Soprattutto, ho visto una squadra che si vuole un bene dell’anima. Questo, principalmente trasmette la Nazionale italiana di calcio femminile

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Ora, sia chiaro che non arriviamo qua appena sbarcati dal pianeta Urano.

Sappiamo, quindi, che i salari sono determinati dalle leggi di mercato, che si basano sul concetto concreto della domanda e dell’offerta: e che, in base a quelle, persino uno scarpone (sissignori, scarpone) come Nainngolan guadagna da solo più di tutta la serie A femminile messa insieme. E che una notizia che riguarda l’Inter smuove, in mezz’ora, più persone di quante ne smuoverebbe una notizia sul Tavagnacco in un paio di decenni.
Però, il calciodonne sta crescendo, e bene; e ho l’impressione che non sia solo questione di marketing televisivo, come successe tempo fa con il rugby.

Stavolta l’operazione ha maggiori possibilità di riuscita, perché (fosse solo per una questione di tradizione patria) potremmo ottenere quei buoni risultati a breve termine che ad ogni fenomeno sportivo forniscono l’indispensabile propellente.
Il rugby ha avuto dieci anni di tempo, ma alla fine non ha prodotto nulla; gli inni a squarciagola, i “beau-geste”, il terzo tempo e tutto il resto hanno avuto una presa immediata sul pubblico, cui non pareva vero di lavarsi la coscienza dai cattivi costumi del calcio… Ma quando ci siamo accorti che la nostra reclamizzatissima Nazionale non riusciva a venire a capo nemmeno delle isole Tonga, ecco che quel pubblico si è velocemente stufato.
Perché lo sport è sentimento, d’accordo, ma è soprattutto competizione, e risultato: quando la combinazione riesce, arriva la popolarità e la simpatia, la capacità di attrazione e il desiderio di emulazione. E fatalmente, arrivano anche i quattrini, che sono dappertutto la componente più importante.
Ho l’impressione, insomma, che quando (tra non molto) leggeremo sul giornale che Cristiana Girelli, ha strappato un ingaggio di tre-quattrocentomila euro annui all’equivalente femminile del Barcellona, o del Manchester City, più di una coscienza ne verrà turbata. E a quel punto, vedrete quanti genitori spingeranno le loro bambine verso una carriera “calcistica”, trovandola molto più congrua della pallavolo, del nuoto o della danza classica.

Ovvio che le donne giochino partite di calcio molto più “naif” di quelle che trasmette solitamente Sky: sarà un’impressione, ma più le guardo, più mi assomigliano a quelle che vediamo ogni domenica nei dilettanti di seconda e terza categoria.
Di primo acchito, il gioco è abbastanza lento, e assai “disordinato”: le squadre cercano un’idea e una fisionomia tattica, ma tra i cosiddetti reparti (difesa, centrocampo, attacco) le distanze saltano quasi sempre, e con esse saltano anche gli equilibri, che sono la “calligrafia” del calcio. In più, si vedono errori abbastanza elementari sui cosiddetti “fondamentali”, tipo i controlli di palla o i semplici passaggi, per non parlare di alcuni interventi scriteriati dei portieri.

Però, si vedono anche atlete che ce la mettono tutta.
Che hanno nelle loro facce la modestia delle ragazze perbene e la felicità incredula, e riconoscente, di quei bambini che vedono Disneyland per la prima volta.
Si commuovono forte quando cantano l’inno, non simulano mai e se cadono per terra, si rialzano immediatamente. Non ho visto quelle plateali proteste verso qualsiasi fischio arbitrale a sfavore, né labiali in primo piano di parolacce o bestemmie, e nemmeno quell’ormai insopportabile corredo di sputazzi e scaracchi che imperversano invece tra i colleghi maschi, ad ogni inquadratura televisiva.

Soprattutto, ho visto una squadra che si vuole un bene dell’anima.
Questo, principalmente (e risultati a parte) trasmette la Nazionale italiana di calcio femminile, a vederla da fuori. Quel festeggiare il gol come un’esplosione atomica di felicità, e condividerla immediatamente con le compagne, a cominciare dalle panchinare; quel darsi il “cinque”, il battersi le mani a vicenda in un incoraggiamento continuo ed affettuoso. Quegli abbracci, quegli sguardi, quelle parole che sono condivisione e lotta, trincea e assalto, sconforto e non-mollare, e tutto il patrimonio di emozioni che una partita di calcio riesce a produrre, nell’arco dei novanta minuti e che la rende unica.
Infine, l’espressione felice e quasi inebetita del risultato conseguito.

