
II mondo conobbe questo decisivo scatto di civiltà nel 1972, nonostante esistessero già le automobili, la televisione e il mangiadischi: senza le figurine autoadesive, l’universo brancolava nel buio e nel caos, come racconta il libro della Genesi prima che ci mettesse le mani l’Onnipotente… Gli album pesavano un quintale, le generazioni crescevano drogate di coccoina e la qualità delle foto era spesso insufficiente: nell’album del 71, per esempio, i calciatori del Catania hanno la maglia diversa l’uno dall’altra, e il secondo portiere indossa addirittura la tuta (!). Come Fuffolino quando correva in bicicletta, che si mortificava perché tutti erano abbronzati tranne lui; e quando scattava in salita lo incitavano dicendogli “Forza, gambebiancheeee”.

L’album Panini 72-73 fu un’autentica rivoluzione umanistica, e l’avvento delle figurine autoadesive segnò l’avanti-Cristo e il dopo-Cristo della nostra infanzia: il costo della bustina raddoppiò, passando di colpo da dieci a venti lire (erano i tempi della cosiddetta “inflazione galoppante”), ma la cosiddetta “veste grafica” migliorò nettamente, e divenne subito più accattivante. I calciatori avevano facce finalmente “normali” (Il Cinesinho dell’anno precedente, invece, sembrava un gangster), poi c’era lo scudettino colorato e addirittura una foto con un’azione di gioco… C’era un certo Viganò, del Palermo, immortalato in una plastica sforbiciata, ma anche Traini della Ternana, intento a passeggiare in un camposportivo deserto; il più bello, Roberto Bettega della Juve, che salta altissimo per colpire di testa. Il più buffo è Capello, che corre tutto storto.

Fu un campionato, quello, che passò alla storia: la Juve di Vykpalek partì come favorita d’obbligo, e la Lazio di Maestrelli ne fu la sorpresa più accattivante, una specie di “dernier cri” tattico in un calcio che stava conoscendo la rivoluzione olandese. Alla fine, però, le carte si rimescolarono e parve l’anno giusto per il Milan del Paron Rocco e di Gianni Rivera, lanciatissimo verso il decimo scudetto. L’annata della famosa stella già stampata sulle bandiere rossonere e poi frettolosamente scucita nel giro di un pomeriggio che fu palpitante e anche drammatico, con le tragiche notizie che rimbalzavano da Monza dopo l’incidente mortale di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.
Nella semplicità di quei tempi, la bislacca vicenda del Milan che naufraga all’ultima giornata nella “Fatal” Verona divenne un modo di dire proverbiale, quasi da tramandare ai posteri: una piccola lezione di vita che arrivava direttamente dalle voci di Ameri e Ciotti nelle radioline a transistor, come a ricordarci che bisogna lottare fino alla fine senza mai sentirsi arrivati del tutto. Soprattutto, che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Così, quel campionato finì per vincerlo la Juve, in uno dei fotofinish più leggendari del calcio italiano: con la legnata di Cuccureddu quasi allo scadere su una Roma (dicono) fin troppo arrendevole, e l’altra leggenda dell’Avvocato Agnelli che per l’emozione tampona due automobili nel parcheggio dello Stadio Olimpico e poi estrae senza battere ciglio un milione di lire dal portafoglio e risarcisce seduta stante gli allibiti proprietari delle vetture ammaccate.

Era il 20 maggio 1973.
E quando penso al tourbillon di quell’incredibile pomeriggio, mi viene in mente anche quel lontano Torino-Sampdoria. Con la squadra granata già fortissima e la piccola Samp guidata da Heriberto Herrera che proprio nel terribile Comunale deve conquistare i punti salvezza… E’ una missione quasi impossibile, almeno fino al minuto ottantuno, quando  e regala a quella smandrippatissima squadra la permanenza in serie A ; per differenza reti ai danni dell’Atalanta, che la classifica avulsa era una roba ancora troppo astratta, per i tempi che vivevamo.
E fu quello l’unico, pazzesco arrivo a quattro che si ricordi nella storia del calcio italiano.

