E poi c’era la pallina di Felice Gimondi, ovviamente.

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Era una questione di palle.
Anzi, di palline.

E in base a quelle, si misurava quanto pesavi nel gruppo, e qual’era il tuo grado di autorevolezza all’interno di esso.

Non è un discorso figurato; le palline erano in plastica e si vendevano nei sacchetti a rete, uguali a quelli che contenevano le arance. Si chiamavano “biglie da spiaggia”, ma andavano benissimo anche per gente di collina come noi: che con la sabbia avevamo poca dimestichezza, e l’unico mare che conoscevamo era il famoso fontone dei “Bagnacci”, tra Lucignanello Bandini e Cosona.

Il nostro modo di essere, la nostra estetica, la nostra filosofia di vita era già dentro quei sacchetti, e in quelle palline.
Potevi essere Eddy Merckx, per esempio… E siccome di Merckx ce n’era uno, ed era la pallina più ambita, già da lì si capiva che saresti venuto fuori un tipo di personalità: uno dal grande carisma, la cui leadership veniva riconosciuta da tutti.
E niente conta più di quello, quando si hanno dieci anni.

Ma potevi essere anche altri corridori.
Quelli dal nome esotico, come Roger De Vlaeminck. O De Muynck, che vinse un paio di Giri d’Italia. Potevi essere Adorni, o Motta, che erano bravi, ma non abbastanza da scaldarti; outsider come Franco Bitossi della Filotex, che a Prato e Pistoia aveva più tifosi della Fiorentina, o come Marino Basso, che vinse a Gap (proprio su Bitossi) lo sprint più crudele della storia del ciclismo.
Francesco Moser della Sanson, che era l’astro nascente, oppure quei nomi che salmodiava il telecronista De Zan: quelli tipo “Baaa-roon-cheee-lliiii”, che durava quanto una strofa in ottava rima, per prendere tempo e riconoscere quelli che arrivavano dopo.
E poi Godi Schmutz, preceduto inesorabilmente dall’aggettivo “l’Elvetico” (che voleva dire Svizzero). Come Tommy Prim, che era “lo Scandinavo” e Francisco Galdos, “l’Iberico”… Uniche “intrusioni” in uno sport che era da sempre un affare tra Francesi, Italiani e Belgi; che quando scappò fuori Stephen Roche, ed erano già gli anni ottanta, sembrò uno caduto per caso dal pianeta Marte. Perchè un Irlandese che andasse forte in bicicletta, non rientrava nel novero delle cose possibili.

E poi c’era la pallina di Felice Gimondi, ovviamente.
Anche se io, per una questione di anagrafe, mi ricordo più il Gimondi crepuscolare, a fine carriera, che non il campione fiammeggiante capace di vincere il Tour a poco più di vent’anni.
E me lo ricordo in un lontano e triste pomeriggio davanti alla televisione, in quegli anni dove l’evento sportivo era una specie di messa laica da seguire tutti insieme e il tifo militante era un dovere che coinvolgeva tutto quello che chiamava in causa l’Italia: la Nazionale di calcio e la Ferrari, Thoeni e Panatta, Mennea e Sara Simeoni.

E mi ricordo di quel Gimondi lì, ormai in netta difficoltà, su una salita del Lombardia, o forse della Sanremo… Lui, con la sua faccia triste da persona “seria, perbene e lavoratora” (diceva il povero Fosco), a guardare immalinconito tutti quei giovanotti che si chiamavano Algeri, Visentini o Mario Beccia, ai quali bastavano due colpi di pedale per saltarlo, e lasciarlo lì.
La telecamera indugiò su quel volto da Cristo in croce, tipico dei ciclisti in difficoltà: e De Zan, come la Veronica sul Golgota, ad asciugare l’amarezza per il campione ormai al tramonto.
“Un problema con i crampi, sicuramente…”
“Forse la bicicletta ha il cambio difettoso…”
“Probabile un alimento sbagliato, durante l’ultimo rifornimento…”.

Erano, palesemente, bugie pietose.
Piu’ semplice dire che il vecchio Felice Gimondi, beh… Non ne aveva più.
Perché arriva il momento che il tempo ti chiede il conto, ed Achille deve uccidere Ettore.
Ma è proprio quello il momento che il tuo cuore tifoso si ribella. E allora si, che fai il tifo per Ettore.
Più di quanto tu non abbia mai fatto.

Ti sia lieve la terra.FB_IMG_1566305075579

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E quando ci sentivamo parte di qualcosa, e quel qualcosa ci sembrava giusto di onorarlo e rappresentarlo al meglio: pur con la maglia che stava troppo larga e stando attenti a non rovinare le scarpe della domenica.

Non fu probabilmente la partita del secolo, ma di certo quel lontano “bianchi contro viola” ci è rimasto nel cuore per tanti anni.

E c’è da giurare che tuttora, nel rivedere quelle due fotografie, a qualcuno di quei piccoli protagonisti è scorso un brivido lungo la schiena nel rivedersi bambino… E nel ripensare alla primissima volta nella quale ognuno di noi si sentì un calciatore a tutti gli effetti. Per il semplice fatto di calpestare un camposportivo “vero” (perché eravamo abituati alla “Compagnia” e alla “Piazzola”, e allora l’Armando Picchi ci pareva lo stadio di Wembley). Ma anche per il gusto che dava indossare una maglia vera e propria (con il numero dietro), unito al rito virile della condivisione dello spogliatoio e poi della folla che veniva a vederti (e se la memoria non mi inganna, c’era un bel po’ di gente).

