STASERA AL FESTIVAL ORIZZONTI DI CHIUSI:IL PAESE PIÙ SPORTIVO DEL MONDO

STASERA A #CHIUSI.
Festival Orizzonti 2020

IMG_20200808_075527_195

IL CHIUSI DELL’85: LA SQUADRA D’ACCIAIO.

Scuoteva la testa, il grande Sergio Fedi, se gli rammentavano Senigallia 1959. 

E ripensava, magari, a tutta quella fatica sprecata, e alle illusioni svanite all’improvviso in quel grottesco (e mai chiarito del tutto) spareggio decisivo per la “quarta serie”.

Andò a Senigallia, la fenomenale squadra del Chiusi, a cercare la definitiva consacrazione per Valdarchi e Misticoni, Gori e Forliti… Ci trovò, invece, una tavola apparecchiata e vassoi ricolmi di tutto il pesce dell’Adriatico.
Sorrideva amaro, quel vecchio, favoloso portiere: “La società aveva bruciato tutto. Eravamo arrivati in fondo, ma in cassa non c’era più una lira… E capimmo che quel pranzo era una specie di saluto finale: grazie di tutto, e addio.”
Gino Silvi, il decano dei giornalisti chiusini, paragonava spesso quella squadra ad un diamante. Dai quali, notoriamente, non nasce niente: e infatti, l’eredità che lascia quella stagione vissuta sopra le proprie possibilità, è pesantissima. L’anno successivo viene dichiarato fallimento, e Chiusi rimane senza calcio per quasi dieci anni.

Siamo nel 1960, nel bel mezzo del miracolo economico.
Il calcio è sparito, ma Chiusi si consola: è una città che scoppia di salute, dove le confezioni e il pastificio hanno ritmi da giapponesi, le fornaci danno lavoro a più di duecento persone e ci sono almeno trenta taxi in un andirivieni incessante con Chianciano, dove la stagione turistica dura sette mesi filati.
Il vero fulcro economico è, ovviamente, la stazione ferroviaria, che conta quasi mille addetti, divisi tra le varie mansioni. Ma ci sono anche quattrocento piccole aziende artigianali, cinquecento negozi attivi e, alla fine degli anni sessanta, i primi supermercati.
Nel giro di quindici anni, tra il 1960 e il 1975, Chiusi Scalo raddoppia il proprio volume edificato.

Ma Chiusi è (anche allora) un luogo bollente, e contraddittorio; dove nascono idee e individui eccezionali, ma dove è più difficile che altrove trovare tra essi qualcosa che possa assomigliare ad una sintesi… Perché Chiusi è una grande comunità che cova dentro di sè il genio e l’anarchia, il veleno e l’antidoto; trova facilmente il tesoro, ma non è capace a custodirlo, come Pinocchio nell’orto dei miracoli.
E per prima cosa, entra in polemica anche con se stessa. E litiga: tra belli e brutti e tra bianchi e rossi. Tra Chiusi alta e Chiusi scalo.

D’altronde, dicono gli antropologi, sono cose che succedono, nelle terre cosiddette “di frontiera”: Chiusi si sente Toscana, ma ha Perugia, Terni e Viterbo alle calcagna, che la costringono, storicamente, a tenere la guardia alta… Viene da lì, forse, la leggenda del Chiusino sospettoso e diffidente, a meno che non arrivino le persone giuste, capaci di trovare il capo del filo tra le cento anime (e le mille contraddizioni) della cittadina.
Successe a Re Porsenna, nel 500 a.c., che dichiarò guerra alla già potentissima Roma.
O, più modestamente, a un prete visionario come Don Mosè Mannelli. Che raggruppa la gioventù di Chiusi e gli dà forma e sostanza con il progetto dei “ragazzi in gamba” (1963). O anche come Fabio Frullini, che nel ‘67 farà rinascere il calcio, e rimetterà in piedi la gloriosa Polisportiva.

Frullini è farmacista a Chiusi Scalo: è grande uomo di sport, non ha nemici dichiarati e soprattutto è un maestro nel coinvolgere le migliori forze dalla città, a cominciare da quelle imprenditoriali, che scoppiano di salute.

