24 MARZO – “MASSISCHERMO” A MARCIANO DELLA CHIANA

Tag

,

DOMENICA 24 MARZO A MARCIANO DELLA CHIANA – AREZZO – ore 18
SALA LEONARDO DA VINCI – Torre di Marciano
MASSISCHERMO – Racconto Teatrale a due voci con Gianni PolizianiFrancesco StorelliMoris DonFlavio Storelli
Comune di Marciano della ChianaKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAloc1.jpg

Annunci

Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.

Tag

, , , ,

“La Juventus sostituisce il numero nove Rossi con il numero quattordici Prandelli”.
O anche Boniek con Tavola, se non addirittura Marocchino con Osti.

Si sorrideva, allora.
Del Trap che si sbracciava in panchina per suggerire i passaggi o le trame di gioco: e di Platini, che scrollava la testa, e pareva volesse incenerirlo.
Si sorrideva del gatto che non sta nel sacco, del fischio inconfondibile e di quello Strunz! urlato in faccia ai Tedeschi, con le vene del collo in bella vista. In generale, si sorrideva di un calcio che veniva definito “all’italiana”, a rimarcarne quasi più i difetti che i pregi: come se Messico’70, Argentina’78, Spagna’82 non fossero esistiti.
Mentre quando il Trap è passato di moda, e sono arrivati gli scienziati del tikitaka, siamo usciti con il Costarica e il Paraguay (oppure, siamo rimasti a casa).

“El terzin fa el terzin, el median fa el median”, diceva Nereo Rocco, che del Trap era il maestro.
Erano tempi di terzini e di mediani, di liberi e di stopper . Soprattutto, erano tempi dove ci si muoveva poco, dentro al campo. Comunque, molto meno di adesso: e giocarsi la finale di Coppa Campioni con l’Ajax schierando una linea Hamrin-Lodetti-Sormani-Rivera-Prati (come fece il Milan del Paron) non era affatto un’eresia. Perché quel calcio era più lento e cadenzato: si correva meno, si poteva alleggerire al portiere che teneva palla a suo piacimento, e che poteva tranquillamente raccoglierla con le mani: le marcature intimidatorie erano tollerate, se non addirittura consentite.
Mai visto Gigi Riva arretrare fino alla propria area (come fanno regolarmente Mandzukic, o Insigne), perché per difendersi, in quei tempi felici e lontani, bastavano tre calciatori. Quattro, al massimo.
Così, anche il difensivista Trapattoni poteva permettersi di schierare contemporaneamente Briaschi-Tardelli-Rossi-Platini-Boniek.

Il Trap si prese la Juve che non aveva neanche quarant’anni. Fu una scelta bizzarra, per l’epoca, ma che si rivelò vincente.
Boniperti, si racconta, non gradiva troppo gli allenatori di gran nome, che fatalmente non avrebbero ascoltato la sua opinione sulla formazione della domenica: e siccome metterci bocca gli piaceva assai, si sceglieva gente fidata alla Carlo Parola, o alla Vykpalek, che non gli dicevano mai di no.

1976-1986: dieci anni precisi. Furono dieci anni dove entrarono due Juventus, entrambe “epocali”: lo squadrone di ferro degli anni’70, unica italiana in grado di giocarsela con le squadre olandesi, inglesi, belghe e tedesche, che erano quasi imbattibili. E quella sublime degli anni’80, che giocava il calcio più bello del mondo.
Almeno fino all’Heysel.

Il Trap fece poi cose strepitose con l’Inter, che portò allo scudetto battendo il record di punti; e regalò l’ultima illusione alla Fiorentina, prima che le bizze di Edmundo “O Animal” (ma soprattutto l’infortunio di Batistuta) cancellassero ogni velleità di uno scudetto che avrebbe capovolto Firenze.
Fu un po’ meno strepitoso a Cagliari, dove gli consigliarono di dimettersi per non subire l’onta dell’esonero: una delicatezza che il personaggio meritava, ma che liberò qualche battuta velenosa: “Che gran Generale, Napoleone…” –scrissero- “.. Ma senza l’Armeè, non avrebbe conquistato nemmeno il giardino dei vicini di casa”.