Fu un gol storico e memorabile. Una di quelle cose che ti rimangono nella mente, perché per la piccola Samp dell’epoca fu come ritornare alla vita dopo che il medico ti ha già chiuso gli occhi, e ha decretato la morte.
Quelli che erano al Comunale di Torino se la ricordano con le lacrime agli occhi, con la nostalgia della gioventù ormai perduta, e con un trasporto che nemmeno per i trionfi di Vialli e Mancini.
Chi c’era, racconta che fu come aver perso tutto alla roulette.
E poi, quando sei ormai disperato e non ci credi più, punti l’ultimo nichelino sul numero giusto, e magicamente torni in pari.

Stasera la Samp gioca a Torino.
E tutte le volte, mi torna in mente questa storiella.

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Riccardo Lorenzetti con Pippo Lambardi a Vescovado di Murlo.

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VENERDI 5 APRILE – ORE 21.15
LOCALI DELLA CASA DEL POPOLO DI VESCOVADO di MURLO – SIENA
PRESENTAZIONE
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
con Pippo Lambardi
Biblioteca Comunale di Murlo EVENTI
Absolutely Free EdizioniSlam

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Era un pezzo importante del nostro territorio, “Fernando della Centofiori”: prezioso ingranaggio da trasmissione grazie al quale si genera movimento.

“Fernando della Centofiori”.

Senza cognome.

Bastava il nome, e il luogo.

Anche perché “Fernando Nicastro” suonava leggermente stonato, con tutto il rispetto.
E per quel legame assolutamente unico che aveva con Montepulciano, e con tutto il territorio, ci sarebbe stato meglio, forse, un cognome meno “forestiero” e più “nostrale”. Un cognome tipo “Cresti”, per esempio, che in Valdichiana é più ricnoscibile.
Ma anche “Bindi”, o “Goracci” … “Fernando Trabalzini”, tanto per dire, gli sarebbe calzato a pennello.

, nel suo caso movimento di cultura, dinamica di pensiero.
Uno di quei personaggi che diventano patrimonio comune, e va a finire che li conoscono tutti: come il tal ristoratore “che i pici buoni come da lui, non ne mangi da nessun’altra parte”. O il meccanico che “se nel motore ti ci mette le mani lui, puoi stare tranquillo”.

Scendevi quei tre scalini della sua libreria sotto la chiesa di Sant’Agnese, ed entravi immediatamente in un posto caldo e familiare: il sorriso e l’affabilità di Fernando (e di Serenella) descrivevano un luogo dell’anima che andava oltre la semplice compravendita di un libro: gli donavano, invece, una luce antica, ma non polverosa. Un’atmosfera di provincia, che poteva sembrare decadente ed invece era una roba assolutamente affascinante: solo in quel gioiellino che è la libreria di Bagno Vignoni si respirava qualcosa di simile.

Una volta gli “rimproverai” la scelta del nome della sua attività: quei “CentoFiori” del celebre discorso di Mao che furono, a parole, una dichiarazione d’intenti persino poetica. E che, nei fatti, si tradussero in un abisso di orrore.
Fernando allargò le braccia; si capiva che quelli erano i sogni dei suoi vent’anni, e dei tanti ragazzi che allora sognavano un mondo migliore. E per quello si impegnavano anche, magari aprendo una libreria a Montepulciano.

Ricordo il suo entusiasmo nel suggerirmi Cammilleri e il Commissario Montalbano, che lo avevano folgorato (“Certe sere non vedo l’ora di tornare a casa per mettermi sul divano e vedere come va a finire”, mi disse). Quando uscì la biografia di Del Piero storse un pò il naso. Poi, sorrise: “Oggi, però, ne ho vendute otto copie… E in fondo, debbo campare anch’io.”