Si riparte dalla terza categoria, naturalmente. Ma la gestazione è così lunga ed elaborata, che per vedere la sospirata promozione in seconda bisogna aspettare il ’76: Frullini ha l’intuizione giusta con Mister Evangelisti, che viene da Foligno e si porta dietro alcuni uomini di fiducia tra i quali la punta Romagnoletti, che di mestiere fa il giostraio e formerà con Buricca una coppia irresistibile.
Ci scappa di vincere anche i due derby cittadini… Già, perché nel frattempo (e non era difficile prevederlo) è nata un’altra squadra: che si chiama AC Chiusi, ha i colori arancioni dell’Olanda e vuole rappresentare la parte alta della città.
Le due “stracittadine” registrano, ovviamente, il tutto esaurito.

Ma anche la seconda categoria si dimostra ben presto una camicia fin troppo stretta per un Club che ha voglia, e fretta, di riprendersi il suo posto nel calcio più importante.
E’ il 79, e in panchina c’è quel piccolo galantuomo di Enzo Vernata; sarà una lotta ventre a terra con il grande Monteroni che non molla un centimetro fino alla fine, e porterà i biancorossi fino allo spareggio di Foiano. Drammatico, e vinto all’ultimo rigore di Mencuccini, che viene da Città della Pieve.

Il Chiusi è dunque in prima categoria. E l’obiettivo dichiarato è sbarcare nel campionato di Promozione, per riannodare il filo che si era scucito in quel ristorante di Senigallia, più di venti anni fa.
Ma siamo ormai entrati negli anni ottanta, e il calcio dilettanti sta cambiando pelle: i “mass-media” si moltiplicano e anche le piccole squadre, adesso, trovano ampio spazio sugli improvvisati canali di informazioni. C’è il boom delle radio private: Antenna Radio Esse, d’accordo, ma anche Radio Effe, Radio Libera Chianciano e Radio Neve Centrale. A Chiusi va fortissimo Radio Spot International, che trasmette dalla mitica Villa Maraska, a Po Bandino, e alla domenica si trasforma in discoteca. Il monopolio de “La Nazione” è spezzato dal Corriere di Siena, e da PrimaPagina di Marco Lorenzoni. A Chianciano nasce ufficialmente Tele Idea, che ha nel grande Marco Agostinelli il suo opinionista di punta.

Si prepara la stagione-monstre, quella dell’85, ma intanto c’è spazio per la doccia fredda di Reggello (1983) dove si gioca lo spareggio con il Certaldo. Il Chiusi ha Florio Neri e Arnaldo Antonelli, e Sgalippa Goracci al centro dell’attacco: avrebbe la squadra migliore, ma sulla panchina avversario siede quella vecchia volpe di Miro Morandi, l’allenatore-tassista che trascorre tutto il suo tempo libero in Federazione.
Vincerà il suo Certaldo, infatti: che è una signora squadra, ma lascia ugualmente un po’ di amaro in bocca e rilancia una delle leggende nere che aleggiano sul calcio toscano: quella che suggerisce di non trovarsi mai davanti, nei momenti che contano, i Club che esibiscono un giglio sullo stemma.
Stessi cattivi presagi che ritornano molti anni dopo, quando a Chiusi arriverà il playout con la Sestese e, soprattutto, l’arbitro Masilunas a dirigerlo.

Ma i tempi sono ormai maturi per il grande salto.
Alla squadra dell’83, per quanto formidabile, manca il “Cavaliere nero”: lo Zorro risolutivo, il Tarzan che parla con i coccodrilli o, se preferite, il Mosè che divide le acque e ci passa dentro.
Roberto Cencini è decisamente quel tipo di calciatore, e Franco Galantini (che ha preso il posto di Rommel) capisce subito di dovergli disegnare la squadra intorno.
Cencini è centrocampista completo, che sa essere risolutivo e trascinatore: ha fisico compatto e una forza esplosiva che parte dalle spalle (che sono quelle di un olimpionico di lotta) e scende fino alle gambe, che hanno una muscolarità così complessa da sembrare ipertrofiche.
Cencini è, insieme al fenomenale argentino Walter Ganem del Follonica, il calciatore più forte in assoluto di un campionato che si prospetta stellare; dove ci sono anche Pippo Arcoria del Grosseto, Roberto Spampani del Casteldelpiano e Romeo Guscelli della Pianese, Nerelli della Massetana e Ottorino Scotto, “enfant prodige” del Porto Ercole… Quando sento dire che le squadre dell’epoca non reggerebbero il passo con quelle attuali, sorrido. E penso a cosa metteva in campo, nel 1984-85, una prima categoria.

