“Baggio, che oggi compie gli anni, ha una particolarità che lo rende unico nel panorama calcistico italiano…”

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Baggio, che oggi compie gli anni, ha una particolarità che lo rende unico nel panorama calcistico italiano. Oltre ad essere, probabilmente, uno dei migliori calciatori (qualcuno dice il migliore) degli ultimi quaranta-cinquant’anni.
La particolarità è che non lo associ ad una maglia. Mi spiego: pensi a Rivera, e ti viene in mente la maglia del Milan, pensi a Mazzola e te lo immagini con la maglia dell’Inter, e così via…. Del Piero con quella della Juve, Chinaglia con quella della Lazio, Antognoni con quella della Fiorentina eccetera eccetera fino a Udovicich con quella del Novara.
Baggio no. Né con quella viola, né bianconera, né rossonera o nerazzurra (ha giocato in tutte le grandi squadre)… E neanche con quella del Bologna o del Brescia. Quando pensi a Baggio, te lo immagini sempre e comunque con indosso la maglia azzurra della nazionale italiana. Che è un particolare curioso, appannaggio di quasi nessun altro campione se non (forse) Paolo Rossi.

Vero che Baggio ha lasciato un segno indelebile in ogni squadra dove ha giocato. Ma è altrettanto vero che ogni suo passaggio si è lasciato dietro un non so che di amarognolo: un retrogusto non sempre gradevole che la sua statura di fuoriclasse forse non meritava…. A Firenze, con le polemiche per il suo passaggio alla Juve. Alla Juve, che cominciò il suo ciclo vincente con la sua cessione. Al Milan, dove fu poco più di una meteora e poi a Inter e Bologna, dove il buono si annacquò con le polemiche roventi avute con Lippi e poi con Ulivieri.
Baggio è stato un campione favoloso e mai compiuto, in questo senso. Ai Mondiali del 90 giocò il minimo indispensabile (lì fu Vicini a prendere un abbaglio colossale). Nel 94 per poco non li vince da solo (sbagliando però il rigore decisivo), nel 98 fu uno dei pochi a salvarsi, nel 2002 non partecipò perché, si sussurrava, “avrebbe fatto ombra a Totti e Del Piero” , stelle assolute della spedizione in Corea.
Un talento magnifico, mai compreso fino in fondo. Forse anche per quel modo tutto suo di essere una star. Con uno stile discreto, silenzioso, mai roboante nè eccessivo. Ricordo che ad ogni appuntamento importante (i Mondiali, o gli Europei) la convocazione di Baggio occupava sempre la prima pagina dei giornali con un’insistenza che alla fine risultava insopportabile. E ricordo Trapattoni, invitato dalle Terme di Chianciano (per non ricordo quale manifestazione), che ebbe un moto di stizza quando anche l’inviato del Corriere di Arezzo si alzò e gli pose la sempiterna domanda “Ma Baggio lo convoca o no?” .
Non ce lo siamo goduti Baggio, verrebbe da dire adesso. Non ci siamo goduti fino in fondo le sue giocate, i suoi numeri, la sua classe…. Abbiamo sempre ingombrato il panorama con mille inciampi, che forse non era il caso. La gente gli ha voluto bene, l’ambiente forse non gliene ha mai voluto troppo… E quando dico ambiente dico calciatori, allenatori, dirigenti e giornalisti. Probabilmente era uno spirito libero, oltreché un grande campione. E questo,in certi ambienti, è un peccato mortale.
Buon compleanno, Codino (soprannome di una bruttezza tartara, ma lo chiamavano così). Avercene adesso, di gente come lui….

Baggio

Pantani. Lasciarsi morire, fu il passo più logico. Tragico quanto volete. Ma andò così.

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Si può anche rimanere indifferenti alla parabola di Marco Pantani. Nessuno ci obbliga a provare pietà, compassione, tenerezza o altro.