Per farmi avere “Rivolta contro il Mondo Moderno”, che volevo assolutamente leggere, scomodò mari e monti. Era un volume abbastanza introvabile degli “Editori Riuniti” che costò (all’epoca) lo sproposito di centotrentamila lire.
“Ti è piaciuto?” mi chiese qualche mese dopo, con un sorriso beffardo.
“Mi dispiace… Sono annegato a pagina 38” gli risposi tutto mortificato.
“Allora, dai un’occhiata a questo. È meno difficile e più piacevole, forse…” .
Strizzò l’occhio, e mi mise sotto il braccio “Futbol”, di Osvaldo Soriano: dove si racconta la storia dell’Estrella Polar, del “Gato” Diaz e del rigore più lungo del mondo. E mi colpì dritto al cuore.

Volle essere il primo ad avere un mio libro, quando pubblicai “L’anno che si vide il Mondiale al maxischermo”. E vedere nella vetrina della Centofiori quella copertina azzurra con la foto di Jacopo e Niccolò fu qualcosa di commovente.
E fu anche il primissimo a venderne una copia: consigliandolo la mattina stessa ad un suo amico di Roma che (bontà sua) lo apprezzò a tal punto da spedirgli una specie di cartolina di ringraziamento.
Me lo consegnò, quel foglietto pieno zeppo di elogi, con una pacca sulla spalla: “Sò quanto ci tengono gli autori, a queste cose”.
Era la prima volta che uno come Fernando mi definiva “autore”, e diventai tutto rosso.
Quella cartolina l’ho cercata in ogni posto, ieri sera.
Purtroppo, non la ritrovo più.

Mi domando, adesso, a cosa sia servito leggere tutti quei libri. E temo che sia la domanda che, da ieri sera, arrovella tutti quelli che hanno avuto il privilegio di conoscere Fernando, e il piacere di condividere la stessa passione.
Che senso abbia avuto una vita spesa dietro a quelle migliaia di pagine nella voglia di cercare una chiave in grado di aprire una porta che, alla fine, rimane sempre chiusa.

E allora penso a Martin Eden, o ad Anna Karenina. Penso a Holderlin, e a quel meraviglioso “morte di Empedocle” del quale parlammo una volta, in libreria.
E che ieri sera mi è tornato spesso in testa.

Ti sia lieve la terra

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Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.

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“La Juventus sostituisce il numero nove Rossi con il numero quattordici Prandelli”.
O anche Boniek con Tavola, se non addirittura Marocchino con Osti.

Si sorrideva, allora.
Del Trap che si sbracciava in panchina per suggerire i passaggi o le trame di gioco: e di Platini, che scrollava la testa, e pareva volesse incenerirlo.
Si sorrideva del gatto che non sta nel sacco, del fischio inconfondibile e di quello Strunz! urlato in faccia ai Tedeschi, con le vene del collo in bella vista. In generale, si sorrideva di un calcio che veniva definito “all’italiana”, a rimarcarne quasi più i difetti che i pregi: come se Messico’70, Argentina’78, Spagna’82 non fossero esistiti.
Mentre quando il Trap è passato di moda, e sono arrivati gli scienziati del tikitaka, siamo usciti con il Costarica e il Paraguay (oppure, siamo rimasti a casa).

“El terzin fa el terzin, el median fa el median”, diceva Nereo Rocco, che del Trap era il maestro.
Erano tempi di terzini e di mediani, di liberi e di stopper . Soprattutto, erano tempi dove ci si muoveva poco, dentro al campo. Comunque, molto meno di adesso: e giocarsi la finale di Coppa Campioni con l’Ajax schierando una linea Hamrin-Lodetti-Sormani-Rivera-Prati (come fece il Milan del Paron) non era affatto un’eresia. Perché quel calcio era più lento e cadenzato: si correva meno, si poteva alleggerire al portiere che teneva palla a suo piacimento, e che poteva tranquillamente raccoglierla con le mani: le marcature intimidatorie erano tollerate, se non addirittura consentite.
Mai visto Gigi Riva arretrare fino alla propria area (come fanno regolarmente Mandzukic, o Insigne), perché per difendersi, in quei tempi felici e lontani, bastavano tre calciatori. Quattro, al massimo.
Così, anche il difensivista Trapattoni poteva permettersi di schierare contemporaneamente Briaschi-Tardelli-Rossi-Platini-Boniek.

Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.
Boniperti, si racconta, non gradiva troppo gli allenatori di gran nome, che fatalmente non avrebbero ascoltato la sua opinione sulla formazione della domenica: e siccome metterci bocca gli piaceva assai, si sceglieva gente fidata alla Carlo Parola, o alla Vykpalek, che non gli dicevano mai di no.

1976-1986: dieci anni precisi. Furono dieci anni dove entrarono due Juventus, entrambe “epocali”: lo squadrone di ferro degli anni’70, unica italiana in grado di giocarsela con le squadre olandesi, inglesi, belghe e tedesche, che erano quasi imbattibili. E quella sublime degli anni’80, che giocava il calcio più bello del mondo.
Almeno fino all’Heysel.

Il Trap fece poi cose strepitose con l’Inter, che portò allo scudetto battendo il record di punti; e regalò l’ultima illusione alla Fiorentina, prima che le bizze di Edmundo “O Animal” (ma soprattutto l’infortunio di Batistuta) cancellassero ogni velleità di uno scudetto che avrebbe capovolto Firenze.
Fu un po’ meno strepitoso a Cagliari, dove gli consigliarono di dimettersi per non subire l’onta dell’esonero: una delicatezza che il personaggio meritava, ma che liberò qualche battuta velenosa: “Che gran Generale, Napoleone…” –scrissero- “.. Ma senza l’Armeè, non avrebbe conquistato nemmeno il giardino dei vicini di casa”.

Poi arrivò la Nazionale, che doveva essere il suo ideale punto d’arrivo e fu, invece, il suo canto del cigno. Un Mondiale fallimentare (quello di Byron Moreno), un Europeo disastroso (il famoso sputo di Totti e poi il biscotto Svezia-Danimarca) ed una popolarità che calò ai minimi storici, complice l’ostinato rifiuto alla convocazione di Baggio, che nel frattempo faceva meraviglie a Brescia.
Stava inesorabilmente passando di moda, insomma, il vecchio Trap. Nonostante qualche altra buona avventura in giro per il mondo ne rinverdisse ogni tanto l’immagine, offuscata dal rosario e dall’acquasanta che aveva preso a portarsi con sé in panchina.
E di quello finivano per parlare ad ogni intervista, dipingendolo come un Oronzo Pugliese qualsiasi. Almeno fino a quando non deve essersi stufato, e non si è fatto più vedere.

Auguri, Trap.

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Auguri, caro Daniel Bertoni. Vedo che ti stai invecchiando pure tu.

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I Mondiali, a quell’epoca, erano una libidine assoluta.
Anche solo per il gusto di vedere Boninsegna, con il numero venti, o Rivera, con il quattordici.
Il massimo dell’esotismo, ça va sans dire, era il 14 di Crujff, a Germania 74: dove piacquero anche il 13 di Gerd Muller, il 12 di Deyna e il 3 di Van Hanegem (fuori classifica il portiere Jongbloed, che giocava con una maglia gialla canarino e il numero otto).
Scaramanzia, civetterie, tradizioni… C’entrava tutto, nella scelta di quei numeri che tanto ci affascinavano; e che comunque obbedivano anche alle regole di un marketing ancora bambino, ma che cominciava a pesare. Pelè, per esempio, legava il suo gran nome alla dieci “verdeoro”. Gigi Riva non rinunciava al suo amato numero undici: e guai a toccare la cinque a “Kaiser Franz” Beckenbauer.