Il Chiusi gioca con Rossano Pinti in porta e come secondo marcatore Bartolozzi, che viene da Bettolle e sostituisce l’infortunato Scricciolo. Al centro della difesa troneggiano Amedeo Fei e Leo Jaconi, forse la coppia centrale più fenomenale mai apparsa sui nostri campi di calcio.
Perché sono anni, quelli, di grandi fascinazioni e di suggestioni ancora intatte: pur nella fase discendente di una carriera scintillante, Fei rimane un Barry Hulshoff, il libero inesorabile che spazza via tutto. Mentre Jaconi è Wim Rijsbergen, lo stopper volante che arriva fino in cielo… Per trovarne due con la stessa classe, bisognerà aspettare Marco Del Balio e Natale Berti, della Grande Virtus anni novanta.
Sulle fasce, il vecchio inesauribile Beppe Ferranti e il giovane Saravalle, che viene da Città della Pieve ed ha licenza di scendere. A centrocampo si muovono Raul Bianchi, Ferraguzzi e Cencini: davanti, a sprigionare scintille, Lucianino Lodovichi, levriero tuttosinistro che viene da Pozzuolo Umbro e il vecchio Straccali. Che però si rompe un po’ troppo spesso, e allora lascia il palcoscenico al sorprendente Sergio Burini, il boy di Villastrada, che ne mette di decisivi.

Vista così, il Chiusi 84-85 è una squadra perfetta; un concentrato di classe e di “cattiveria” agonistica capace di spazzare via qualsiasi avversario.
Ma quella prima categoria, abbiamo detto, è il classico campionato “del diavolo”, e venirne a capo significa realizzare un’impresa colossale.
Emblematica la trasferta a Follonica, dove è battaglia durissima fino al 95’, quando Ganem confeziona la punizione capolavoro del 2-1. Al ritorno, il Chiusi restituisce lo schiaffo e dopo il vantaggio della volpe De Angelis, replica con Fei, Lodovichi e Ferranti per il 3-1 finale cheregala il momentaneo primato in classifica.
Il Marina di Grosseto gioca in un’arena sabbiosa dove detta legge il Panzer Arcoria, che da tre anni monopolizza la classifica marcatori; la Massetana e l’Asta Taverne, in casa, non perdono praticamente mai e poi c’è il più grande Port’Ercole della storia. Squadra giovane e talentuosa che contende punto a punto il campionato allo squadrone biancorosso.
E siccome a Chiusi sono tradizionalmente affezionati agli spareggi, se ne inventano uno all’ultima giornata, quando il calendario dispettoso mette di fronte le due battistrada in una partita che è una finale a tutti gli effetti.
E’ il 12 maggio 1985, e le cronache parlano (esagerando, probabilmente) di 2500 spettatori. Cifra iperbolica, ma non inverosimile, testimonianza diretta di un calcio che vive la sua ultima “età dell’oro”, prima di venire travolto dal business, dalla pay-tv e dalle partite in 3D.

Ma anche quel Porto Ercole non ha scampo. Il grande Baggiani predica nel deserto, e Vincenzo Legler (“l’ariete dell’Argentario”) viene letteralmente annientato nella morsa Fei-Jaconi.
Quando, al minuto venti, Roberto Cencini sigla il gol che vale la vittoria (e la promozione), la Chiusi sportiva esplode e consegna alla leggenda quello squadrone d’acciaio dove tutti contribuiscono ad un concetto finora quasi sconosciuto di calcio collettivo.
Chiusi 43 Porto Ercole 41 Follonica e Casteldelpiano 39: il “campionato del diavolo” finisce così.
Galantini (sulle orme di Rommel Pizziconi) ha creato un meccanismo capace di mandare a rete quasi tutti i calciatori della rosa: la contabilità nuda e cruda dice Lodovichi tredici reti, Cencini dodici, Fei, Burini e Straccali sei, Ferranti cinque, Saravalle e Bianchi, quattro.
Dovessimo trovare un paragone, la Dinamo Kiev del colonnello Lobanowski non sarebbe affatto uno sproposito.