Poi arrivò la Nazionale, che doveva essere il suo ideale punto d’arrivo e fu, invece, il suo canto del cigno. Un Mondiale fallimentare (quello di Byron Moreno), un Europeo disastroso (il famoso sputo di Totti e poi il biscotto Svezia-Danimarca) ed una popolarità che calò ai minimi storici, complice l’ostinato rifiuto alla convocazione di Baggio, che nel frattempo faceva meraviglie a Brescia.
Stava inesorabilmente passando di moda, insomma, il vecchio Trap. Nonostante qualche altra buona avventura in giro per il mondo ne rinverdisse ogni tanto l’immagine, offuscata dal rosario e dall’acquasanta che aveva preso a portarsi con sé in panchina.
E di quello finivano per parlare ad ogni intervista, dipingendolo come un Oronzo Pugliese qualsiasi. Almeno fino a quando non deve essersi stufato, e non si è fatto più vedere.

Auguri, Trap.

FB_IMG_1552821549266

Auguri, caro Daniel Bertoni. Vedo che ti stai invecchiando pure tu.

Tag

, , ,

I Mondiali, a quell’epoca, erano una libidine assoluta.
Anche solo per il gusto di vedere Boninsegna, con il numero venti, o Rivera, con il quattordici.
Il massimo dell’esotismo, ça va sans dire, era il 14 di Crujff, a Germania 74: dove piacquero anche il 13 di Gerd Muller, il 12 di Deyna e il 3 di Van Hanegem (fuori classifica il portiere Jongbloed, che giocava con una maglia gialla canarino e il numero otto).
Scaramanzia, civetterie, tradizioni… C’entrava tutto, nella scelta di quei numeri che tanto ci affascinavano; e che comunque obbedivano anche alle regole di un marketing ancora bambino, ma che cominciava a pesare. Pelè, per esempio, legava il suo gran nome alla dieci “verdeoro”. Gigi Riva non rinunciava al suo amato numero undici: e guai a toccare la cinque a “Kaiser Franz” Beckenbauer.

Paradossalmente, (e non vi sarà certo sfuggito il senso di questo “paradossalmente”, parlando di anni settanta) la nazionale più “democratica” in assoluto era proprio l’Argentina, che praticava un rigorosissimo ordine alfabetico. E fu proprio grazie a quello che ci innamorammo della mezzala Ardiles, primo giocatore di movimento ad indossare la maglia numero uno.
E anche di Daniel Bertoni, l’attaccante con il numero quattro. Che giocava con il favoloso Independiente, i “Diablos Rojos” di Avellaneda, e fu il primo grande acquisto dell’ambiziosa Fiorentina di Pontello, quando si riaprirono le frontiere.

Era l’estate del 1980, e la novità degli stranieri sembrava fatta apposta per ridare un po’ di smalto ad un calcio italiano che lo scandalo scommesse aveva ridotto ai minimi termini, con quelle sentenze-choc tipo il Milan spedito dritto in serie B (dove non era mai stato) e la squalifica di campioni da copertina come Paolo Rossi, Giordano, Savoldi e Albertosi.
Arrivò, Daniel Bertoni, insieme a campioni veri come Falcao e Liam Brady. A gente un po’ sopravvalutata, come Prohaska, e dal cognome quasi comico, come il belga Van De Korput. A personaggi naif come Juary dell’Avellino, che esultava intorno alla bandierina del calcio d’angolo, e a bidoni autentici come Luis Silvio della Pistoiese, che in Brasile vendeva ghiaccioli sulla spiaggia.

