Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.” Adesso, forse, sono di nuovo insieme.

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Non ho fatto in tempo a veder correre Raymond Poulidor.

Quando ho cominciato ad amare il ciclismo, “PouPou” aveva già smesso, o quasi.
Rimaneva la sua biglia, dalla foto un po’ sbiadita, ma nessuno voleva giocarci; né con la sua, né con quella di un “certo” Charly Gaul che era addirittura raffigurato in bianco e nero.
D’altronde, un bambino non ha mai l’esatta percezione del passato, e di esso non può avvertire né la magia né le suggestioni; ricordo quando la Panini, in un album, dedicò uno spazio alle “vecchie glorie”, che però non ottenne nessun successo… Tre figurine di Sivori non bastavano per Mascalaito del Verona, e per mollare Cereser del Toro ci volevano Schiaffino, Nordhal e John Charles.

E’ per questo che essersi persi Raymond Poulidor, ragionando da adulti, è stata (sportivamente parlando) una bella sfortuna.
Senza offendere la sensibilità di nessuno, e solo per dare un’idea, “PouPou” doveva essere un tipo alla Claudio Chiappucci. La differenza, come sempre accade quando ci sono di mezzo le biciclette, la fa il romanzo, se non addirittura l’epopea… Poulidor apparteneva, infatti, ad un ciclismo ancora magico; nel suo caso, quello che accompagna il boom economico ed è ancora lo sport più popolare di tutti.
Chiappucci arriva negli anni ottanta-novanta; dove si largheggia con l’Epo, e il consumo di steroidi sembra quello della spuma bionda ai tempi del Bar di Ofelio.

E poi c’era Anquetil. Con quella faccia da figlio di papà.
Meglio ancora: con quella faccia da ragazzo un po’ strafottente, figlio di un’Europa che si è ormai liberata dalle macerie della guerra e sembra lanciatissima verso un inarrestabile progresso economico e sociale. Poulidor, invece, ha la faccia più spigolosa e meno “pulita”: viene dalla campagna (nel suo caso, dall’Aquitania) e probabilmente ha sofferto di più. Ha la faccia di uno che se scoppia un incendio in piena notte, scende in strada con il secchio e comincia a dare una mano.
Anquetil ha la faccia di uno che apre svogliatamente gli occhi, poi si gira dall’altra parte e continua a dormire.

Siamo nel bel mezzo degli anni sessanta: Anquetil vince tutto, anche le tombole in parrocchia. Poulidor non vince niente, nemmeno il privilegio di indossare, fosse solo per un giorno solo, la maglia gialla.
Eppure, e qui si racchiude tutta la magia del ciclismo, tra i due non c’è partita; e chi ha più tifosi è nettamente Pou-Pou, “il coraggioso”.
La loro rivalità insaporisce il Tour: non raggiungerà i livelli di Coppi e Bartali perché in certe cose gli Italiani non si battono (dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini), ma fornirà agli appassionati pane e companatico per tante stagioni sportive.
Anquetil è un predestinato, Poulidor è l’uomo che suda. Anquetil (come Coppi) è Apollo, il preferito degli Dei. Poulidor è Prometeo, che regala il fuoco agli uomini. Come Bartali.
Al Puy de Dome, nel 64, va in onda la scena più epica della loro carriera, e forse di tutto il ciclismo: una montagna da scalare, una lotta gomito a gomito e, in palio, il Tour de France.
La spunta Pou-Pou, tra il delirio della gente ai bordi della strada che si rotola per terra e della Francia intera, che si ferma per seguire il duello in televisione.

Poi, il Tour lo vincerà Anquetil, che sfrutterà l’ultima tappa a cronometro… E’ la stessa birbonata che la Gazzetta dello Sport combina regolarmente a Bartali, ad ogni Giro d’Italia: “Se vu’ mettete duecento ‘hilometri di ‘ronometro, i’Ffausto parte ‘on cinque minuti di vantaggio sugli altri”.
Nacque lì il famoso “Tutto sbagliato, tutto da rifare”: ma Coppi correva per la Bianchi, e per i più grandi sponsor dell’epoca. Bartali correva per se stesso; al massimo, per la Madonna Santissima del Rosario.
Che di soldi, non ne portava.