Erano tempi avventurati, quelli. Non esistevano outlet, né multisale, né centri commerciali; e d’altronde anche le automobili, e le strade a disposizione, erano quelle che erano. Così, tutte le scuse erano buone per movimentare la domenica dei paesani; anche una partitella tra bambini di dieci anni, senza star lì a fare i difficili, o a metterla giù troppo lunga sul gap fin troppo evidente tra il più grande (Michele Perugini, portiere dei “viola”, che doveva essere un 1962 ed era già molto più grosso degli altri) e i più piccoli (Donato e il Rossi, che sono del ’68, ed erano due scriccioli).
La partita, infatti, si giocò nel 1975.
Nove contro nove. Perché tra Petroio e Castello, quella domenica pomeriggio di primavera, non ci fu verso di trovarne di più, evidentemente… Non nel numero legale, ma comunque abbastanza fieri ed impettiti nella foto di inizio gara, scattata probabilmente da Vasco Pallari o da quel signore altissimo di Sinalunga che si chiamava Mario e faceva l’impiegato postale. E siccome anche una fotografia, all’epoca, costituiva un evento abbastanza raro, ecco che quei piccoli calciatori sono ritratti nella speranza di assomigliare nello sguardo e nel piglio a Rivera, a Mazzola e a tutti quei campioni che si vedevano alla Domenica Sportiva, o nella pagina centrale dell’Intrepido o del Monello.

Il risultato finale? Quattro a uno per la squadra viola.
Maturato alla fine di una gara dove la differenza la fecero i due fuoriclasse dell’epoca: il centravanti Maurizio Tozzi (“il citto di Macinino”) e l’ala sinistra Stefano “Pippino” Terrosi (“il citto di Trutru”), autori di una doppietta a testa e di giocate di alta scuola… Per i “bianchi”, il punto della bandiera siglato da Danilo che trasformò un dubbio calcio di rigore, benevolmente assegnato a risultato ormai acquisito dal direttore di gara (che probabilmente era Nanni Machetti, ma poteva essere anche Passerotto).

A riguardare la foto, quarantacinque anni dopo, si evince come la gara fosse assai squilibrata già dalle formazioni iniziali, e la qualità fosse tutta a favore dei “viola”, che potevano esibire un potenziale offensivo notevolmente superiore. Insieme ai due marcatori, infatti, si nota la presenza di Michele Casini a completare il tridente, e nel ruolo di trequartista (o presunto tale) Franco Bindocci, che da bambino giocava benissimo, ed era bravo soprattutto a calciare le punizioni.
I “bianchi” avevano in attacco Cesare Bellacci e Andrea Marrangoni, supportati dall’estro di Marcello Ermanni (schierato con un impegnativo numero dieci) e di Damiano Graziani (che faceva il mediano).

Desta tenerezza, semmai, vedere quanto sia cambiato l’approccio allo sport, nel breve volgere di una generazione: e lo si evince a cominciare dall’equipaggiamento, soprattutto se paragonato all’attuale guardaroba che può esibire un qualsiasi bambino che frequenti la scuola calcio.
Tra “bianchi” e “viola”, invece, quasi nessuno ha regolari scarpe da calcio: ed i pantaloncini sono spesso quelli da passeggio; che, finita la partita, verranno prontamente reindossati per la vita di tutti i giorni.
Anche perché non ci sono docce che aspettano i calciatori in erba. Gli “spogliatoi” sono il garage dove Oreste rimette solitamente il camion (per i “bianchi”) e la rimessa di Amedeo Graziani (per i “viola”), ma è l’unica concessione ufficiale alla ”regolarità” della gara. E quando finisce la partita, si torna tutti a casa; a prendersi qualche scapaccione, nel caso pantaloni e scarpe si fossero rovinati nell’impeto della competizione. “Che il tu’babbo i soldi mica li zappa, sai…”, era la frase di rito.

I diciotto ardimentosi che furono protagonisti di quella primissima partita “ufficiale” hanno, adesso, un’età che va dai cinquanta a i sessant’anni.
Rappresentano probabilmente l’ultima generazione cresciuta “per strada”: una gioventù che conobbe pane e pomodoro (o pane e burro, o pane vino e zucchero) e non il Mc Donalds. Che non aveva a disposizione duecento canali televisivi, e comunque i cartoni animati, o i telefilm tipo Zorro o Tarzan, li guardava raramente, perchè preferiva scendere in strada, e rimanerci fino tardi… Almeno fino a quando, dalle finestre, partivano le litanie di mamme e nonne ad avvertire che il pranzo (o la cena) era pronta; con acuti in do settima che Maria Callas se le sognava.
Che, parlando di pallone, comprava le figurine da Duina, alla Piazzola e guardava Novantesimo Minuto in bianco e nero. E quando gli succedeva di entrare all’Armando Picchi con una maglia addosso, giocava per i “bianchi”, o per i “viola”, e gli sembrava di sognare.
O, anche meglio, quando capitavano le sfide estive con il Castello, il Montefollonico o i campeggiatori religiosi di Sant’Anna in Camprena: e lì, se specialmente ti capitava di segnare un gol, avvertivi la considerazione e i complimenti di quelli “grandi”. Più, ovviamente, il gelato assicurato: da “Carnera”, o “alle Acli”, o “al Circolo dell’Enal”.