A differenza di tutti gli altri, però, Bertoni arrivava come “campione del mondo”: e questo ai Fiorentini (che sanno esser vanitosi) bastò e avanzò. Specie in un calcio ancora poco reclamizzato, dove si andava molto a naso, fidandosi del pochissimo che passava in televisione se non addirittura delle foto sul Guerin Sportivo.
“Mi aspettavo un omone, e invece è quasi più basso di me, ‘sto Argentino”, riflettè amaro il povero Giorgio, che non era propriamente un marcantonio e per vederlo dal vivo si era avventurato fino ad Abbadia San Salvatore, dove la Viola teneva il ritiro estivo. E che allora era un viaggio, soprattutto se avevi la Fiat centoventisei.

Ma non deluse, quell’Argentino.
Anzi, finì per entrare dritto nel cuore della tifoseria quasi subito: perché era comunque un discreto calciatore (discreto, non oltre) e soprattutto era un Argentino scaltro. Abbastanza scaltro da non dimenticarsi mai di citare, in qualunque intervista, la bellezza della città, la simpatia dei suoi abitanti e l’unicità della Curva Fiesole. “Sia lode a te, Daniel Bertoni”, presero a cantagli sulle note di una famosa canzone di chiesa: anche se i numeri (trenta reti in centotrenta partite) non furono mai quelli di un bomber epocale. Alla Batistuta, per intendersi.

Si fece voler bene, “paraculaggine” a parte. Argentino, simpatico, campione del mondo, bravino e pure innamorato di Firenze.. Cosa pretendere di più?
Vestiva la numero sette, lasciando la nove a Ciccio Graziani e la undici a Massaro, che fu (con Vierchowod) la grande sorpresa dell’annata-monstre 81-82. Soprattutto, la vestiva con una certa eleganza: quella maglia con il giglio stilizzato su un enorme disco rosso che all’epoca lasciò tutti perplessi, perché sembrava il costume di Goldrake.
Ma che poi il tempo ha un po’ rivalutato: perché quella Fiorentina era comunque una gran bella squadra, e poi perché può pure succedere, Buon Dio!, che qualche volta l’abito non faccia il monaco.

Auguri, caro Daniel Bertoni.
Vedo che ti stai invecchiando pure tu.bertoni-jdfarrow.jpg

“MASSISCHERMO” a MARCIANO DELLA CHIANA

Tag

, , , , , ,

Domenica 24 marzo ore 17: “Il PAESE PIU’ SPORTIVO DEL MONDO” di Riccardo Lorenzetti, con la partecipazione di Antonio Bruno (Sport a km 0). A seguire, racconto teatrale a due voci “MASSISCHERMO” PRIMAVERA DI LIBRI IN TORRE – MARCIANO DELLA CHIANA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

 

E stravolgera’ il mio vecchio giocattolo, fino al punto di renderlo irriconoscibile. Alla fine, ce l’hanno fatta.

Tag

, ,

Aldone Biscardi, lassù, si starà fregando le mani.

A lui, le polemiche piacevano da matti. E io partecipavo abbastanza assiduamente al suo Processo, che spesso era interamente dedicato alla cosiddetta “moviola in gambo”, e a quella specie di guerra di religione che vi avevano montato dietro, soprattutto i giornalisti di Roma.

Ero uno dei pochi, se non l’unico, ad essere fieramente, e risolutamente, contrario: talvolta, alzando anche un po’ la voce di fronte a gente che aveva parecchi più titoli di me… Che in fondo ero lì per pubblicizzare i miei libri, e infatti ci fu chi mi prese per il solito esibizionista: quello che vuol farsi notare cantando fuori dal coro.

Invece, avevo ragione.
Perché il calcio con il quale siamo nati e cresciuti, e che abbiamo amato fin da bambini, è lo stesso da più di cento anni.
Mentre la vostra moviola in campo – dicevo- ne farà qualcosa di irrmediabilmente diverso: che forse sarà qualcosa di più bello e avvincente, ma non sarà più il mio calcio. E stravolgera’ il mio vecchio giocattolo, fino al punto di renderlo irriconoscibile.