Raccontano degli ultimi giorni di Anquetil, sul letto di un ospedale parigino. Ha poco più di cinquant’anni ma è visibilmente a fine corsa, consumato da un cancro che lo sta portando via. Improvvisamente, gli è montata su’ un po’ di nostalgia, e la voglia di rivedere (per l’ultima volta) il suo vecchio rivale.
Che, ovviamente, accorre al capezzale: e insieme trascorrono una giornata intera a commuoversi, raccontando delle mille tappe del Tour, delle montagne, delle volate, della gare a cronometro e di quel duello al Puy de Dome che, un giorno, seppe emozionare la Francia intera.

Pou-Pou, che è un uomo buono, si congeda solo a tarda sera con le lacrime agli occhi: “Ce la farai”, gli sussurra.
Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.”

Adesso, forse, sono di nuovo insieme.

Ti sia lieve la terra.

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Raccontano (ma forse è una leggenda) che il colpo di grazia alla DDR e a quel Muro ormai barcollante fu proprio la notizia di Sparwasser, il loro calciatore-icona che stava fuggendo verso l’occidente…

A chi quel mondo non l’ha vissuto, è persino difficile raccontarlo.

A chi l’ha vissuto, spero non venga mai la tentazione di considerarlo un mondo perfetto: magari sotto un prisma che ne deforma il ricordo, edulcorandolo con la nostalgia.
C’era il PCI, che era un monolite ben oltre il 30%, e c’era la DC che insieme all’area cosiddetta “laica”, arrivava ad una maggioranza assai larga: ben oltre il cinquanta più uno necessario per governare (anche se poi i governi duravano pochissimo).

Ma c’era anche allora (e forse più di adesso) un sacco di gente politicamente fanatica, e pericolosa. E su certe cose, vi garantisco che non c’era da scherzare, tanto che il famoso Muro di Berlino (con tutto quello che ci girava intorno) lo costruirono proprio per quel motivo.

Anni di discussioni furibonde, anche al bar. Durante le Olimpiadi del 76, Gigi sosteneva che le atlete sovietiche si drogavano così tanto che a qualcuna di loro crescevano la barba, i baffi e persino il pisello: Franco ribatteva che non era vero, e che il doping nelle provette lo inseriva personalmente Kissinger, insieme al Direttore della CIA.
Roba da non saper se ridere o piangere, ma erano comunque discussioni che talvolta finivano a schiaffi.

Questo per dire che non ho nostalgia dei muri, e nemmeno del fanatismo che i muri fatalmente si portano dietro, compresi quegli schiaffi (e qualcos’altro) che ogni tanto volavano nei bar e nelle piazze.
Erano gli anni dei cosiddetti “opposti estremismi”, delle BR e delle stragi senza nome: anni intolleranti, anche se ero un ragazzo, e c’era la Grande Olanda, Pulici e Graziani. Sandokan, Portobello, l’Italia ai mundial d’Argentina e tutto il resto… Ricordo la disperazione di un poveretto del mio paese che non aveva aderito ad uno sciopero, e allora per ritorsione gli avevano distrutto il vespino 50. Era l’unica cosa che possedeva, ed era così disperato da piangere come un bambino.
Mi fece un’impressione fortissima.

Il muro di Berlino voleva dire soprattutto quella sigla, DDR, che imparammo ai Mondiali del 74.
Soprattutto, la scoppola che si presero i Tedeschi “veri” per mano di quel giocatore che aveva un nome simpatico: Jurgen Sparwasser. Lui, e tutte quelle squadre lontane e un po’ fumose che si chiamavano Magdeburgo, Dinamo Berlino o Dinamo Dresda, che un bel giorno sbattè fuori anche la Juve, con gol di un certo Ganzera (che infatti divenne subito popolarissimo)

Io, le squadre della DDR me le ricordo bene. Soprattutto, mi ricordo quegli ambienti nelle notturne di coppa; finiva la sigla dell’Eurovisione ed ecco inquadrati i capitani, a centrocampo, che si scambiavano i gagliardetti.
Pioveva sempre: il pallone era interamente bianco e puntualmente, all’inizio del secondo tempo, entrava in campo un giocatore con la maglia numero dodici: un tipo quasi sempre pelato che si metteva a correre come un ossesso fino al novantesimo e che in genere, nella vita, faceva un altro mestiere.
“Zitti voi, che vi ha fatto rete un elettricista”, era la canzonatura immancabile del giorno dopo.