Alcuni di quei bambini, adesso, sono addirittura nonni. Per molti di loro, la passione per il calcio (che all’epoca era totalizzante) si è affievolita fino a scomparire del tutto; ma sono sicuro che nel vedersi in quella foto, un’emozione è comunque arrivata.
Un’emozione che ricorda la “meglio gioventù” che eravamo: quando facevamo del nostro meglio per assomigliare a Lello, a Fulvio e a Tonino, che erano i nostri fratelli maggiori, e ci sembravano bravi come Pelè o Crujff.

E quando ci sentivamo parte di qualcosa, e quel qualcosa ci sembrava giusto di onorarlo e rappresentarlo al meglio: pur con la maglia che stava troppo larga e stando attenti a non rovinare le scarpe della domenica.

Il GS comincia il suo viaggio domani.
Mi sembrava giusto ricordargli da dove viene

BEPPEENZO

FOYER: la vita e’ la piu’ grande ribalta AGOSTO 2019 #CHIUSI #FESTIVAL ORIZZONTI Tele Idea Fondazione Orizzonti d’Arte Chiusi

FOYER: la vita e’ la piu’ grande ribalta
#CHIUSI #FESTIVAL ORIZZONTI #TEATRO
#Tele Idea – Emittente Televisiva @Fondazione Orizzonti d’Arte Chiusi

In ogni caso, dei piccoli artisti; Chimenti, ma anche Palanca che giocò una vita nel Catanzaro. O Montefusco, genietto di un Napoli piuttosto modesto, e Vendrame, che scriveva persino poesie; l’estroso Zigoni, del Verona, e anche il mio Alviero Chiorri…

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Il limite, e anche la forza, di uno come Vito Chimenti era proprio la provincia.

La provincia di una volta, dico. Che oggi non esiste nemmeno più, e quindi il discorso sarebbe già finito ancor prima di cominciare. Perché uno con quel talento lì (vero o presunto) in provincia, adesso, ci rimarrebbe tre, quattro mesi al massimo; il tempo di farci prendere la mira al procuratore, e soprattutto ai giornalisti, per i quali basta un gol al Benevento e ti battezzano fuoriclasse assoluto.

Ai tempi di Vito Chimenti non era così.
E infatti c’erano un sacco di calciatori che nascevano in provincia, e in provincia morivano (calcisticamente parlando. Piccoli trapezisti dal viso malinconico, ricchi di estro ma destinati a non andare oltre il circo di paese; virtuosi ballerini destinati ad illuminare i teatri di periferia, e mai il Bolscioi.
In ogni caso, dei piccoli artisti; Chimenti, ma anche Palanca che giocò una vita nel Catanzaro. O Montefusco, genietto di un Napoli piuttosto modesto, e Vendrame, che scriveva persino poesie; l’estroso Zigoni, del Verona, e anche il mio Alviero Chiorri… Che per noi era il più forte di tutti, ma se entrava a San Siro gli chiedevano i documenti.

Perchè erano tempi, quelli, dove le squadre non avevano trenta giocatori, e le cosiddette “grandi” il loro genio ce l’avevano già.
Di Mazzola in squadra, insomma, ne bastava uno. Come bastava, e avanzava, un Bulgarelli, uno Juliano o un Ciccio Cordova, che erano le “stelle” dell’epoca… Ed in quanto tali, poco disposte a dividere l’applauso con il parvenue che arrivava dalla provincia.
Il grande Meazza non poteva vedere Annibale Frossi, che segnava per conto suo anziché passargli il pallone; e così Boniperti con Nicolè, che veniva dal Padova. Platini era geloso di Beniamino Vignola, le (rare) volte che gli rubava l’apertura sulla Gazzetta, e raccontano di Rivera che, quando volevano cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala, si comprò addirittura il Milan e ne “licenziò” il Presidente.
Anche per questo i Vito Chimenti nascevano in provincia, e lì rimanevano confinati; destinati all’amore imperituro di quelle tifoserie che grazie ad essi hanno vissuto anni memorabili, e adesso vedono la propria squadra sciagattare in serie D.

Altri tempi, quelli.
Dove i calciatori del Palermo li vedevi giusto nelle figurine Panini oppure in televisione, ma solo nel caso di una finale di Coppa Italia, quella volta ogni mille anni che ti capitava di arrivarci.
Successe nel 1979.
Era giugno, e al bar di piazza avevano già messo i tavolini fuori per i libidinosi del briscola-tresette.
Vito Chimenti segnò, al primo minuto.
Un gol alla Juve, all’epoca, era un lasciapassare per l’immortalità, ma anche una sbruffoneria: per uno di provincia, voleva dire attraversare le colonne d’Ercole… Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire la virtute di Mammì del Catanzaro, o di Gaetanino Troja, che proprio con un gol alla Juventus avevano nobilitato l’intera carriera.