Paradossalmente, (e non vi sarà certo sfuggito il senso di questo “paradossalmente”, parlando di anni settanta) la nazionale più “democratica” in assoluto era proprio l’Argentina, che praticava un rigorosissimo ordine alfabetico. E fu proprio grazie a quello che ci innamorammo della mezzala Ardiles, primo giocatore di movimento ad indossare la maglia numero uno.
E anche di Daniel Bertoni, l’attaccante con il numero quattro. Che giocava con il favoloso Independiente, i “Diablos Rojos” di Avellaneda, e fu il primo grande acquisto dell’ambiziosa Fiorentina di Pontello, quando si riaprirono le frontiere.

Era l’estate del 1980, e la novità degli stranieri sembrava fatta apposta per ridare un po’ di smalto ad un calcio italiano che lo scandalo scommesse aveva ridotto ai minimi termini, con quelle sentenze-choc tipo il Milan spedito dritto in serie B (dove non era mai stato) e la squalifica di campioni da copertina come Paolo Rossi, Giordano, Savoldi e Albertosi.
Arrivò, Daniel Bertoni, insieme a campioni veri come Falcao e Liam Brady. A gente un po’ sopravvalutata, come Prohaska, e dal cognome quasi comico, come il belga Van De Korput. A personaggi naif come Juary dell’Avellino, che esultava intorno alla bandierina del calcio d’angolo, e a bidoni autentici come Luis Silvio della Pistoiese, che in Brasile vendeva ghiaccioli sulla spiaggia.

A differenza di tutti gli altri, però, Bertoni arrivava come “campione del mondo”: e questo ai Fiorentini (che sanno esser vanitosi) bastò e avanzò. Specie in un calcio ancora poco reclamizzato, dove si andava molto a naso, fidandosi del pochissimo che passava in televisione se non addirittura delle foto sul Guerin Sportivo.
“Mi aspettavo un omone, e invece è quasi più basso di me, ‘sto Argentino”, riflettè amaro il povero Giorgio, che non era propriamente un marcantonio e per vederlo dal vivo si era avventurato fino ad Abbadia San Salvatore, dove la Viola teneva il ritiro estivo. E che allora era un viaggio, soprattutto se avevi la Fiat centoventisei.

Ma non deluse, quell’Argentino.
Anzi, finì per entrare dritto nel cuore della tifoseria quasi subito: perché era comunque un discreto calciatore (discreto, non oltre) e soprattutto era un Argentino scaltro. Abbastanza scaltro da non dimenticarsi mai di citare, in qualunque intervista, la bellezza della città, la simpatia dei suoi abitanti e l’unicità della Curva Fiesole. “Sia lode a te, Daniel Bertoni”, presero a cantagli sulle note di una famosa canzone di chiesa: anche se i numeri (trenta reti in centotrenta partite) non furono mai quelli di un bomber epocale. Alla Batistuta, per intendersi.

Si fece voler bene, “paraculaggine” a parte. Argentino, simpatico, campione del mondo, bravino e pure innamorato di Firenze.. Cosa pretendere di più?
Vestiva la numero sette, lasciando la nove a Ciccio Graziani e la undici a Massaro, che fu (con Vierchowod) la grande sorpresa dell’annata-monstre 81-82. Soprattutto, la vestiva con una certa eleganza: quella maglia con il giglio stilizzato su un enorme disco rosso che all’epoca lasciò tutti perplessi, perché sembrava il costume di Goldrake.
Ma che poi il tempo ha un po’ rivalutato: perché quella Fiorentina era comunque una gran bella squadra, e poi perché può pure succedere, Buon Dio!, che qualche volta l’abito non faccia il monaco.

Auguri, caro Daniel Bertoni.
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“MASSISCHERMO” a MARCIANO DELLA CHIANA

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Domenica 24 marzo ore 17: “Il PAESE PIU’ SPORTIVO DEL MONDO” di Riccardo Lorenzetti, con la partecipazione di Antonio Bruno (Sport a km 0). A seguire, racconto teatrale a due voci “MASSISCHERMO” PRIMAVERA DI LIBRI IN TORRE – MARCIANO DELLA CHIANA

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