Ma parlando di muro, e di DDR, il ricordo più nitido è quello dell’autunno 1980: quando la Roma di Falcao, Bruno Conti e il Barone Liedholm aveva stracciato il Carl Zeiss Jena all’Olimpico con il risultato di tre a zero.
Erano gli anni, delle coppe tutte al mercoledi, e la Rai Tv doveva forzatamente scegliere ogni volta quale partita mandare in diretta, quale in differita e chi doveva invece accontentarsi della sintesi a notte fonda.
Il 3-0 dell’andata aveva reso la gara di ritorno poco più di una formalità, e così nessuno si stupì quando nel palinsesto della serata sportiva, due settimane dopo, di Carl Zeiss Jena-Roma non vi fosse nessuna traccia.

Non voglio farla tanto lunga: al ritorno, quattro a zero per i Tedeschi, con la Roma che non passò mai metà campo e andò incontro ad un’eliminazione che divenne leggendaria.
“Fu un incubo – raccontò il bomber Roberto Pruzzo, qualche anno dopo- Quei crucchi sembravano indemoniati, e mentre correvano, sbavavano e perdevano il moccio come i bambini piccoli”.

Raccontano (ma forse è una leggenda) che il colpo di grazia alla DDR e a quel Muro ormai barcollante fu proprio la notizia, data alla radio, di Sparwasser, il loro calciatore-icona che stava fuggendo verso l’occidente.
La gente ne rimase sgomenta: “Ecco… Ci ha abbandonato anche Spari.”
E capì che era finito tutto.
Novembre 1989.

Sembra ieri.

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Fai buon viaggio, vecchio Fred. Adesso che sei tornato sul tuo pianeta

Andavano di moda quei nomi un po’ così.

Un po’ rabberciati, il cui effetto, alla fine, era più comico che esotico.
“Fred, cantante e gangster italo-americano” era la definizione che dava “La Settimana Enigmistica” di Fred Buscaglione.
E quell’irresistibile artista (che in realtà era di Moncalieri) ci rideva su. Perché, in fondo, era tutta pubblicità.
Don Backy lo prendevano per uno di New York, e invece era di Santacroce sull’Arno; Bobby Solo si chiamava Roberto Satti e Tony Renis, all’anagrafe, era Elio Cesari. “Pronto, casa Tony? C’è Little?” ci scherzavano sù Arbore, Boncompagni e tutti quei pazzoidi di Alto Gradimento.

Per lo stesso motivo, uno come Fred Bongusto, a occhio, doveva essere minimo di Detroit, patria dei celeberrimi “spaghetti, pollo e insalatina”.
Ma era di Campobasso. Che se c’è un posto nel mondo che si attaglia ai personaggi di Maccio Capotonda, beh… Quel posto, con tutto il rispetto, è proprio Campobasso. Secondo un autorevole sondaggio, una delle due città (l’altra è Potenza, in Basilicata) che gli Italiani si vantano di non aver mai visitato.

Fred Bongusto, musicalmente parlando, stava a metà strada tra Charles Aznavour e Claudio Baglioni .
Meno popolare di Peppino di Capri, meno bello di Califano, meno problematico di Gino Paoli (e dei cantautori genovesi in generale)… Meno accattivante di Papetti, che metteva le ragazze a tette in fuori sui dischi, e a distanza siderale da Morandi, Reitano e Massimo Ranieri, che erano i fuoriclasse dell’epoca. Però, infinitamente superiore a Peppino Gagliardi, per esempio, o a Gianni Nazzaro, che cantavano canzoncine da niente, ma te li ritrovavi puntualmente tra i piedi ad ogni Canzonissima.
Fred Bongusto è “un Frank Sinatra che ci ha creduto di meno”, scrissero una volta.
E quel genio che lo scrisse, dico io, meriterebbe almeno la sepoltura al Pantheon.