Il povero Vincenzo alzò distrattamente la testa e sospirò: “Hanno fatto la frusta per il loro culo… Ora ne beccano un sacco e una sporta.”.
Come dire che quella sfacciataggine sarebbe costata molto cara a Vito Chimenti e al suo irriverente Palermo, che la magna Juve avrebbe schiacciato senza fatica, come si fa con le zanzare.
E invece, ci volle un gol di Sergio Brio, a cinque minuti dalla fine. E infine una prodezza di Causio, ai supplementari; quando tutti aspettavamo almeno i rigori, e speravano nello scherzetto alla Vecchia Signora.
Che stava antipatica anche nel 1979, evidentemente. Ma allora era un’antipatia goliardica, e spesso divertente, mentre adesso ci siamo incattiviti troppo.

A noi ragazzi, rimase negli occhi il gol di questo Vito Chimenti, per l’appunto: un tipo da figurine panini, più che da televsione, e che poi avremmo rivisto negli anni a venire con le maglie dell’Avellino e della Pistoiese, del Catanzaro e del Taranto. Mai con una maglia importante, come forse avrebbe meritato.

Ma il destino dei Chimenti (e dei Palanca, e dei Vendrame) non era evidentemente quello dell’Ulisse dantesco: era, invece, quello di Prometeo. Che un giorno rubò il fuoco agli dei e volle regalarlo agli umili, quali erano i tifosi del Cagliari, della Spal o della Sambenedettese.
Oppure, il destino di Robin Hood.
Che ruba ai ricchi per donare ai poveri, e poi un giorno si trova sulla sua strada Franco Causio; che anche lui ha un bel paio di baffi, esattamente come te, e anche lui viene dal sud.

Però, si trova dalla parte giusta: e infatti passerà alla storia come “Il Barone”.

Mentre Vito Chimenti, invece, sarà soltanto “quello della bicicletta”.

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Che uno come Antognoni quello scudetto l’avrebbe meritato più di tutti.

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Chi ama il football e abita in Toscana, sa che prima o poi, presto o tardi, dovrà fare i conti con la Fiorentina.
Anche se non ne è tifoso.
Perché la Fiorentina ha qualcosa di magico. E’ qualcosa di più che una semplice squadra di calcio: vive una simbiosa assoluta e affascinante con la città che rappresenta. Ed il legame con la gente, è qualcosa di assolutamente profondo.

“Non sei per la Fiorentina?”
“No.”
“E allora, che Toscano sei?”

Eppure c’è stato un anno dove la piccola, orgogliosa Fiorentina è stata per l’ultima volta ad un passo dal sogno, ed ha recitato da protagonista assoluta fino alla fine. Successe nell’anno di grazia 1981-1982, uno dei campionati più mirabolanti e romanzeschi di sempre.
Primo, perché la Fiorentina e la Juventus si presero subito a braccetto e si lasciarono solo alla trentesima giornata (già quello è un fatto abbastanza raro): secondo, perché fece da prologo al Mundial di Spagna. Infine, perchè gli episodi che lo caratterizzarono ebbero un retrogusto da sceneggiato televisivo. Grandi protagonisti, colpi di scena, intrighi, fino, ovviamente, al finale mozzafiato.
L’atmosfera era incredibile. Nei bar non si parlava d’altro, e l’attesa per la domenica, pazzesca. Era un football dove non esistevano anticipi e posticipi: alla tv, programmi semplici come Domenica Sprint, o la Domenica Sportiva, che registravano ascolti da capogiro. E naturalmente il leggendario 90° minuto, alle sei del pomeriggio… Quella strepitosa compagnia di giro popolata da personaggi incredibili, alla Tonino Carino da Ascoli per intendersi. Gente con la presenza scenica di un bradipo e la dizione da attore di una filodrammatica paesana. Ma che, nell’Italia semplice di allora, funzionavano a meraviglia.

La Juve dell’81-82 era ancora quella che aveva dominato gli anni 70: un impasto di classe e grinta che Enzo Bearzot trapiantava spesso e volentieri nella sua Nazionale. Su quello, Boniperti volle innestare il talento di Liam Brady, fine regista irlandese che aveva fatto faville nell’Arsenal.
La Fiorentina, invece, era un orologino svizzero. Costruita dall’ambizioso Conte Pontello con la regia del furbissimo Tito Corsi.
Sfoggiava una maglia nuovissima e fin troppo originale: di un viola postmoderno con una presenza invadente di rosso e di bianco, ed un giglio stilizzato antistorico e antiestetico.
L’allenatore era Picchio De Sisti, e i migliori in assoluto furono due giovincelli di belle speranze: Pietro Vierchowod in difesa e Daniele Massaro, finta ala sinistra. In mezzo, il magistero araldico di Giancarlo Antognoni, il campione più amato dalla gente: fuoriclasse dal gioco sussiegoso ed elegante e dalla carriera bella e malinconica, molto in linea con le caratteristiche di quella città che lo venerava.

Il campionato di Antognoni, però, si interruppe drammaticamente il 22 novembre dell’81. Sul ginocchio (fin troppo alto) del portiere del Genoa che lo beccò pieno sulla tempia .
Ricordo ,a distanza di anni, la mestizia di quel pomeriggio drammatico, con Antognoni che usciva dal campo in barella e i telegiornali dell’epoca che aprivano le edizioni con gli accenti gravi e drammatici, riservati alle tragedie tipo il terremoto dell’Irpinia o Alfredino nel pozzo.
Quell’incidente ad Antognoni parve una cattiveria del destino.
E infatti, lo era.
Una cattiveria ingiusta e immeritata, che andava ad arricchire quella specie di leggenda nera che aleggia da sempre sulla squadra viola. Un incantesimo magico che, proprio nel momento di spiccare il volo, si diverte a mettere fuori combattimento il suo giocatore più bravo (è successo con Baggio, con Batistuta, con Pepito Rossi e da ultimo con Mario Gomez).