Condiviso con gioia infantile insieme alla marea ormai crescente di tifosi. Ai quali le ragazze sono talmente poco abituate che quando giocano in uno stadio pieno, non dormono tre settimane di fila per l’emozione (l’ha raccontato la Boattin, della Juventus): e quando si avvicina qualcuno per chiedere un autografo, arrossiscono e si guardano intorno per essere sicuri che l’abbiano chiesto proprio a loro (l’ha detto la Giacinti, del Milan).

E’ uno spettacolo che mi piace, insomma.
E mi sarebbe piaciuto ancor di più condividerlo con un’amica: che non c’è più, ma che a pallone ci giocava trent’anni fa, quando di calcio femminile non se ne parlava, o quasi.

Ed era la più brava di tutte.

Giamaica vs Italia - Mondiale di calcio femminile 2019

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A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR Riccardo Lorenzetti “A PRIMEIRA [E ÚNICA] TENTATIVA DE FAZER UMA REVOLUÇÃO JOGANDO FUTEBOL. E TER SUCESSO”

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A liberdade é um toque de calcanhar’ fala de amor, de futebol e de liberdade. É a liberdade que desponta graças a um passe de calcanhar, que no futebol é uma jogada mágica e extraordinária. É aquela que confunde o adversário e entusiasma o público. O toque de calcanhar era a especialidade do grande Sócrates, “o Doutor”, o capitão da fantástica seleção brasileira de 1982, mas, sobretudo, o craque do Corinthians de São Paulo, o time que naqueles anos inventou a famosa “Democracia Corinthiana” e que ousou desafiar a ditadura militar, que já durava quase vinte anos.

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A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR Riccardo Lorenzetti

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 A história que você está prestes a ler não tem os requisitos necessários para ser uma história de futebol. E, na verdade, é apenas no seu limite. Você aprenderá a se afeiçoar a cada personagem como num filme, que te perturba primeiro e depois te comove.

Até que você tem que estar frente a frente com ele, o Doutor.

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A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR Riccardo Lorenzetti “A PRIMEIRA – E ÚNICA – TENTATIVA DE FAZER UMA REVOLUÇÃO JOGANDO FUTEBOL. E TER SUCESSO”.

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A LIBERDADE É UM TOQUE DE CALCANHAR
Riccardo Lorenzetti
<<A PRIMEIRA [E ÚNICA] TENTATIVA DE FAZER UMA REVOLUÇÃO JOGANDO FUTEBOL. E TER SUCESSO>>.
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“Tra lo stile e gli stilisti c’è la stessa differenza che corre tra un polmone e una polmonite”

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La maglia del Barcellona non è brutta.

Ha un altro problema. Che ci hanno messo le mani gli stilisti, e i “fashion-advisor”. Gli “spin-doctor” e gli esperti di marketing ambientale e comunicazionale.
Quindi, gli è venuta fuori una maglia che non ha niente a che vedere con il calcio.

O almeno, è estranea all’idea di calcio che della mia generazione; che quando ha cominciato a spasimarci dietro, tutti quei mestieri americani lì, non li avevano mica inventati; e una maglia da football non doveva né “incuriosire”, né “impressionare”, e figuriamoci se doveva “stimolare un dibattito”.
La maglia a scacchi del Barcellona è figlia del suo tempo, e magari non è nemmeno brutta… Però, è vuota, e anche abbastanza insipida; ha stile, ma non sa emozionarti, come non emoziona la nuova della Juventus, per esempio, e nemmeno quella dell’FC Internazionale.
Assomiglia, semmai, a quei prodotti di maglieria che vedi sulla cesta del mercatino rionale, e lì per lì ti rubano l’occhio; perché il tessuto è innegabilmente bello, il disegno accattivante e tu pensi che farai un figurone in riviera, con quella roba addosso.