Ma manca, tuttavia, l’ultimo scalino. E poi la beffa del ’59 potrà dirsi definitivamente archiviata.
Dovranno passare altri vent’anni, e toccherà ad un ragazzo Etiope che si chiama Gutema Gulema segnare i due gol in cinque minuti che ribaltano il San Donato e portano il Chiusi nella sospirata “quarta serie”, là dove lo aspettavano da tanto tempo.

Sergio Fedi viene invitato in tv, e quasi si commuove: “Ecco. Direi che oggi abbiamo definitivamente digerito tutto quel pesce che ci fecero mangiare a Senigallia”, dice.
Poi’, si asciuga una lacrima

Quarantatre anni.

Tanto è durata questa strana storia di calcio che ho cercato di raccontarvi.

Per far capire che gli uomini di sport, quelli veri, sanno aspettare.

IMG_20200807_143207

IL PAESE PIU’ SPORTIVO DEL MONDO – E’ INIZIATO DA PETROIO IL #BARTOUR2020

IL PAESE PIU’ SPORTIVO DEL MONDO – #BARTOUR 2020 – PETROIO 1 AGOSTO – IN PIAZZA SAN PIETRO

con ALESSANDRO WALDERGAN – LORENZO BARTOLI – Scritto e Diretto da MANFRTEDI RUTELLI – LST TEATRO

Il Torneo di Bettolle, che per noi fu Mondiale, Europei, Coppa dei Campioni e Coppa Uefa messi insieme, ci racconta questa storia semplice.

Un po’ Highbury, un po’ vecchio sferisterio e molto Craven Cottage.

Questo era il vecchio “Anelio Tempora” di Bettolle, almeno fino a quando hanno permesso di giocarci a pallone.
Piazzato quasi in mezzo al paese, sotto lo sguardo austero dell’edificio scolastico; con i tre gradoni in cemento dall’effetto quasi “verticale” sul campo e quel muraglione a un metro e mezzo dalla linea laterale che le norme di sicurezza hanno poi reso improponibile.

Sotto quel muraglione (ovviamente in mattoni) gli Dei della Valdichiana hanno depositato, negli anni, uno strato imponente di sapere calcistico: e vi hanno raccontato la storia della leggendaria “Coppa Tempora”.
Che fu, per tutti noi, la prima volta che vedemmo passarci davanti agli occhi il “calcio vero”. In un tempo dove il “calcio vero” non lo avevano nemmeno inventato.
Quello che conoscevamo noi, ogni maledetta domenica, era piuttosto roba fangosa, di provincia e anche abbastanza truce. Una lotta tra gladiatori, più che tra atleti, da seguire con il coltello tra i denti e la radiolina all’orecchio.

Che il calcio potesse invece essere un prato di erba verdissima, appena tagliata, e i riflettori accesi per farlo sembrare un biliardo, beh… A quello non ci aveva pensato nessuno.
Furono, in assoluto, i nostri primi “sogni di notte, di coppe e di campioni”, in netto anticipo anche su Antonello Venditti.

Ecco.
Il Torneo di Bettolle fu il nostro Mondiale in miniatura.
E poi, il posto delle fragole per almeno due generazioni di calciatori, con quel “Io ho giocato il Torneo di Bettolle” che scappava fuori ad ogni occasione, e sembrava quasi una medaglia da appuntarsi al petto. Una frase ad effetto alla quale bisognava poi aggiungere un sospiro e l’altrettanto classico “…Quando giocare a Bettolle non era da tutti.”
A ribadire l’appartenenza ad una lontana, e mitologica, età sportiva dell’oro: dove Bettolle, e il suo torneo, rappresentavano, evidentemente, una specie di perduta Atlantide.