Come andò a finire quel campionato da feuilleton, è storia nota. L’ultima giornata, in un pomeriggio torrido di fine maggio: il rigore di Brady a Catanzaro e il gol annullato (ingiustamente) a Ciccio Graziani, in quel di Cagliari.
Doveva essere spareggio, e invece vinse la Juve, per la classica incollatura: rimase la rabbia di Firenze, e quell’adesivo (“Meglio secondi che ladri” ) stampato in migliaia di esemplari e che ogni buon tifoso viola applicò al lunotto posteriore della propria automobile…. Mentre a Torino stampavano la seconda stella che significava il raggiungimento dello scudetto numero venti.
Furono giorni tumultuosi, dove la sempiterna rivalità tra i due Club toccò il suo zenith.
Poi, arrivarono le caldi e dolci notti di Espana 82.
E lavarono tutto.

Naturalmente, rientrò anche Antognoni, nelle ultime giornate. In tempo per mettere il suggello, con la sua presenza, ad un campionato da romanzo.
Che non vide la Fiorentina con il tricolore sul petto, ma che sottolineò una volta di più la “diversità” di una tifoseria come quella di Firenze. Talmente legata ai suoi simboli e ai suoi affetti che una eventuale vittoria non nobilitata dal proprio campione più amato, sarebbe stata comunque una vittoria “mutilata”. Una vittoria bella, ma con un sapore meno pieno; che uno come Antognoni quello scudetto l’avrebbe meritato più di tutti.
Forse fu il destino (oltre a quella svista arbitrale) ad orchestrare l’epilogo del campionato 1981-82. Che nella foto per celebrare l’eventuale scudetto ci fosse Luciano Miani, e non Antognoni… Beh, quella si che sarebbe stata una cattiveria bella e buona.
E dal momento che la Fiorentina non ha una tifoseria, ma un popolo di inguaribili e romantici amanti, era giusto che andasse in quel modo.

E se non fu proprio giusto, fu comunque un bel finale.
Così, quando si chiuse il sipario, il pubblico applaudì. E quando se ne ricorda, applaude ancora adesso, che sono passati più di trent’anni.
Perché il calcio è vita.
E anche la vita, a volte, non è giusta.

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Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.

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Sapeva di persone perbene, quella Nazionale.
Come il forno che avevi sotto casa, quando eri piccolo, e la mattina emanava un profumo irresistibile di pane fresco.
E sull’uscio della bottega c’era il fornaio: sempre sorridente, quasi sempre grasso e rigorosamente con i baffi.

Fu, quello, il vero segreto del Mundial 1982.
Che i suoi protagonisti erano tutte persone perbene, come i fornai grassi e baffuti di una volta
Erano perbene Pertini e Bearzot. Scirea e Zoff. Cabrini, Antognoni e Ciccio Graziani. Lo Zio Bergomi e persino Spadino Selvaggi, anche se non giocò mai.
Bruno Conti: che io conobbi un pomeriggio a Montepulciano, e mi sembrò perbene come quei fornai. Accompagnava la squadra Giovanissimi della Roma nella Finale Nazionale, ed aveva un sorriso e una parola buona per tutti. Poi passavano quei ragazzini di quattordici anni, e se la tiravano parecchio più di lui.

Fu, quello, il Mundial della nostra gioventù.
Quello che ci saremmo portati dentro per tutta la vita, dovessimo campare mille anni… L’estate della vespa 50 e del lento tipo “Il tempo delle mele”. Dei bagni al fiume e di Italia Brasile 3-2: stadio Sarrià di Barcellona, dove adesso hanno costruito un supermercato.
5 luglio 1982.
Ventisette anni fa.

Perché ci sono due date indelebili nella storia del calcio italiano, e sono proprio il 4 maggio e il 5 luglio.
Ma il 4 maggio piove sempre: come se anche la primavera si fermasse, quel giorno, a ricordare il sacrificio del grande Torino.
Il 5 luglio, invece, c’è sempre il sole.
E’ una giornata calda e luminosa; afosa e appiccicosa, come lo fu tutta l’estate del 1982 d’altronde.
E’ la giornata giusta per ricordare i ragazzi che eravamo.
Ma anche per ricordare quelli che abbracciammo, in quelle serate felici, e che adesso non ci sono più.
Che allora erano grandi e forti, e adesso gli portiamo un fiore, al cimitero, per ricordare che il calcio serve anche a questo… A ricordare.
A me succede anche con il Petroio, tanto per dire: “Ah, ci fosse stato Passerotto…”, penso, quando vince una partita importante.

La Nazionale dell’82 fu l’emblema della nostra fantasmagorica, irripetibile giovinezza.
Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.
Molto più della finale con la Germania, dove tutto era già scritto.
La partita decisiva, in realtà, fu proprio il 3-2 con il Brasile; fu in quel pomeriggio lì, che diventammo improvvisamente eroi. Seguendo in apnea gli ultimi venti, terrificanti minuti, compresa la famosa parata sulla linea di porta, all’ultimo secondo.
Quella che regalo’ l’immortalità a Dino Zoff, e costò a tutti noi almeno due-tre anni di vita.