L’Italiano sa essere generoso, ma in generale, bada al sodo: è un intrepido moralista, quando deve giudicare il prossimo, e non esita a foderarsi di cinismo, quando gli conviene.

Quando penso a Marco Pantani, per esempio, mi tornano in mente quegli attempati frequentatori di discoteche anni 70-80, che ad ogni bella ragazza che passava davanti avevano un solo, ed invariabile commento: “Ah, questa vorrei proprio vederla la mattina, appena sveglia”.

Non avevano mica tutti i torti.
Perché quelle donne riuscivano davvero irresistibili, ma con una bardatura di trucco e il parrucco che le faceva apparire più belle di quanto non fossero realmente.
La vera bellezza, secondo quegli strampalato personaggio, si collaudava invece la mattina presto, appena alzati dal letto. Quando si parte tutti alla pari, e non ci sono artifizi di sorta.
Nei film degli anni cinquanta, la chiamavano bellezza “acqua e sapone”.

Pantani era, probabilmente, una di queste bellezze.
Forse la bellezza più sgargiante, finchè si parla di bellezza “acqua e sapone”: nel senso che se il ciclismo fosse stato pane, salame e al massimo lo zabaione Pantani avrebbe probabilmente oscurato tutti: da Ullrich, a Indurain, a Virenque, ad Armstrong.

Purtroppo il ciclismo, in quegli anni, aveva smesso da un pezzo di essere pane e salame (e forse non lo era mai stato): così, anche il leggendario Pirata si era dovuto adattare.
Aveva, insomma, dovuto ricorrere al rossetto e al fondotinta, come le tante maliarde da balera che affollavano giriditalia e tourdefrance.
Non avesse fatto così, qualsiasi scalzacane di retrovia (ma con l’Epo a 49,9) lo avrebbe lasciato sulle ruote alla prima collinetta, come effettivamente successe quando tentò di rientrare al termine della squalifica.

Pantani ha pagato tutto questo.
Lui, da solo.
Non è questione solo di umana debolezza, o di fragilità… Nessuno di noi avrebbe resistito a quello sconquasso emotivo di Madonna di Campiglio, e tutti i perché che quelle analisi si portarono dietro.
Si fece strada, forse, l’idea che una vita così profondamente ingiusta non valesse nemmeno la pena di essere vissuta.

Lasciarsi morire, fu il passo più logico.
Tragico quanto volete.
Ma andò così.

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“L’impresa impossibile dell’Inter saprà accompagnarla; darà alle sue giornate forma e sostanza.” L’AMORE AI TEMPI DI MOURINHO – un romanzo di Riccardo Lorenzetti

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L’Inter che nel 2010 vinse il cosiddetto “Triplete”
(Scudetto, Coppa Italia e Champions League nella
stessa stagione) nacque per caso. Come nascono per caso
quasi tutte le storie d’amore, specialmente le grandi storie
d’amore.
Quelle più importanti.
Che muovono sempre da percorsi occasionali e mettono in
moto le cosiddette “sliding doors”: le porte scorrevoli del
destino delle quali è piena la Storia, con la A maiuscola.
Ne è nato addirittura un filone che studia la materia a livello
scientifico, e si domanda cosa sarebbe successo se
Napoleone, quel giorno, non avesse avuto un attacco di
ulcera. O se Alessandro Magno si fosse svegliato con
trentanove di febbre.
Non c’è bisogno di essere tifosi dell’Inter per capire la
portata di quel successo sportivo.
E per intuire che quella strabiliante vittoria fu dovuta ad una
serie di eventi apparentemente casuali, ma che obbedivano
ad una logica quasi matematica.
Tessere di un puzzle che andavano ad incastrarsi una dopo
l’altra e componevano un’opera d’arte.
A quell’evento storico concorsero acquisti dell’ultim’ora e
goal casuali. Arbitraggi favorevoli e persino eruzioni di
vulcani al Polo Nord.
Come se il destino, con la sua regia occulta, avesse oliato le
porte fino a farle diventare improvvisamente scorrevoli.
Dentro le porte si infilano quegli uomini che, a un certo
punto, di quel destino ne diventano strumenti, più o meno
inconsapevoli. Ma devono essere uomini speciali; come ne nascono pochi.
Uomini cari agli Dei, che con il loro carisma e la loro
personalità possono reggere il peso della storia che cammina
accanto a loro. E diventa leggenda.
Come Josè Mourinho, l’allenatore portoghese che del
“Triplete” fu, ancor prima dei calciatori, il simbolo e il
protagonista più evidente.
Un bellissimo spreco di tempo, diceva il cantante Jovanotti.
Questo è il calcio secondo Cosetta; una normalissima
quarantenne di provincia che proprio nel bel mezzo del
“Triplete” vive il cortocircuito della storia d’amore più bella
della sua vita.