Il suo pubblico, non era quello dei “teenager”; piuttosto, quella fascia d’età indefinita che andava grosso modo dai trentacinque in su: i frequentatori delle balere, gli specialista dei “lenti” e gli intemerati corteggiatori di signore più o meno attempate , non necessariamente nubili.
Per questo, le atmosfere di Fred Bongusto erano roba assai crepuscolare… “Una rotonda sul mare”, “Malaga”, “Frida”, sono canzoni che inducono alla malinconia degli amori ormai finiti: quindi, più autunno che estate. Più vino rosso e castagne che gazzosa e gelato.

Ma il Fred Bongusto che personalmente ricordo con maggior piacere era quello che faceva il verso a se stesso.
E prendeva amabilmente in giro quell’atout da chansonnier un po’ maledetto che lo aveva reso ricco e famoso.
Erano anni, quelli, dove le sigle dei programmi televisivi andavano fortissimo, specialmente quando le canzoni (e chi le cantava) risultavano così gradevoli da filare dritti in hit parade, come il celebre duetto tra Mina e Alberto Lupo o la Carrà dell’amore “da Trieste in giù”, che suonano tuttora in discoteca.

E mi ricordo quel Fred Bongusto (“Speciale per noi”, Canale Nazionale, 1971) elegantissimo, altero e all’apice del suo charme, che rimaneva indifferente alle mossette di Minnie Minoprio che gli cinguettava intorno.
Magari, te lo immaginavi ordinare un whisky, sussurrare due-tre frasi ad effetto e infine lanciare uno sguardo gaglioffo, alla Belmondo, prima di vedere la ragazza in questione cadere irrimediabilmente ai suoi piedi.
E alzi la mano chi non ha sperato, almeno una volta nella vita, di essere nei suoi panni.

Fai buon viaggio, vecchio Fred.
Adesso che sei tornato sul tuo pianeta

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Auguri, vecchio “baffomazzola”.

Mazzola.
E Rivera, anche.

Che non erano Coppi e Bartali (perché Coppi e Bartali erano di un altro pianeta) ma ci andarono vicini. E per almeno vent’anni impersonarono nella mente di tutti l’archetipo del calciatore.
Mazzola e Rivera, come un ritornello: nessuno era più “calciatore” di loro… Nemmeno Riva, o Zoff o Boninsegna, che erano roba più per intenditori, o comunque per gente che comprava l’Intrepido da Duina, alla Piazzola, e un pochino ci stava dietro.
“Si, si…Vai con Mazzola e Rivera. E intanto vi perdete le vere gioie della vita” diceva il povero Mireno, che di pallone non ne masticava.
E quali sarebbero le gioie della vita?” gli domandavamo noi, che si mangiava pane e figurine Panini.
“Avete presente quando al bosco state tagliando una quercia… E sentite fare croc-croc, perché vuol dire che sta venendo giù…”.
E si rimaneva a bocca aperta: perché secondo noi una quercia che fa croc-croc e poi viene giù non valeva nemmeno un’ unghia di Mazzola. E figuriamoci di Rivera.

Oggi Mazzola compie 77 anni: e ci procura quella sottile malinconia da reduci che quella generazione l’ha vista giocare, e ne ha un ricordo abbastanza nitido, nonostante il bianco e nero della Domenica Sportiva.
E ci ricordiamo il Mazzola ormai maturo; quello che giocava con il “baffo”, marchio inconfondibile di un’epoca dove il baffo andava fortissimo, e lo portavano anche Causio, Savoldi e Palanca. E ce n’erano di bellissimi, tipo il D’Angiulli del Catanzaro 72-73, o il secondo portiere del Napoli, che si chiamava Pasquale Fiore, ed assomigliava a quello incazzoso che vendeva la porchetta al mercato di Sinalunga.