E come tutti i poemi epici che si rispettino, anche il Torneo di Bettolle si è nutrito per anni di leggende: alcune vere, altre inventate di sana pianta, e che ne accrescevano fascino e prestigio.
Leggende vere, come quella del Presidente della Sansovino e della sua folle corsa fino a Trento, per recuperare il suo centravanti che deve arrivare in tempo per la finale con il Cortona.
E quella Ferrari, trionfale e strombazzante, che fende due ali di folla ed entra quasi negli spogliatoi, quando mancano appena cinque minuti all’inizio della partita.
E’ l’estate del 1974, ed è un’immagine che fa tanto “Il Sorpasso”, con Gassman e Trignignant… Il centravanti in questione si chiama Marcello Scali, ed è così bravo che un giorno giocherà nella Spal, in serie B.
Il Presidente che viaggia in Ferrari, invece, è il grande Alvaro Salvadori, ed è uno dei tanti nuovi ricchi che si stanno appassionando al calcio, e vi riversano cifre impensabili.

Fino a quel momento, i “benefattori” di paese hanno obbedito, più che altro, ad una specie di dovere sociale: il cavalier Vitolo, proprietario di fornaci, costruisce a proprie spese una sala da ballo per allietare il dopolavoro dei propri operai. O lo stesso Arrigo Tempora, che considera la presidenza del Bettolle niente più di un impegno istituzionale: e quando qualcuno si azzarda a chiedergli un parere tecnico, il capitano d’industria alza le spalle e fa una smorfia. E deve ammettere di non aver mai visto una partita in vita sua.

Ma i tempi sono cambiati, e per vincere quel favoloso torneo non si bada a spese.
Diventano proverbiali le famose “centomila lire a partita”, cifra simbolica per ingolosire anche i professionisti che giocano nel Siena, nell’Arezzo, nel Montevarchi e oltre.
Come Marcello Scali, per l’appunto, che milita nel Trento, e poi nella Spal. Ma anche la gloria locale Rolando Marchetti, che gioca nella Ternana, o Antolovic, celebrato cannoniere di una squadra di serie C dal nome strambo e misterioso, la “Elettrocarbonium”… C’è la squadra del Bot Torrita che arriva ad ingaggiare il grande Franco Nanni, Campione d’Italia con la Lazio di Maestrelli.

Sono gli anni settanta, e la Valdichiana si è scoperta improvvisamente ricca.
Le fornaci danno lavoro ad un migliaio di persone, i mobilifici arrancano per star dietro agli ordinativi e un po’ ovunque spuntano, come funghi, i nuovi capannoni.
Non esiste la disoccupazione: anzi, nel furore produttivo dell’epoca stanno scomparendo anche le casalinghe “angeli del focolare”… Chi ha vissuto quegli anni, ricorderà lo sferragliare incessante dei telai meccanici nei garage, o nei tinelli delle case: colonna sonora di una Valdichiana che confeziona guanti, polsini, colletti e altri accessori che qualcun’altro, poi, assemblerà nelle fabbriche di Prato. Dove il tessile è una locomotiva inarrestabile, e macina utili da capogiro.

La “Coppa Tempora” è il nostro Mundial in miniatura: Castiglion Fiorentino, Foiano, Monte San Savino, Pozzuolo Umbro si svuotano per incitare la propria squadra… Chi una squadra non ce l’ha, come il Guazzino, ingaggia in blocco l’intera rosa (o quasi) della Sinalunghese. Ma non basta, perché sulla loro strada troveranno il favoloso Cortona di Boncompagni, che li batterà nella finale del ‘71.
Boncompagni è uno dei campioni più applauditi, al pari di Federigo Moscadelli, o Alfiero Brandini. Giocatori indimenticabili come Benvenuto e Pazzaglia, Tralci e Taddei: c’è Sergione Fedi (“il numero uno dei numeri uno”) e Carlo Guidarelli, che si cimenterà, e bene, anche come giornalista sportivo.
Il calciatore che alza la Coppa del 1966 per la Sinalunghese è nientemeno che Carlo Buffi, che sarà tra i più grandi ginecologi in ambito nazionale. Accanto a lui c’è Carlo Caroni, che di lì a poco diventerà l’allenatore più vincente della Toscana.
Le ragazze, invece, spasimano per Lele Corradi e per Massimo Maccari, che sono giovani, bravi e anche belli; quasi come gli attori dei fotoromanzi Lancio, che vanno tanto di moda.