Ma una maglia (detto da uno che nell’album Panini distingueva da trecento metri di distanza l’azzurro del Napoli dal celeste della Lazio) , non si misura con i criteri di una passeggiata sul lungolago.
Una maglia è un simbolo, come lo è una bandiera. E una bandiera non è mai né bella, né brutta… Dovessi abusare della retorica (che non mi piace mai, tranne che nello sport) direi che sono tutte belle, indistintamente.
Io l’ho imparato portando in giro lo spettacolo di Mauro Galli e dei Ri-Cover, e vedendo la gente che quando ascolta le storie che ci stanno dietro, si emoziona. E talvolta si commuove, anche.

Che la Juventus voleva vestirsi di rosso, come il Nottingham Forest; ma chiese le maglie alla squadra sbagliata, ovvero il Notts County.
Che in Uruguay, cento anni fa, erano in pochissimi a saper far muovere un treno: e quei pochissimi erano così preziosi che li tenevano in gran conto, e li utilizzavano ben oltre l’età della pensione. E’ per quello che i segnali ferroviari li fecero gialli e neri, che sono gli ultimi colori che l’occhio umano distingue abbastanza nitidamente, prima di diventare cieco del tutto. Ed è per quello che il prestigioso Penarol di Montevideo (che era un dopolavoro ferroviario) ha la maglia “aurinegra”.
Che il River Plate deve il suo biancorosso agli operai dei “frigorificos” e il gialloblu del Boca Juniors ai bambini che stavano seduti sul molo del porto ad aspettare le navi.
Che il brasiliano Vasco ha la striscia trasversale per ricordare quell’ideale di giustizia che lo portò, cento anni fa, ad essere la prima squadra a far giocare i neri. Che il Preston inglese ha la maglia bianca immacolata, come l’agnello di Dio simbolo della Contea, mentre tra gli avversari è tutto un fiorire di tigri e leoni, diavoli dell’inferno e draghi sputafuoco.
Che il Dortmund si vestì di giallo in onore della… birra; unica consolazione nella vita di quei minatori che non arrivavano a cinquant’anni, devastati dal cancro ai polmoni. E la domenica, dopo aver preso l’unica sbornia della settimana, andavano a vedere il Borussia (o lo Schalke 04).
Che la Fiorentina non riesce più a riprodurre il viola di quando giocavano Julinho, poi De Sisti, e poi Antognoni. Che il Milan di Calloni vinceva poco, ma aveva le righe sottili, il colletto rigorosamente nero e i pantaloncini altrettanto rigorosamente bianchi. Che la Juve aveva la toppa nera, sulla quale veniva cucito il numero bianco, e Anastasi e Bettega la vestivano come due principi. Che il Toro tuttogranata del 76 era una figata assoluta, per non parlare del Cagliari di Gigi Riva, e la maglia bianca con i laccetti (che oggi sarebbero fuorilegge).

“Se ci fossero stati l’Avvocato e Boniperti, quella roba lì non l’avrebbero nemmeno proposta”, mi ha detto uno che trova la nuova maglia un pò troppo somigliante al giubbetto della Lupa.
L’Avvocato era un uomo raffinato ed esigente, ma dai gusti talvolta anche troppo frugali: “A me basta vedere la lettera J sui titoli della Gazzetta, per emozionarmi”, disse al giornalista Franco Costa, che gli correva sempre appresso.

E poi ci fu quella volta che gli chiesero un parere su un nuovo sarto che stava spopolando negli atelier di New York. Agnelli si recò ad una sfilata, osservò con grande attenzione gli abiti e le manifatture e poi se ne uscì con una frase lapidaria: “tra lo stile e gli stilisti c’è la stessa differenza che corre tra un polmone e una polmonite”.

La maglia a scacchi del Barcellona mi ha suggerita la stessa, identica immagine.

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E allora molto meglio affidarsi al “demiurgo”, capace di convincerti che Gesu Cristo è morto di pleurite

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Bisogna cambiare passo, cultura e mentalità, ma noi continuiamo a pensare che basti cambiare le persone.
E’ più forte di noi.

Noi siamo per gli uomini della provvidenza, e per le bacchette magiche: forse perché cambiare passo e cultura costa fatica e lacrime, e allora molto meglio affidarsi al “demiurgo”, capace di convincerti che Gesu Cristo è morto di pleurite.
Poi, però, i problemi bisogna risolverli davvero: ed è per questo che gli “unti del Signore” durano un battito di ciglia. Succede anche in politica, dove tra l’illudersi e il disilludersi è diventata una questione di pochi mesi.
E figuriamoci nel pallone.