Alla fine, ce l’hanno fatta.
E per rendersene conto basta guardare gli ultimi tre rigori che hanno fischiato: quello alla Fiorentina, quello al Napoli e quelli al Porto… Che sono tre rigori che nemmeno nelle barzellette. Ma che, codice alla mano, possono apparire addirittura sacrosanti.

Ma è proprio lì, come temevo, che al gioco del calcio hanno dato il colpo mortale.
Perché se il “mio” calcio aveva un senso, e ti faceva innamorare, era proprio perché non era né il torneo di Wimbledon, nè l’All’ Star game dell’NBA americana, e quei rigori non si fischiavano mai: per una questione di etica, e persino di estetica, in virtù delle quali una battaglia sportiva di centoventi minuti non può essere decisa da un pizzicotto su una spalla.
“Guardate che il rigore, nel calcio, è una cosa seria”, disse una volta il povero Gigi Agnolin.
Si riferiva proprio a questo.

Adesso sono contento per i pisquani che siamo.
Nessuno si è battuto così strenuamente come noi Italiani per questa schifezza. Essendo il paese del sospetto e dell’intrigo eravamo convinti che con la moviola in campo anche il Cesena e l’Ascoli avrebbero finalmente lottato per lo scudetto: che, invece, continua a vincerlo la Juve. Con venti punti di vantaggio, magari, anziché cinque o sei.

Ma confido, a questo punto, nella Uefa. Confido nei Tedeschi, negli Olandesi, negli Inglesi che forse sono meno fanatici di noi, ed hanno già intuito che razza di bojata sia questa Var.
E la tolgano di mezzo in tutta fretta, restituendo piena dignità al gioco e alle sue regole sempiterne. E allo spettatore pagante: quello che compra il biglietto e assiste a uno spettacolo dove non si raccapezza più, e deve telefonare a casa per capire cosa sta guardando.

Perdonami, caro vecchio Aldo. Ti darò un dispiacere a distanza, ma fosse per me, il Var sparirebbe domattina.FB_IMG_1551948463566

Era una forza, il mio “Marziano”. Era Ajace Telamonio e Achille Piè Veloce frullati insieme.

Tag

, , , , ,

Da ragazzo, consideravo una benedizione di Nostro Signore l’essere tifoso della Sampdoria.
Mi sembrava una cosa davvero speciale.

La stessa sensazione che dovevano avere i tifosi del Toro, o della Lazio, o della Fiorentina.
Moltiplicata per dieci, nel mio caso. 
Perché all’epoca la Samp era proprio una squadra di retrovia.

Trovavo elegante (ed esclusivo) spasimare per calciatori che si chiamavano Micio Orlandi, Genzano o Bistazzoni; non mi disturbava affatto cominciare la lettura della Gazzetta da pagina diciannove (quella della serie B), e il giorno che comprammo Redeghieri dal Lanerossi Vicenza mi sembrò l’acquisto del secolo.
Da ragazzi si era così.
Un giorno ascoltavo Marco Lorenzoni che, presentando un libro, raccontava le stesse, identiche sensazioni legate (nel suo caso) alla Fiorentina di Desolati e Sella. Di Gola e Zuccheri. Però, a differenza sua, non avvertivo la sindrome dell’indiano contro il cowboy: quel mix di “orgoglio-fatalismo-vittimismo” che diventa quasi lotta di classe e rende un po’ speciale la tifoseria viola (o quella granata).
Non avevo, insomma, padroni da combattere o cattivi da sconfiggere… La mia Samp mi bastava così com’era: piccola, lontana e affascinante.
Un piacere da delibare in perfetta solitudine; mentre al bar, quando segnava la Juve, succedeva il finimondo.