Nascono altre leggende, che ingigantiscono il prestigio del torneo.
Prima della finale è tradizione far sfilare la banda cittadina, e l’emozione di esibirsi davanti a quel muro di folla è cosi forte da provocare, tra le majorettes, svenimenti improvvisi. L’edizione 1974 registra lo sproposito di dodicimila biglietti staccati, tra semifinali e finale: gli ingorghi che si creano intorno allo stadio dopo le partite più importanti sono tali che per sbrogliarli devono intervenire i vigili urbani di tre comuni. E può succedere di rimanere in coda fino alle due di notte.

Intanto, sono arrivati gli anni ottanta.
Il decennio lo inaugura un Foiano di extraterrestri, che batte il Terontola presentando una linea d’attacco addirittura mostruosa: Mario Petrelli e Leo Fabbrini a sostegno delle punte che sono Antonio Papa e Ciro Damora. Per la regia di Massimo Bianchini.
I Mondiali di Spagna incendiano l’Italia, raddoppiando l’interesse per un calcio che trabocca di passione, e anche di denaro.

Contemporaneamente, però, la formula del torneo estivo entra in crisi, e comincia il declino.
Le grandi piazze non si scaldano più: Foiano e Cortona, per esempio, hanno conosciuto i fasti della serie D, e tutti i Club capiscono che bisogna convergere gli sforzi nei campionati federali.
Nondimeno, la “Coppa Tempora” cerca di mantenere il suo appeal: a vedere la finale tra Pozzuolo e Sinalunghese, nel 1983, saranno in 2500: nel 1987, gli spettatori scendono a 1800 e nel 1989 saranno “solo” in 900.
Faccio un tifo sfegatato per il Bettolle, che cade solo in finale nel 1985: è la tipica squadra “Inglese”, nel gioco e nel temperamento dei suoi interpreti: Verrazzani, Bernardini, Tommassini, Roghi, Nerucci, Becherini, Damora, Capitani, Marchi, Cencini e, in attacco, la stella nascente di Lele Panfi, che proprio a Bettolle comincia a far tuonare il suo cannone.
Sarà, insieme a Salvatore Calabrò, il grande protagonista del decennio successivo.

Arrivano, infatti, gli anni novanta, ma quelli non possiamo raccontarli: perché la nostra storia, improvvisamente, finisce.
La “Coppa Tempora” di Bettolle, infatti, celebra nel 1989 la sua ultima edizione. Proseguirà un po’ stancamente fino al 2002, con piccoli tornei riservati alle sole categorie giovanili, e poi chiuderà per sempre i battenti.

E’ successo che il calcio, nel giro di pochi anni, ha cambiato pelle: i Club si sono moltiplicati e non si ha più voglia di investire risorse per la gloria effimera di un torneo estivo.
Soprattutto, si è scatenata l’offensiva della pay-tv, che irrompe sulla scena, e porta direttamente nel salotto di casa un calcio in alta definizione e tridimensionale.
I riflettori, l’erba verde, il muraglione di Bettolle e tutte le cose che avevano lasciato a bocca aperta due generazioni di sportivi hanno perso tutta la loro magia.
La gente si è ormai accomodata sul divano, e non ha più voglia di alzarsi.
Arriva anche la moda del calcetto, più snello e spicciativo, e sarà il colpo di grazia per le manifestazioni storiche che ancora rimangono in piedi.
L’ultimo a chiudere il sipario sarà il Torneo Asso di Torrenieri.

Rimane, a distanza di anni, il ricordo di quella Valdichiana tumultuosa e ribelle: di una stagione che fu ricca, irruenta, chiassosa e forse persino felice.
E che seppe trovare proprio nel calcio una delle sue rappresentazioni più plastiche.
Lo ricorda, splendidamente, il prezioso volume curato qualche anno fa da Massimo Tavanti: dove viene fuori lo spaccato di un mondo laborioso e altruista, disposto ad entusiasmarsi per un’idea, e a darsi da fare per realizzarla.

Il Torneo di Bettolle, che per noi fu Mondiale, Europei, Coppa dei Campioni e Coppa Uefa messi insieme, ci racconta questa storia semplice.
Squadre fantastiche, calciatori favolosi e notti indimenticabili: quando, per emozionarsi, bastava, e avanzava, un prato verde illuminato dai riflettori allo “ioduro di sodio”.

Poi, diventammo grandi.

FB_IMG_1596256197692