L’impresa impossibile dell’Inter saprà accompagnarla; darà
alle sue giornate forma e sostanza. Una storia d’amore,
quella di Cosetta, che giorno dopo giorno diventa grande.
Riempie gli specchi dei suoi riflessi migliori, fino alla fine.
E diventa indimenticabile quando ti fa capire qual’è la vera
giustizia del mondo.
Quella che punisce chi ha le ali, ma non vuole volare.
Come il “Triplete” dell’Inter. L’impresa più poderosa del
calcio italiano.
Mondiali esclusi.

R.L.
L’Amore ai tempi di Mourinho – Romanzo
un Romanzo di Riccardo Lorenzetti
22 5 2020 SPECIAL ANNIVERSARY EDITION
Urbone Publishing
PREFAZIONE DI Filippo Tramontana pagina ufficiale
COVER BY Alessandro Foka Pianigiani

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“Poi, un bel giorno, arrivò Josè Mourinho…”

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“Ma ora, era rimasta sola. Davvero.
Perchè anche la sua vita sentimentale assomigliava molto da
vicino alla campagna acquisti di Moratti: qualcuno passava,
ma tutte mezze calzette. Tanti comprimari dalle grandi
aspettative, e nessun campione vero, uno in gamba che
potesse fare la differenza…. Che a quasi quarant’anni,
Cosetta non sperava più in Ronaldo o in Christian Vieri:
anche un Ruben Sosa, pensava, sarebbe andato benone. O
uno coraggioso, magari non bello a vedersi ma che in campo
dà l’anima. Uno come Ivan Zamorano, per esempio….

Poi, un bel giorno, arrivò Josè Mourinho.”

L’Amore ai tempi di Mourinho – Romanzo
Urbone Publishing
un romanzo di Riccardo Lorenzetti
prefazione di Filippo Tramontana
cover by Alessandro Foka Pianigiani
22 maggio 2020
SPECIAL ANNIVERSARY EDITION

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“Terzino”, “libero”…. Mi rendo conto che sto adoperando termini che sono ormai defunti. E oggi se n’è andato anche Benito Sarti.

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Era una Juve socialdemocratica.

Anzi, “socialdemocvatica”, come diceva l’Avvocato: che infatti, non l’ebbe mai in grande simpatia… Una Juve fin troppo lontana dai suoi gusti estetici, vellicati prima dagli argentini degli anni trenta, poi da Praest e John Hansen per arrivare alla libidine di Boniperti, Charles e Sivori.
Quelle sì che erano Juventus degne di essere chiamate tali: capaci di far innamorare alla causa bianconera un’intera nazione, in anni dove il calcio cresceva prepotentemente e si preparava a soppiantare ciclismo e pugilato nei cuori degli sportivi.