Ricordo tutto di quell’estate.
Ricordo chi c’era, dove era e cosa faceva.
Ricordo le parole dette, quelle sussurrate e quelle soltanto pensate,.
Ricordo le canzoni dell’estate del 1982, perché anche quelle é impossibile dimenticarle: Miguel Bosè che cantava: “bravi ragazzi siamo, amici miei… Tutti poeti, noi del 56.” perché quelli del ’56, allora, erano ragazzi.
E oggi sono nonni.

Oppure “Avrai”, di Claudio Baglioni, che risuonava continuamente nei juke-box e in quegli ingombranti radioregistratori che andavano tanto di moda.

Era facile prevedere, allora, che avremmo avuto “grilli e stelle”, e “tuoni di aerei supersonici”.
E “pantaloni bianchi da tirare fuori, che è già estate” e “Natale di agrifogli, e candeline rosse”.

Poi, non è mica andata così.

Però, fu bello crederci… E tutto ci sembrò, davvero, a portata di mano.

Era il 5 luglio del 1982

 

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A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR – Riccardo Lorenzetti “A PRIMEIRA [E ÚNICA] TENTATIVA DE FAZER UMA REVOLUÇÃO JOGANDO FUTEBOL. E TER SUCESSO”

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“Porque Zoff, os setenta anos, nunca irá completar. Como também não completaram o Batman e o Topo Gigio… nem mesmo Tex Willer. Porque algumas pessoas nunca morrem, e sobretudo não envelhecem. E, sobretudo, enquanto fazemos coisas para preencher nossos dias, tais como esperar o verde nos semáforos, pagar o imposto de carro ou jogar na loteria, Zoff ainda está lá no estádio Sarrà. Com a sua idade indefinida, sua camiseta cinza com o número 1 costurado atrás e acima de tudo, com as mãos na bola que acabou de ser cabeceada pelo defensor Oscar. Na linha do gol, a defesa mais linda da história do futebol. O que nem Batman, nem Topo Gigio nem Tex Willer conseguiriam fazer.”

 

A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR Riccardo Lorenzetti

<<A PRIMEIRA [E ÚNICA] TENTATIVA DE FAZER UMA REVOLUÇÃO JOGANDO FUTEBOL.

E TER SUCESSO>>.

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‘A liberdade é um toque de calcanhar’ fala de amor, de futebol e de liberdade.

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Existem anos transitórios. São aqueles anos em que o mundo deixa de ser o que tem sido até o momento, mas ainda não é o que vai ser depois. São anos que vão além do nosso costumeiro código alfanumérico.Simplesmente, saem da história como estudantes numa viagem prêmio ou soldados em dias de folga. Houve um tempo, na Itália, que aqueles anos que passaram, não eram nem os anos 70 nem os 80. Como se entre a Milão do bandido Vallanzasca e a Milão das baladas tivesse um instante, um lapso de tempo no qual Vallanzasca não existe mais e os bares ainda estão fechados.

Nesses anos transitórios, a Itália venceu a Copa do Mundo na Espanha e o Corinthians de Sócrates deu o que falar pelo futebol e muito mais.

Dizem que Sócrates morreu em 4 de dezembro de 2011. Parada cardíaca, depois de uma noite exagerando no consumo de álcool: fiel aquela regra de ouro que sempre ligava o campeão a uma certa quantidade de vícios fora do campo.

<<Porque com o campeão viciado eu ganho os jogos importantes, enquanto reservo o bom garoto para minha filha se casar no dia que ela quiser>>, disse o famoso treinador que foi tomado por cínico e, em vez disso, sabia muito.

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza etc… O capitão e meio-campista da seleção brasileira na Copa de 1982. Os outros três pontos do quadrilátero foram Toninho, Cerezo, Falcão e Zico. O que é como entrar numa igreja e encontrar uma natividade de Giotto, uma crucificação de Caravaggio e uma Madona de Rafael. E antes da saída, quase escondida, uma fonte de água benta atribuída a Michelangelo. Nesse meio-campo não faltava nada: Tão exagerado que Junior (conhecido na Itália como Leo Júnior), que era tão bom quanto os outros, para encontrar uma posição, foi deixado como lateral esquerdo. E, mesmo jogando nessa posição, jogou como campeão, o que ele era, mas toda essa opulência não era suficiente, esse time queria muito mais, Junior, lateral-esquerdo, tornou-se o símbolo do Brasil 1982: uma ostentação. Uma espécie de bofetada na cara da miséria.

E depois um jornalista da << Gazzetta dello Sport >> que, alguns meses depois (da morte de Sócrates), quando Dino Zoff completava setenta anos, decidiu lhe dedicar uma recordação na primeira página com fotografia e um título carinhoso: <<Auguri Nonno Dino>>.

“Nonno” Dino? “Nonno” Dino vai lá e diga a sua irmã. Porque Zoff, os setenta anos, nunca irá completar. Como também não completaram o Batman e Topo Gigio… nem mesmo Tex Willer. Porque algumas pessoas nunca morrem, e sobretudo não envelhecem. E, sobretudo, enquanto fazemos coisas para preencher nossos dias, tais como esperar o verde nos semáforos, pagar o imposto de carro ou jogar na loteria, Zoff ainda está lá no estádio Sarrà. Com a sua idade indefinida, sua camiseta cinza com o número 1 costurado atrás e acima de tudo, com as mãos na bola que acabou de ser salva pelo defensor Oscar. Na linha do gol, a defesa mais linda da história do futebol. O que nem Batman, nem Topo Gigio nem Tex Willer saberiam fazer.