Adesso vogliono Guardiola, o Klopp.
Li vorrei anch’io.
Poi mi domando cosa ci farebbe uno come Guardiola, o come Klopp, in un campionato bolso come la serie A. Dove Dybala (uno a caso) tira un paio di punizioni all’incrocio dei pali, e su quelle campa di rendita un paio di mesi.
Quando guardo il Liverpool, vedo Manè e Firmino che non giocano sempre benissimo, ma hanno un’intensità che dura quaranta partite, più un’altra ventina tra F.A.Cup e Champions League.
Klopp, in Italia, avrebbe invece a che fare con il caldo in settembre e con i calciatori fuori con le Nazionali, ad ottobre. Con i primi freddi a novembre e con l’aria delle feste a dicembre. Con il rientro dalla sosta a gennaio, il logorio di febbraio ed i primi caldi di marzo-aprile. Più, il doppio impegno campionato-coppa che in Inghilterra o in Spagna moltiplica le energie, e in Italia (chissà perché) le svuota.
Con l’assurdità di quelle squadre che vanno in Europa ad ogni morte di papa, e vivono quell’avventura esaltante come fosse una malattia perniciosa; come la mia Samp, che vidi uscire mestamente con il Metallist Kharkhiv, con l’allenatore che a fine partita giustificò quella bruttissima figura dicendo “Beh, non dimenticate che domenica abbiamo il difficile impegno con il Catania”.
A me parve roba da avanspettacolo, ma ricordo che nessuno dei giornalisti presenti in sala stampa ebbe nulla da eccepire.

Quell’allenatore era Walter Mazzarri. Un tipino magari antipatico, ma che è tra i tecnici più accreditati di un calcio italiano che, secondo me, continua a disegnare troppe freccette sulla lavagna. Un calcio scientifico, studiato a tavolino, pesato con il bilancino che poi sbarca in Inghilterra, un mercoledi sera, e viene letteralmente spazzato via.

Max Allegri, alla fine, è rimasto invischiato proprio lì, nonostante la polemica televisiva con Adani: e, piaccia o no, lì è caduto anche il grande Sarri, che al Chelsea attendevano come un tipo brillantissimo, e che alla fine ha proposto un calcio molto più speculativo di quello al quale erano abituati. Si è salvato perché in Europa è andato bene, ma state tranquilli che nessuno piangerà per il suo addio… Come non piansero a Madrid per Ancelotti, nonostante gli avesse portato l’agognata “Decima”.

I tifosi, ormai, hanno mille canali televisivi per vedere, e tanti mezzi a disposizione per giudicare.
Difficile, quindi, vedere Liverpool-Barcellona (o Ajax-Tottenham) e poi ingoiare Juventus-Empoli 1-0, con gol di Kean al 75’ nell’unico tiro in porta di tutta la partita.
Ma altrettanto diffciile pensare che il cambio di passo ce lo porteranno gli uomini della provvidenza.
Il salto di qualità della nostra Serie A comincia dai titoli meno roboanti dei giornali e da un certo realismo nel valutare determinate prestazioni; prosegue con una critica più esigente sullo spettacolo che viene offerto nel corso dei novanta minuti (e, più in generale, di tutta una stagione) e sul recupero di un’estetica di gioco che non si immoli nel cinismo del risultato a tutti i costi.
E si conclude, infine, con l’effettiva bravura dei protagonisti.
Che andranno valorizzati (specie se sono calciatori italiani) ma non santificati dopo un paio di partite decenti; che poi si corre il rischio di avere una Nazionale composta da fuoriclasse assoluti, che però non si qualificano nemmeno per il Mondiale.

Salvo, poi, darne la colpa all’allenatore Ventura.
Un altro di quelli che passavano per “uomini della provvidenza”.

Ma erano sprovvisti della bacchetta magica.

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#ippsdm SABATO 1 GIUGNO – ORE 18.30 – VOLTE BASSE – SIENA – Sagra della Pastasciutta

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SABATO 1 GIUGNO – ORE 18.30 – VOLTE BASSE – #SIENA
#PRESENTAZIONE DEL #LIBRO
@Sagra della Pastasciutta #Arci Siena
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo…
con @Andrea Frullanti

Amava la vita, quell’eroe. E amava la Juventus. Quella sera, perse tutte e due.