La Juve “socialdemocvatica”, invece, non dava spettacolo.
Soprattutto, non vinceva mai.
E per capire il perché, bastava dare un’occhiata distratta alle protagoniste dell’epoca: per accorgersi che a Milano si andavano a vedere Facchetti Mazzola e Corso, e la.domeuca seguente Rivera e Altafini… Che persino a Bologna si applaudivano Haller, Nielsen e Bulgarelli mentre a Torino ci si doveva accontentare di Cinesinho e Del Sol. Luis Del Sol, detto “il postino”: perché (diceva Alfredo Di Stefano) la palla era buono solo a consegnarla, massimo cinque metri. Mentre Luisito Suarez, della Grande Inter, te la metteva sui puedi anche a quaranta metri di distanza.

I terzini di quella Juve dimessa erano Gori e Sarti. E di battesimo facevano l’uno Adolfo e l’altro Benito: Adolfo Gori con la maglia numero due e Benito Sarti con il tre.
Fin troppo facile indovinare anche il loro anno di nascita. Sarti era del ’36: il punto più alto del cosiddetto “consenso”, con il boom di bambini che venivano chiamati Romano, Vittorio se non addirittura Impero. E Benito, ovviamente.
Gori era più giovane, e richiamava invece il Patto d’acciaio con la Germania nazista, l’asse Roma Berlino e l’abbraccio mortale con Hitler..
Chiamare un figlio Adolfo, nel 1939, pareva la cosa più naturale del mondo:
Poi c’erano diversi “Germano” e qualche “Ariano”.

Fu così che la Juve dei favolosi anni sessanta si trovò con Adolfo e Benito a presidiare le fasce: e, con loro, Anzolin e Bercellino-Berceroccia. Castano (con l’accento sulla prima a) e un Sivori ormai imbolsito. Gino Stacchini, Menichelli e all’ala destra, un tipo che di roboante non aveva il nome, bensì il cognome: Carletto Dell’Omodarme.

Vincerà anche uno scudetto, alla fine, quella Juve così “socialdemocvatica”.
E quando lo farà, sarà proprio grazie a… Sarti.

Che pero’ non è il Benito in questione bensì il portiere dell’Inter: che ha lo stesso cognome, ma il nome un ciccino meno impegnativo.
Si chiama, infatti, Giuliano. E sarà proprio una sua papera memorabile a Mantova che spianerà la strada allo scudetto bianconero (il numero tredici, per la cronaca)

Il Sarti “vero”, quello che ci interessa, invece, è ormai a fine carriera.
Giocherà solo sei partite, quell’anno: in tempo per sorseggiare lo spumante e poi salutare la compagnia, destinazione Varese.
Perché una volta era naturale chiudere la carriera in provincia, dove anche il terzinaccio più rude (se aveva giocato nella Juve) si riciclava in un “libero” di assoluto rispetto.

“Terzino”, “libero”…. Mi rendo conto che sto adoperando termini che sono ormai defunti.
E oggi se n’è andato anche Benito Sarti.

Classe 1936.
Ovviamente.

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Penso che Mario sia felice, e stia bene. Da qualche parte. Chissà dove. Nel suo pianeta.

Penso a Mario ogni due febbraio.

Anzi, a dire la verità ci penso ogni giorno.

Sono dieci anni che lo penso in molte occasioni che mi si presentano davanti, specie quelle più strane.
E poi mi ritrovo a sorriderci: “Chissà Mario, qui, cosa avrebbe detto.”

Lo penso adesso, forse, perché prima non me ne dava il tempo.
Di solito, faceva tutto lui.
La sua era una presenza costante e torrenziale: eccessiva ma insostituibile, vista col senno di poi.
Partiva alle otto di mattina e ti inchiodava quarantacinque minuti al telefono sui rigori alla Juve, sul perché non facevano più giocare Frey e sui cross sempre fuori misura di Pasqual.