Quando cominciò, “Mazzolino” (lo chiamavano così, perché il Mazzola autentico era il papà) era una specie di Insigne. Un tipetto secco e razzente che sembrava fatto apposta per tesaurizzare il lancio di Suarez, che giocava con il goniometro incorporato. Su quel lancio si fiondavano a turno lui e, dall’altra parte, il mulatto Jair, nella specialità della casa della Grande Inter di Herrera, che dominò in lungo e in largo quasi tutti gli anni sessanta… Avessero comprato anche Eusebio (come si favoleggiava) parleremmo forse della squadra più forte di tutti i tempi… “Ma sarebbe bastato accorgersi prima che Boninsegna era un fenomeno”, disse un giorno al politico Walter Veltroni che lo intervistava.

Poi, la sua trasformazione in numero dieci, ovvero regista puro: tipica evoluzione del football dell’epoca, dove il grande terzino diventava, a fine carriera, un libero con i fiocchi (Burgnich, Facchetti, ma anche Bellugi) e l’attaccante dai piedi buoni arretrava di venti metri e si riciclava in un sontuoso interno di centrocampo.
Mazzola diventò il classico elemento “di lotta e di governo”: un calcio “borghese”, messo in contrapposizione a quello più “aristocratico” di Rivera, sulla cui rivalità i giornalisti sportivi, e non solo loro, inzupparono il pane per anni. Una rivalità che toccò il diapason a Messico 70, con la “staffetta”, i sei minuti della finale e tutto il resto… E che continuo’ per tutti gli anni settanta, anche quando Inter e Milan chiusero il loro ciclo, e non vinsero più nulla.

Ogni tanto li chiamano in tv, per qualche programma rievocativo. E nonostante il tempo che passa, hanno sempre il loro fascino: il “golden boy” ( o “abatino”) con la sua erre moscia, e il “baffo”, con quella vocina stridula alla quale faceva il verso anche il grande Alighiero Noschese, negli sketch di Canzonissima… E fanno vedere quella vecchia foto, dove Mazzola e Rivera si stringono la mano, a centrocampo.
E sorridono, e c’è il sole.
E le maglie sono bellissime, e San Siro è strapieno.
E sembra davvero il posto più bello del mondo.

Rassegna storica Derby Milan-Inter

© Ravezzani/LaPresse14-04-1976 Milano, ItaliaCalcioDerby Inter-MilanNella foto: SANDRO MAZZOLA e GIANNI RIVERA.

Auguri, Beppe Viola. Oggi sarebbero stati ottanta.

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Vite vere (compresa la mia).

Perché il genio è una scintilla, roba di un attimo, diceva il protagonista di “Amici Miei”; e si può essere geniali anche solo per una battuta, a patto che se ne facciano di così ben riuscite da passare alla storia.

Come quelle che scriveva per Cochi e Renato, per Jannacci e per Monicelli: e poi quelle del professore sul tram o dello scommettitore “Slungatti”, che aveva “un capello bianco per ogni rottura prolungata in dirittura d’arrivo”.
Ovvero, quel momento dove chi gioca ai cavalli vede svanire il malloppo che si sente già in tasca.

C’era, in quel libro, tutto il mondo di Beppe Viola.
Aveva una copertina rossa dove campeggiava la sua caricatura; l’aria disincantata, gli occhi pigri e un po’ languidi, come certi personaggi di Altan.
E, tuttavia, lo sguardo arguto e un po’ strafottente, che cristallizzava la sua faccia e la consegnava all’eternità: come Batman, Tarzan o Topo Gigio, che non invecchiano mai… Come Coppi, o Valentino Mazzola, che non fecero in tempo ad invecchiare.
Come Zoff e Socrates che si scambiano i gagliardetti al Sarrià di Barcellona, 5 luglio 1982.
Ed avranno sempre quella faccia lì, anche tra mille anni