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Nessuno si azzardò a protestare, quando fu assegnato quel grottesco calcio di rigore.
Un calcio di rigore grottesco, nella partita più surreale, nella serata più tragica da quando hanno inventato il football.

Boniek, che in progressione era pressochè inarrestabile, prese palla sulla trequarti e fu toccato da dietro; una specie di “francesina”, ma nettamente fuori dall’area… Almeno un metro e mezzo, anche in tempi dove non esisteva la Var.
L’arbitro, lo Svizzero Daina, indicò subito il dischetto, senza esitazioni.
“Rigore”, disse freddamente Bruno Pizzul , autore della telecronaca più terrea della storia radiotelevisiva.

Ora, il Liverpool era noto come squadra fortissima, ma anche assai litigiosa; il capitano Neal, Whelan, Alan Hansen erano marinai di antico pelo che sapevano come gestire le situazioni di campo, e volgerle a proprie favore.
Eppure, nessuno osò fiatare.
Non ci fu, da parte degli Inglesi, il minimo accenno di protesta.
E quando dicono che i calciatori erano ignari di tutto, mi torna in mente quell’episodio, che trovo tutt’ora abbastanza sospetto: Michel Platini ha scritto un libro dal titolo struggente (“Quando cade l’acrobata entrano i clown”), però toccò a lui calciare quell’inestistente rigore.
E non c’è bisogno di essere juventino, o antijuventino, per dire che la sua esultanza dopo il gol fu una brutta cosa.

Ci fu molta ipocrisia, e forse ci fu anche un po’ di cinismo.
Magari non ci fu l’esatta percezione della strage, e della mostruosità che si stava compiendo… Parlarono di cadaveri ammucchiati nel corridoio del sottopassaggio e nei tunnel degli spogliatoi; quando arrivò la macabra conta ufficiale che erano morti in trentanove, ci mancò il respiro.

“Trentanove morti per una partita di pallone…” disse sgomento il povero Dino.
Poi, si tolse gli occhiali e cominciò a piangere.
Io ero un ragazzo, ma non mi sfuggì la portata abnorme di quel numero.
Trentanove.
Trentanove morti mi sembrava una cifra esagerata per qualsiasi cosa. Non solo per una partita di pallone.

Si sono scritte molte parole, su quel terrificante 29 maggio 1985.
Una delle cose più belle, l’ho vista a teatro ad opera del mio amico David Gramiccioli, che sulla tragedia dell’Heysel ha scritto un monologo. E siccome è bravo, assolve perfettamente al compito dell’artista: che è quello di trovare poesia persino in un dramma di quella portata.

Raccontò la storia del dottor Roberto Lorentini. Quel medico aretino che volle tornare indietro per salvare un ragazzino che era rimasto da solo, sugli spalti, mentre gli Hooligans si preparavano ad un’altra carica.
Lo trovarono morto, sopra quel bambino che aveva invano cercato di proteggere.

Amava la vita, quell’eroe. E amava la Juventus, che della vita rappresentava evidentemente l’espressione più vera ed assoluta.

E quella sera, perse tutte e due.

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E gli “Eisernen”, gli “Uomini di Ferro”, di storie banali non ne raccontano.

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“Viva Verdi”, scrivevano sui muri di Milano i patrioti del Risorgimento.

E quello che pareva un innocuo omaggio al grande musicista, celava qualcosa di più sedizioso, messo lì per gabbare l’occhiuta polizia asburgica.
“Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia” voleva dire, in realtà, quell’acronimo… Un invito, per il riottoso sovrano piemontese, a muoversi e a prendere finalmente il posto di Cecco Beppe, e degli odiati Austriaci.

L’Union Berlino Fussball klub racconta più o meno la stessa cosa.
Ed è per questo che non è solo una squadra di calcio: come succede a tutte quelle squadre che “utilizzano” la passione della gente per convogliarla da un’altra parte, e finiscono per raccontare una storia diversa. Dove il calcio rimane addirittura sullo sfondo, e delle storia non è nemmeno il protagonista.