Poi, improvvisamente, si ricordava di quanto fosse bello partire per il mare in colonna da Sinalunga, negli anni 60. Quando il mare era una cosa magica e lontana, e mettevano a guidare il gruppo Elio Noli: “si, quello che vendeva i vestiti in piazza, sotto l’ospedale, perché a Sinalunga c’era l’ospedale, te lo ricordi, e siamo nati tutti lì”.
E andava per primo perché “aveva la macchina più veloce, e conosceva la strada per Marina di Grosseto”.
Poi parlava del povero Cacioli e del povero Agile: e quel laghetto laggiù, bisogna lo dica a Scopino, che ci andiamo a pesca insieme. E poi c’è Marta che prende dei bei voti a scuola, e ieri l’allenatore del Sinalunga ha completamente sbagliato formazione, e “hai fatto caso quanto è bella l’alba in Valdorcia?”.

Mario era questo.
Già alle otto del mattino.
Con me, lo è stato per dieci anni… Anni da “Fantasisti”, e di quella trasmissione che lo aveva fatto diventare una piccola celebrità.
Lui, e quella voglia infaticabile di conoscere, di scoprire, di emozionarsi e di vivere.
“Io ho dentro di me il senso del meraviglioso” – diceva.

Quando morì, era un sabato mattina caldissimo.
Lo vidi, e fu come se mi avessero tolto la pelle.
Poi, per tutto il giorno, mi tornò in mente quella frase di De Andrè: “Ninetta mia crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio”.

Adesso, che sono passati dieci anni, guardo il cielo e penso che Mario sia felice, e stia bene.

Da qualche parte.
Chissà dove.
Nel suo pianeta.

Buon compleanno.

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Stasera mi è tornata in mente questa storiella, e ve la racconto. Il Maestro Narciso Parigi aveva il suo barbiere personale: lo riceveva ogni mattina…

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Stasera mi è tornata in mente questa storiella, e ve la racconto.

Il Maestro Narciso Parigi aveva il suo barbiere personale: lo riceveva ogni mattina nella sua abitazione a Firenze, per la cura quotidiana di barba e capelli.

Narciso Parigi, grande appassionato d’arte, aveva una casa che assomigliava ad un museo, ricolma com’era di dipinti, arazzi, sculture, ceramiche, e quell’umile barbiere si era innamorato di un quadro che il Maestro teneva in una sala, e che rappresentava un normalissimo paesaggio rurale.

Ogni volta che si recava dal Maestro, gli occhi del barbiere si posavano su quel quadro e non si staccavano più… Poco importa che quella tela fosse un’opera quasi senza valore, e firmata da un artista assolutamente sconosciuto.
Il Maestro Narciso Parigi se ne accorse e un bel giorno, al termine della solita sessione giornaliera di barba e capelli, staccò quel quadro dalla parete, e lo regalo’ senza indugio a quel sensibile barbiere.

Successe poi, per quelle coincidenze singolari che accadono nella vita, che l’autore di quel quadro morì, fu rivalutato dai critici e le quotazioni delle sue opere salirono vertiginosamente.
Tanto che quel quadro, che fin lì era definito poco più di una crosta, fu valutato lo sproposito di duecento milioni di lire.

Il barbiere sbiancò. Ma siccome era una persona perbene, si affrettò a riportarlo a quello che considerava il suo legittimo proprietario.
Suonò alla porta, e si trovò davanti il Maestro, in vestaglia.
“Sor Narciso… I’qquadro me l’avete regalato voi… E io non posso permettermi di approfittare del vostro buon cuore.”

Narciso Parigi lo guardò, spalancando gli occhi e fingendo di scandalizzarsi: “O cotesto, ‘icche’ discorso sarebbe? Un regalo gli è un regalo… Ci mancherebbe solo che ora tettu’ me lo restituisca… Quella si che sarebbe un’offesa bella e buona!”.
Sorrise, e gli offrì un bicchierino di vermouth.

Questo aneddoto (verissimo) lo racconto’ un suo caro amico.
Il Maestro Narciso Parigi, che era lì vicino, lo sentì e lo rimproverò aspramente: “Ma ora, icche’ c’entra di annoiare i signori, con codesti discorsi inutili?”.

Io l’avrei abbracciato.