Noi adoravamo Beppe Viola.
Era il “cavallo pazzo” della Domenica Sportiva: raccontava il calcio in un altro modo, ne coglieva gli aspetti più divertenti, lo trasformava in qualcosa che andava oltre il campo da gioco. Fu, in questo, una specie di precursore: mettendoci sopra l’ironia e l’arguzia che non scendeva mai nella banalità.
Commento’ un deludente Milan-Inter con le immagini di vent’anni prima, quando la partita era invece riuscita bellissima… Intervistò Rivera dentro un tram, in un servizio che fece scalpore: e dove il bello non era né Rivera, né l’intervista.
Ma era, piuttosto, quel tram in legno che attraversava Milano, e che ti immaginavi scampanellante. E che raccontava una città che non esisteva quasi più più; una città dura, ma forte, generosa e piena di energia.
La Milano del miracolo economico e dei “cumenda” con la ballerina e il tavolo prenotato alla Sei giorni di ciclismo. Di Moratti e di Rizzoli, del Paron Rocco e del Mago Herrera.
Ma anche la Milano delle periferie che crescevano senza controllo: Gratosoglio, Quarto Oggiaro, lo smog, gli ambienti della “mala” e quei poveracci che si giocavano anche le mutande, all’ippodromo del trotto.
Le luci fredde, la nebbia e le vite sempre uguali delle tante “Vincenzine” davanti alla fabbrica… Tutta roba al tramonto, come la vita di Beppe Viola.
Vera, e breve.
Presto sarebbe arrivata la Milano da bere, che lui non avrebbe fatto in tempo a vedere.
Peccato, perchè nessuno sarebbe riuscito a raccontarla meglio.

Andai alla presentazione, pochi anni fa, di “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, il libro di memorie che gli aveva dedicato la figlia Marina.
Ne venne fuori il ritratto dolce e struggente di un papà goffo, e un po’ inadeguato. Soprattutto, un papà ingombrante: indifeso e sopraffatto da quel demone che lo stava rovinando.
E si parlò, sommessamente, di quella nobildonna che si era invaghita di lui, e che volle pagargli tutti i debiti, a patto però di averlo tutto per sé.

Marina ricordava teneramente il suo grande papà, soprattutto in quelle rare volte che ormai si fermava a dormire a casa.
E ricordava la mattina, quando arrivava il momento di andarsene, i suoi occhi che diventavano acqua, e questo omone che cominciava a piangere, senza riuscire a smettere. “Perché non rimani con me e con la mamma, come fanno tutti i papà?”, gli chiedeva.

Forse (ma questo lo dico io) è morto giovane anche per questo.

Auguri, Beppe.
Oggi sarebbero stati ottanta.

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E poi la Nazionale italiana. Fortissima. in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82.

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“Com’e’ che giocano con le maniche lunghe?”

Era l’estate del 1978, e al bar di Ofelio ne sapevamo pochissimo sia di antipodi che di emisferi australi: e vedere il fiato di Tardelli, o di Gentile, che in pieno giugno diventava nebbiolina ci sembrava abbastanza strano.
I Mondiali di calcio erano anche allora eventi “caldi”: una roba da limonata e zanzare, eppure i nostri campioni laggiù in Argentina sbuffavano come locomotive… E a me, adolescente, assomigliavano a quei cacciatori infreddoliti che aspettavano sulla “posta” l’arrivo del cinghiale, nelle mattinate di fine novembre.

Era “il fiato che si faceva fumo” (Claudio Baglioni , “Solo”, Rca 1977) durante gli abbracci, quando quella nostra bellissima Nazionale segnava un gol.
Come dopo quel triangolo Bettega-Rossi-Bettega che rese magica la fredda notte di Buenos Aires.

“Nelle tribune del Monumental, due tricolori italiani hanno fatto ammainare centomila bandiere argentine”, titolò
orgogliosa la Gazzetta dello Sport.
Perché erano tempi un pò retorici, quelli.
Retorici, e anche reticenti, ci vorrebbero far credere oggi.
Ma noi si sapeva poco dei Desaparecidos e delle mamme di Plaza de Mayo: delle torture all’Escuela e della gente scaraventata giù dagli aereoplani.
Gran parte della stampa italiana si limitò a parlare di pallone, e a raccontarci quello che decisero di fargli vedere: e ci parlarono di gente povera, ma felice, e con un sacco di cognomi italiani. E di una nazione amica dove i militari controllavano sì con occhio vigile, ma tutto sommato bonario.
Eravamo nel bel mezzo dei nostri anni di piombo, e della cosiddetta “guerra fredda” tra l’America di Jimmy
Caerter e la cupissima Unione Sovietica di Breznev : i giornali più importanti (ma questo si seppe dopo) erano già nelle mani della P2 di Licio Gelli, e a parecchi giornalisti fu suggerito di chiudere un occhio, e in molti casi tutti e due.