Un privilegio di pochissimi.
Mi viene in mente l’Athletic Bilbao, e la “Old Firm” di Glasgow. Il Sankt Pauli (la seconda squadra di Amburgo) e il Corinthians di San Paolo del Brasile.
Oppure lo Spartak Mosca, che fu la squadra “contro” per eccellenza; “squadra contro” già nel nome di battesimo (“Spartaco”, come il gladiatore che si ribellò all’Impero) che rivelava una pericolosa dichiarazione d’intenti, poco tollerata nell’Unione Sovietica di Stalin.
Perché quando lo schiavo si ribella al padrone, succede come a Spartaco, che fu addirittura crocifisso sulla Via Appia: o come successe all’imbattibile squadrone dei fratelli Starostin, che finirono nei gulag della Siberia su ordine dell’NKVD… E che ci pensassero un po’ su, prima di ridicolizzare la potentissima Dinamo Mosca, come facevano regolarmente.

I tifosi dell’Union Berlino, hanno quello stesso sangue.
Anche se sono passati gli anni, e la storia ha ormai buttato un bel dito di polvere su faccende che sanno di vecchio e di muffa.
La “cortina di ferro”, “il muro di Berlino” e tutta quella mercanzia ormai in soffitta… Roba che appartiene ad un Novecento che ci sembra lontanissimo; come la “Stasi”, la famigerata polizia segreta della famigerata DDR.
O come la Dinamo Berlino, che era la squadra di calcio prediletta dalla “nomenklatura”, e per questo aveva diritto ai calciatori migliori (e se non bastavano quelli, agli arbitri peggiori).
Sono le leggende che fioriscono nelle dittature, dove lo sport si lega a doppio filo con la propaganda, e diventa il veicolo più immediato per far vedere al mondo quanto siamo bravi e quanto siamo belli.
Il fascismo coccolava il pugile Carnera, e quando finiva al tappeto arrivava l’OVRA a sequestrare i rullini ai fotografi.
Nella DDR, invece, facevano incetta di record e medaglie olimpiche, di anfetamine e di steroidi, e la Dinamo Berlino poteva tranquillamente vincere dieci scudetti di fila, a maggior gloria della Germania comunista e di Erich Honecker (quello del bacio in bocca a Breznev, nel celebre murales).

L’Union Berlino incarnava, nella fantasia della gente, proprio questo: la ribellione al sistema. Una ribellione apparentemente innocua perchè nasceva in un campo da calcio: ma forse proprio per quello ancora più pericolosa, come lo fu lo spogliatoio del “Doutor” Socrates per i militari brasiliani.
E’ normale che quando si incarna qualcosa di più alto, si smette di essere una semplice squadra di calcio, e si diventa qualcos’altro.
Qualcosa che assomiglia ad un simbolo, o a una fonte di ispirazione; che coinvolge gli ideali e le coscienze che li animano. E in quel caso, la polizia non può nulla, nemmeno la più odiosa, quale era la “Stasi”.

La “Stasi” e il Muro di Berlino non esistono più da trent’anni, ma l’Union Berlino Fussball Klub è rimasta, nel mondo del calcio, qualcosa di speciale, e di irripetibile.
E proprio ieri sera, battendo in finale la favoritissima Stoccarda è stata promossa per la prima volta nella sua storia nel paradiso della “Bundesliga”, il ricchissimo campionato della Serie A tedesca, dove gli “Eisernen” (“uomini di ferro”, è il loro soprannome) non sono mai stati.
E dove qualcuno della vecchia guardia ha paura a mettere piede, perché questo stranissimo, affascinante Club ha una bellissima storia da raccontare e da custodire. Ma a contatto con lo sport business, queste storie si corre il rischio di annacquarle un po’; se non addirittura di farle diventare banali.

E gli “Eisernen”, gli “Uomini di Ferro”, di storie banali non ne raccontano.

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Un mondo dove si sentiva nitido il rumore dei cacciaviti e delle chiavi inglesi che cadevano in terra, e il profumo di benzina…

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A tirarlo fuori dall’auto in fiamme, e a salvargli la vita mentre stava andando letteralmente arrosto, fu un certo Arturo Merzario. Uno di quei piloti di retrovia che non vincevano mai un Gran Premio e te li ritrovavi alla guida di automobili dai nomi improbabili, come la Hesketh o la BRM; ma anche la Surtees-Beta Utensili, che almeno era arancione come la grande Olanda di Johann Crujff.
Merzario era una specie di cowboy brianzolo, con l’uzzolo della velocità ed un babbo (ramo trasporti) con un portafoglio abbastanza capiente da potergli permettere quel passatempo, notoriamente costoso.
Fu l’unico, nell’inferno del vecchio Nurburgring, ad avere il fegato di fermarsi, attraversare la pista a proprio rischio e pericolo e a trascinare il grande Niki Lauda fuori dall’abitacolo della sua Ferrari, ormai avvolta dalle fiamme.
“Ancora pochi secondi, e non ci sarebbe stato più niente da fare”, dissero i medici.