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Mettiamola così: nel migliore dei casi, Michel Platini è un tipo che non si accorge di quello che gli accade intorno.

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Mettiamola così: nel migliore dei casi, Michel Platini è un tipo che non si accorge di quello che gli accade intorno.

Diamogli quantomeno il beneficio del dubbio, come successe all’Heysel: l’esultanza dopo il rigore, la coppa alzata, il giro d’onore e tutto il resto: “Non me n’ero accorto – disse – sennò, pensate che mi sarei comportato in quel modo?”
E qualcuno finse di crederci.
Ma più per carità di patria, che per altro.
Tanto più che Platini, nel frattempo, era diventato un uomo potente; e su quella macabra sera ci aveva ricamato sù anche una bella frase ad effetto: “Quando cade l’acrobata, entrano i clown”. Per dire che quando c’è da dimenticare una tragedia, niente è più utile di quelli che ti girano la testa da un’altra parte, e magari ti fanno pure ridere.

Era effettivamente una bella frase; una di quelle che sembrano innocue e invece contengono un sacco di verità. Peccato che arrivò fuori tempo massimo. E qualcuno si ricordò di quella che disse il giorno successivo alla tragedia; quando Le Roi non tirò in ballo né acrobati, né clown.
Ma osservò, semplicemente, che anche negli incidenti stradali muoiono un bel pò di persone, e nessuno si scandalizza più di tanto.
Tutto roba nascosta sotto il tappeto; quando Platini ormai, era una stella luminosa della politica internazionale; Federcalcio francese, Presidenza Uefa, poi la Fifa, e poi chissà dove.
Luoghi, comunque, dove si vedono passare un sacco di soldi, e bisogna starci attenti.
Perché con i soldi ci si brucia sempre, specie quando ti rimangono attaccati alle mani, e tu sei abituato a non accorgerti di cosa succede intorno, come successe quella notte allo stadio Heysel.

Un uomo di mondo, “le Roi Michel”; di quelli che “hanno fatto il militare a Cuneo”. E infatti, proprio da Cuneo (o da lì vicino) venivano i Platini, prima di trasferirsi in Francia, e acquistare di diritto quell’esclusivo accento sulla “i” finale.
Tornò in Italia al momento giusto: nel 1982 del dopo-Mundial, quando il nostro calcio viveva a mezzo metro da terra, e anche per vedere Udinese-Como andavano allo Stadio Friuli in quarantacinquemila.
Di quel periodo magico e lontano, fu uno dei simboli più evidenti: quello che, insieme a Diego, seppe descrivere alla perfezione gli anni ottanta. Che furono anni sfacciati ed eccessivi, patinati e contraddittori. Reagan e Gorbaciov, Craxi e De Mita, Nove settimane e mezzo e i primissimi cinepanettoni. Corti dei miracoli, giullari e ballerini.
Maradona e Platini, naturalmente, che furono i campioni più riconoscibili della nostra gioventù.
L’uno era il core de Napoli, la riscossa degli umili.
L’altro era il “tartufo e il foiegras” spalmati sopra il nostro rozzo pane quotidiano (copyright, Avvocato Gianni Agnelli). E con quegli ingredienti seppe affascinare il mondo del calcio, e ipnotizzare il popolo della Juve: che a quelle prelibatezze non era più abituato dai tempi di Omar Sivori.

Poi, la carriera politica.
Inevitabile, per un tipo come Platini.
Che ha goduto di una specie di onnipotenza, fino ad un certo punto… Poi, qualcosa deve essersi rotto (in genere, succede quando hai fatto arrabbiare forte qualcuno più potente di te); e dallo status di intoccabile, retrocedi a quello di capro espiatorio. Quando basta calpestare le aiuole, per essere convocano in Procura. E ti sbattono in prigione anche per schiamazzi notturni.
Ed è proprio questo, di tutta la vicenda, l’aspetto che più mi insospettisce, e un po’ mi inquieta.

Poi, va detto che c’è un limite alla decenza, e persino all’indecenza; ed infatti è lì, più che altrove,che un tipo come Platini ha finito per deludermi forte.
Molto più delle bustarelle, che nel mondo del calcio sono sempre esistite, e giravano anche a Messico’70, a Italia’90 e a Brasile’14.
Parlo invece dei Mondiali assegnati al Qatar, che sono (quello si) uno schiaffo in pieno viso al calcio, e a tutti quelli che ancora si ostinano a chiamarlo tale.
Parlano di stadi da centomila posti che verranno smontati il giorno successivo: di tettoie con i vetri oscurati, di erba in plastica color azzurro e di mega condizionatori d’aria che regoleranno la temperatura sui venti gradi. E parlano della finalissima del campionato Mondiale di calcio, da disputare la notte di Natale.

Ecco, caro Platini.
E’ per questo (e non per le tangenti) che meriteresti la prigione a vita.
A La Cajenna, possibilmente… Con il pigiama a righe, il piccone e la palla al piede.