Tifarla era un privilegio.
Un privilegio il portiere Cacciatori che para un rigore a Rivera (poi, perdemmo ugualmente, ma vuoi mettere?). Un privilegio la prima visione del film “Il Tempo delle Mele”, seguito con la radiolina all’orecchio; rovinato da un certo Cozzella, che quel pomeriggio segna una doppietta e noi facciamo solo 2-2 con la Sambenedettese.
Un privilegio il primo derby visto, nel 79: 1-1, gol di Giorgio Roselli. 55000 spettatori in un Marassi pieno come un chicco d’uva, in barba a ogni legge sulla sicurezza.
E poi, c’era la maglia… Unica e irripetibile. E quei quattro colori che hanno tuttora il potere di ipnotizzarmi, anche se li vedo combinati su un tovagliolo al ristorante, o sulla bandiera di qualche Palio.

Oggi Alviero Chiorri compie gli anni.
Era il più bravo che avevamo, in quei tempi lì. E a me pareva addirittura impossibile che uno così bravo, potesse giocare con noi.
Perché se l’inarrivabile Pelè era Dio, il nostro “Marziano” (lo chiamavano così) doveva comunque sedergli abbastanza vicino… Pelomeno al posto del Figlio, o dello Spirito Santo.
E il gol che segnò con il Milan, e che ci permise di espugnare San Siro in un pomeriggio lontano di serie B, rimane forse il gol più emozionante che abbia vissuto da tifoso… Molto più dei tanti (e più decisivi) ai quali avrei assistito negli anni a venire.

Era una forza, il mio “Marziano”.
Era Ajace Telamonio e Achille Piè Veloce frullati insieme. Il lusso che ti pareva impossibile poterti permettere; era la fotografia che aveva il posto d’onore nella camera da letto, e stava sopra a quella dei “Rockets”, un famoso “complesso” di allora composto da musicisti pelati che si dipingevano di grigio.

Poi arriverà Trevor Francis, e il destino prenderà tutta un’altra direzione; con la crisalide che diventa farfalla, e Cenerentola che finisce per sposare il Principe Azzurro… Perchè questa, alla fine, è la storia della mia piccola Samp.
Che però, un bel giorno, invita il vecchio campione allo stadio, per un ultimo giro d’onore.
E si accorge che l’applauso più lungo e più bello dei tifosi, tocca proprio a lui.
Perché il primo bacio, evidentemente, non si scorda mai.

Auguri, Marziano.FB_IMG_1551500203398

MASSISCHERMO A PIEVESCOLA – SABATO 23 FEBBRAIO

SABATO 23 FEBBRAIO – ORE 21 – PIEVESCOLA – SALA POLIVALENTE

In principio era la radio, poi arrivo’ la televisione. E con quella, la condivisione entusiasta ed ingenua dei grandi appuntamenti sportivi, che fossero partite di calcio, incontri di boxe o tappe di ciclismo. Il MAXISCHERMO e’ l’ultimo anello della catena: e’ quello che prende di peso il cosiddetto “evento” e lo trasporta in piazza, con la gente che diventa folla e la gioia che diventa delirio…. E intorno, come mercanti nel tempio, quelli che incanalano l’entusiasmo, ne fanno spettacolo e lo trasformano in business…
Ma LIBERO TADDEI ed i suoi non molleranno. La loro Festa de L’Unita’ dovra’ continuare ad essere un’occasione per riflettere. socializzare, confrontarsi, non solo per monetizzare. E su questa intransigenza combatteranno fino all’ultimo la loro romantica battaglia.
I campionati mondiali del 2006 fanno da sfondo alla loro piccola epopea di provincia. Il trionfo del Maxischermo si stagliera’ evidente ed indiscutibile, ed i nostri eroi andranno incontro, giorno dopo giorno, allal loro inevitabile ” derrota” come quelle squadre sudamericane un po’ sfigate ma ricche di sentimento. “MASSISCHERMO” e’ un racconto teatrale a due voci, un po’ saga fantozziana, un po’ irreale. Parla di calcio di paese, di uomini semplici e di gol passati alla storia. Di caroselli in piazza e di bistecche invendute. Di come un “beau-geste” per essere veramente tale, comporti un sacrificio ed un prezzo da pagare. E quasi sempre una “derrota”. Anzi una “Gloriosa Derrota”FB_IMG_1550833089796.jpg