Quando tornò a correre, dopo soli quaranta giorni, Lauda era un’altra persona. E lo era anche fisicamente.
Le ustioni lo avevano trasformato in un mostriciattolo irriconoscibile, e lui poveretto fu costretto a portarsi dietro una faccia quasi da film horror, pietosamente nascosta da un cappellino che lo accompagnerà per tutta la vita.
Rigorosamente sponsorizzato pure quello, perché Lauda era comunque un tipo venale.

Venale, e pure cinico si disse.
Che non si degnò neppure di alzare il telefono per ringraziare il samaritano Arturo Merzario, suscitando (ricordo) un certo dispetto negli sportivi dell’epoca, che dei campioni avevano un riflesso lontanissimo, e se li immaginavano in una specie di paradiso fuori dallo spazio tempo: dove Albertosi era amico di Zoff, dove Gimondi e Facchetti erano persone serie e umili, e Gustav Thoeni, intervistato alla Domenica Sportiva, pareva un gran bravo ragazzo, nonostante quell’italiano zoppicante.

Ed erano tempi, anche, dove la Formula Uno era una roulette russa, con i piloti che morivano come mosche, dentro ad automobili che sembravano delle casse da morto con le ruote, e con quei circuiti-trappola, disegnati senza il minimo concetto di sicurezza… Non esistevano vie di fuga, e le uniche barriere conosciute erano imbarazzanti reti da pollaio e quei terribili guard-rail in metallo, che adesso risulterebbero fuorilegge anche sulla provinciale del Vivo d’Orcia.
Erano tempi di mostri sacri, come Fittipaldi, o Jackie Stewart, e di giovani emergenti, come Piquet, o Gilles Villeneuve. C’era l’italoamericano simpatico Mario Andretti, lo sciupafemmine Clay Regazzoni dal baffo assassino, o il capellone biondo James Hunt, che a Lauda “scipperà” proprio quel drammatico Mondiale, dal quale verrà poi fuori un (brutto) film.
C’erano i piloti italiani, come il rotondetto Bruno Giacomelli e Elio De Angelis: De Cesaris e Eddie Cheever, che tutti chiamavano “l’Americano di Roma”. Poi verranno Alboreto e Patrese, unico sportivo (insieme al calciatore Sogliano) che di nome faceva Riccardo, e allora dovevo per forza farmelo rimanere simpatico… In postazione, Mario Poltronieri, buonanima pure lui: raccontano di alcuni medici che prescrivevano le sue telecronache a chi soffriva di insonnia.

Le auto, bellissime come la Lotus dalla livrea nera e lo sponsor John Player Special in oro, ma anche originali, come la Tyrrell a sei ruote: comunque, un mondo dove si sentiva nitido il rumore dei cacciaviti e delle chiavi inglesi che cadevano in terra, e il profumo di benzina, travasata con l’imbuto di latta.
Non c’era il muretto-box a controllare la telemetria e le gomme erano di un solo tipo, e dovevi portarle a fine gara; la tecnologia era poco più che bambina, e naturalmente i computer, che non esistevano.
“Il bello di un pilota è che non si accorge di morire… Uno schianto, e addio” . Lo disse Jochen Rindt, o forse Ronnie Peterson; o magari proprio Gilles Villeneuve. Comunque, uno di quegli sfortunati acrobati che sulle piste di Formula Uno finirono per lasciarci la pelle, in quegli anni incoscienti.

Pur malridotto da più di quarant’anni, invece, Niki Lauda è arrivato a morire sul proprio letto.
Aveva un male incurabile, e spero tanto che non abbia sofferto.
Almeno in questo senso, la medicina ha fatto passi da gigante, e magari può avergli “restituito” quello che gli aveva tolto dopo quel tragico incidente. Quando gli aveva sì salvato la vita, ma lo aveva anche sfigurato per sempre.

E mi piace pensare che possa riposare in pace.
Senza cappellino, stavolta.

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