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Nacque così il “Sarrismo”.Visionaria fuga in avanti verso un tipo di football che racchiudesse finalmente etica ed estetica. Ci credemmo tutti.

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Adesso, probabilmente, non saremmo più tanto indulgenti come lo fummo allora.

Quando Sarri fece il matto, alla fine di un tumultuoso Napoli-Inter di coppa Italia, e attaccò Mancini al muro degli spogliatoi: “sei un frocio di merda”, fu la cosa più carina che gli disse.
E noi, tutti a ridere; e a minimizzare l’accaduto, lì per lì, senza rendersi conto dell’effettiva portata di quel gesto. Che invece fu sciatto, volgare e miserabile; persino grottesco, viste le patacche inneggianti al fairplay che i due allenatori avevano appiccicate sulla giacca della tuta.

Ma va detto che avevamo un alibi di ferro, allora.
Mancini era il fighetto; lo spocchioso che andava in panchina con la sciarpetta di Louis Vuitton e il ciuffo tinto, e quindi era Gastone, l’antipatico. Sarri, invece, era ruspante, schietto ed ingenuo; era Paperino, Bertoldo e persino Cenerentola… Simbolo vivente di riscatto per le migliaia di allenatori che in vita loro hanno conosciuto solo la gavetta, e non sono mai andati oltre la seconda categoria.

Nacque così il “Sarrismo”.
E con esso, una specie di rivoluzione del libero pensiero applicato al calcio. Movimento di liberazione dalla schiavitù del risultato a tutti i costi, giustizia e libertà di un calcio che rubava ai ricchi ed emancipava i poveri. Visionaria fuga in avanti verso un tipo di football che racchiudesse finalmente etica ed estetica.

Ci credemmo tutti.
Come d’altronde si crede al Principe Azzurro: quello che di norma dovrebbe sposare Biancaneve, o la Piccola Fiammiferaia, ma alla fine sale all’altare con l’ereditiera che ha i vestiti migliori e la dote più cospicua.
E’ il destino dei grandi uomini, forse.
Quelli che ci hai fatto il militare insieme, magari… E poi sono diventati onorevoli, magistrati, capitani d’industria, e ti illudi possano ricordarsi di te. Che sospirino di nostalgia, ogni tanto, ricordando quella volta che cadesti di motorino, o quella sbornia da non reggersi in piedi, o quella memorabile notte che rubasti i cocomeri al povero Agenore… Che si commuovano persino, ricordando i tempi andati, quando avevano a che fare con il Cavriglia, o lo Stia. O la Faellese.

E non pensi, invece, che il mondo gira in fretta.
Che le cose, e le persone, cambiano: e uno come Sarri, magari, non ha nemmeno più voglia di risponderti al telefono.
Forse, nemmeno per cattiveria.
Semplicemente, perchè uno si stufa, alla lunga. A sentirsi ripetere che da piccolo mungeva le mucche, che i suoi pantaloni avevavo le pezze a colore e quanta puzza c’era a podere, specialmente nei giorni che tirava lo scirocco.

Curioso vedere come, alla fine, Sarri capiti proprio nel posto giusto.
Cinismo per cinismo, infatti, nessuno come la Juventus, tiene in così poco conto le convenzioni, e si lascia scivolare addosso con un certo sussiego sia la grandezza che le debolezze degli uomini. Perchè, alla fine, “vincere è l’unica cosa che conta” come dichiarò Giampiero Boniperti: e per raggiungere quel “fine”, può andar bene anche un “mezzo” per niente popolare come lo è attualmente Sarri. Ma se è per quello, non era popolare nemmeno Moggi, che tutti identificavano conl’odiato Napoli dell’era Maradona. Non piaceva Giraudo, che tifava addirittura per il Torino, o Capello, che aveva paragonato la Juve alla massoneria.
“E la riconoscenza?” chiese Alex Del Piero quando, dopo una carriera in bianconero, fu messo alla porta senza tanti complimenti.
“La riconoscenza – gli risposero- è quella cosa che ti ha permesso di riscuotere un ingaggio tra i più in alti in assoluto di tutta la serie A. Ogni mese, regolarmente, e per vent’anni di fila “.

I tifosi avrebbero quindi gradito qualcos’altro: ma a ripensarci, Sarri era la scelta più logica. Inzaghi, o Mihajlovic, o Gasperini, sarebbero onestamente stati un passo indietro… Guardiola e Klopp erano fascinazioni costosissime, ma ad altissimo coefficiente di rischio da far pensare ad un salto nel buio (che un azienda con quei fatturati non può permettersi).
Anche Sarri è un investimento rischioso, intendiamoci.
Però ha, dalla sua, una grande esperienza e conoscenza del calcio italiano, dove ha già dimostrato di saperci praticare un tipo di calcio che magari non è Liverpool-Barcellona o Ajax-Tottenham (che in serie A sono abbastanza impensabili) ma può quantomeno ricordarli, o comunque andargli vicino.
Più in linea, insomma, con quello che chiede adesso il pubblico-cliente, dopo Max Allegri e il suo quinquennio favoloso.
Un ciclo entusiasmante dove la Juventus FC non poteva ragionevolmente fare più di quello che ha fatto.
Magari, aveva il dovere di farlo meglio.

Ed è proprio quello che chiedono a Sarri.

Farlo meglio.

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