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Rensenbrink. Fa male sapere che se n’è andato anche lui.

Renzen-brinzi.

Laddove “Renzen” era Renzo Formichi: quello che stava a Montepulciano, teneva l’Inter e in estate passava le vacanze in paese… Da nonna Angiolina, che aveva gli occhiali come l’attore Mario Carotenuto e la casina con la loggetta, proprio dietro la Piazzola.

Il “brinzi”, non ve lo dico. Ma ve lo lascio immaginare.
Quando avevamo dieci anni, e si serviva messa tutte le domeniche, il “brinzi” era una parola proibita: anzi, era la parola proibita per eccellenza, e ovviamente ci piaceva proprio per questo.
Perché era l’età delle prime scoperte, anche in quel senso lì: e quando al cinemino della Società Operaia mettevano fuori i manifesti dei film vietati ai quattordici, facevamo la corsa per andare a vederli.

Ma non era solo questione di Renzo e del “brinzi”.
Quella squadra che tanto ci affascinava, perché aveva le maglie arancioni e vinceva sempre, aveva un sacco di nomi bellissimi, esotici e perfetti per essere storpiati.

Rep diventava “Beppe”, che solo in Piazzola ce n’erano tre (e uno era mio babbo), e oggi in Piazzola non ci abita più nessuno, e ci sono solo case vuote.
Haan diventava “Anna”: come la mamma di Graziano, Lello e Michele, ma anche come la sorella di Tonino, che di lì a poco avrebbe conosciuto Mauro, che faceva il pompiere a Siena. E presto ci si sarebbe fidanzata “in casa”.

Krol, che diventava “Grol”.
Da “grollo”, che era un’altra parola un po’ così e indicava il moccio. Quella sostanza molliccia che ci faceva regolarmente compagnia, sotto il naso. E per impressionare le bambine, c’era qualcuno che se lo mangiava.

Rijsbergen, il biondo. Jongbloed, il portiere-tabaccaio che giocava con la maglia gialla numero otto, e quando finiva la partita, andava a vendere le sigarette. Proprio come Carnera e Rossino, che avevano la bottega in piazza: e potevi comprarci le Nazionali semplici, le Alfa ma anche il cacio, il sale e persino l’anguilla, perché i negozi di paese, una volta, vendevano di tutto.

“Facciamo che io, oggi, sono Bananeghens”, disse una mattina Stefano. E si riferiva a Frank Van Hanegem, “il gobbo”, che di quella squadra era il cervello di centrocampo. Sortendo lo stesso effetto comico del Pianigiani, quando faceva l’intenditore del cinema.
“Bravo, quell’attore americano…”
“Quale?”, gli chiedevano.
“Quello che si chiama Starring… Non c’è film dove non gli trovino una parte.”

Ecco.
Quella era la nostra Grande Olanda.
Cruijff, Neeskens, ma soprattutto “Grol”, “Beppe”, “Anna”, “Bananeghens” e tutti quei campioni che ci ricordiamo ancora, e sono passati quasi cinquant’anni.
E, ovviamente, “Renzen-Brinzi”.
Che aveva il nome più carino di tutti.

Fai male sapere che se n’è andato anche lui.

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Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.

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Oggi il grande Ricardo Zamora avrebbe compiuto gli anni.
Sarebbero stati centodiciannove, fosse ancora vivo (!). Lo ha detto la Radio, due minuti fa. In Spagna, Zamora è una leggenda, ma chi mastica un pochino di pallone sa che si parla di un personaggio straordinario: come straordinari ci sembrano adesso tutti i campioni degli anni venti o trenta, quando il football era ancora bambino e usciva ammantato di storie e leggende così candide e ingenue da sembrare le favole prima di addormentarsi.
 
Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.
Mi metto nei panni di un appassionato dell’epoca e provo a immaginare come poteva arrivarmi, allora, l’immagine di uno Zamora (o di un Sindelar, di un Planicka, o dei fenomenali “forward” inglesi) senza l’ausilio della televisione. Con il solo filtro delle cronache dell’epoca, curate da favolosi giornalisti-letterati di stile quasi ottocentesco che descrivevano le partite con una prosa a metà strada tra D’Annunzio e le lapidi dei Caduti in guerra.
 
Le poche immagini che abbiamo (dai Cinegiornali Luce) ci fanno vedere buffi ometti in bianco e nero che corrono velocemente (per via della pellicola), azioni frammentate dove si capisce quasi niente di cosa succeda… Ma evidentemente bastavano per stuzzicare la fantasia della gente che proprio allora cominciava ad appassionarsi al calcio: non ancora popolare come il ciclismo, o la boxe, ma in procinto di diventarlo.
Un po’ perché l’Italia, in quegli anni, era una squadra formidabile (due Mondiali, un’Olimpiade e altri trofei Internazionali), molto perché i calciatori piacevano… O forse il segreto stava proprio nel fatto che erano così “lontani” e inarrivabili. Nessuno li vedeva, ma a leggere le loro gesta dovevano essere proprio gente degna del Prode Orlando e degli Eroi della “Chanson de Geste”.
 
Meazza, “Il Balilla”. Lo sfondareti “Piola”, e poi tutti i campioni stranieri: soprattutto i “Danubiani”, che insegnavano calcio a tutto il mondo, e gli Oriundi del Sudamerica come Orsi, Monti o Cesarini. Che giocavano nell’imbattibile Juve del quinquennio, ma la notte si davano un gran daffare anche nei “Tabarin”. O il grande Attila Sallustro, che a Napoli era tra i pochi a possedere un automobile, e una soubrette del Varietà finì anche per sposarla.
 
Ricardo Zamora pareva, all’epoca, l’equivalente di un mostro a tre teste. Circondato dall’aura mistica delle fantasie che arieggiavano intorno alle sue imprese e dal classico “basco” in testa (al quale nessun portiere, allora, rinunciava).
Fu il nostro incubo nel 1934, in quel Mondiale che Mussolini pretendeva vincere per innalzare al mondo “le glorie sportive dell’Italia risorta” (sic): e la Spagna (che ci toccò nei quarti di finale) si dimostrò un osso durissimo. Si giocò a Firenze, e più che una partita fu una mattanza, perché gli Spagnoli passarono in vantaggio e Zamora parò il possibile e l’impossibile… Per pareggiare fu necessario un “furto” di Ferrari, che tirò in rete mentre Meazza commetteva la più abominevole delle cariche sul portiere, impedendo di fatto l’intervento dell’imbattibile campione.
L’arbitro (assai casalingo) sorvolò, e concesse la segnatura.
Finì 1-1, e nella “ripetizione” del giorno successivo (i rigori non li avevano ancora inventati), Zamora non c’era più. Al suo posto, un certo Nogues, che ne prese misteriosamente il posto e non potè che inchinarsi al destro di Meazza, con il quale l’Italia vinse 1-0.
 
Si parlò di un infortunio. Cose mai chiarite del tutto.
Parlarono addirittura di una concitata telefonata notturna tra i Ministeri degli Esteri per “contrattare” l’assenza di quel fenomenale portiere in campo, all’indomani. E pare che la spuntò l’Italia, che aveva un po’ di grano in eccedenza e buoni addentellati con il Governo di Madrid (alle prese con notevoli beghe interne, peraltro).
 
Così, l’Italia vinse il suo Mondiale. Battendo anche la grande Austria, e poi la Cecoslovacchia in finale.
Di certo, quella partita con la Spagna resta ammantata nel mistero, ma anche grazie a quel mistero la fama del grande portiere crebbe a dismisura. E anche per questo, bastavano due immagini confuse di Cinegiornale, per dargli la dimensione di un eroe omerico.
Le leggende sportive nascevano così. .
 
Tanti auguri, allora.
Senor Zamora.
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