Ma fu, sportivamente parlando, un Mondiale con i fiocchi.
Non fu solo quell’associazione a delinquere spacciata sui documentari, che toccò l’apice con la famigerata “Marmelada peruana” e si concluse con l’arbitraggio di Gonella, in finale.
Per quelli della mia generazione, Argentina 78 fu piuttosto un Mondiale da ricordare con affetto bambino: a cominciare dalla mascotte “Gauchito” sulle magliette (tremila lire, al
mercato a Sinalunga) e dalla sigla che precedeva la messa in onda delle partite (“Ar-gen-ti-na-cal-cio-Mun-
diaaaal”).

E poi la Nazionale italiana.
Fortissima.
in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82, più tre fuoriclasse come Causio, Bettega e Benetti che in Spagna non trovarono posto: Benetti era un centrocampista favoloso, dal tackle robusto e la media gol di un trequartista.
Bettega non sarà stato simpatico, ma era il più formidabile colpitore di testa di quegli anni… Non lo valevano né Hrubesch, né Santillana.
Causio, infine, era un elegante regista esterno mai a corto di inventiva; e tra lui e il più reclamizzato Simonsen (che vinse il Pallone d’Oro) avrei saputo chi scegliere.
E poi c’era Mauro Bellugi, al centro della difesa. Quel Bellugi (e la storiella resiste tuttora) che fu messo bruscamente alla porta dal leggendario “Zipichino”, quando si presentò ad un provino per la Sinalunghese.
“Questo può fare giusto la panchina nel Buonconvento”, fu la “storica” sentenza.

Bearzot ci aggiunse i giovanissimi Rossi e Cabrini, con una felicissima intuizione dell’ultim’ora, e il torinista Zaccarelli, più utile dello scalognatissimo Antognoni, mai a suo agio nelle grandi competizioni internazionali.

Ci fermammo sul più bello.
Nello scontro decisivo con l’Olanda, che rispetto all’Arancia Meccanica di quattro anni prima aveva perso in classe ma aveva guadagnato in sostanza.
Allora ci fu il processo a Zoff, e alle sue diottrie, ma a rivederla adesso ci vuol poco ad accorgersi che fisicamente non ci fu partita… E che nel secondo tempo non la strusciammo praticamente mai.

Io mi ricordo i nostri sguardi affranti, al bar di Ofelio (che era mio cugino, ma lo chiamavo zio).
“Poteva mettere Claudio Sala, che era più fresco”
“Poteva mettere Maldera, che è buono a fluidificare”
“Poteva portare Albertosi, invece che lasciarlo a casa”.
E poi qualcuno, più grande e più assennato, che tagliò la testa al toro: “È proprio un povero mondo… Abbiamo le Brigate rosse all’uscio di casa, e questi giovani pensano ancora al pallone…”

La nostra bellissima Italia era stata appena eliminata.
Erano più o meno le sette di sera, e fuori c’erano ancora tre ore di giorno da godere.
Dal juke box partì una canzone: “Ti ricordi quella strada… eravamo io e teeee”. Antonello Venditti, “Sotto il segno dei pesci”.
Il suo disco più bello di sempre.

La favolosa estate del 1978 poteva cominciare.

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Claudio Ranieri. Che sarà pure un grande tecnico, per carità, ma a me ha sempre ricordato quel tipo che alla discoteca Jump….

“Alto profilo”.

Ci voleva un tipo con l”alto profilo”, dicevano: ed è per questo che, alla fine, hanno scelto lui.
Che prima l’ha fatta cadere un po’ dall’alto, come tutti quelli che hanno un “alto profilo”, ma alla fine non gli è parso il vero di accettare.
Perché secondo me si era stufato del divano e non vedeva l’ora di alzarsi.

Speriamo sia la scelta giusta.
Io, che ho visto la mia Samp perdere male con il Napoli, malissimo con il Sassuolo e oscenamente con il Verona, dico che rimettere in sesto questa squadra è affare di non poco conto: e per riuscirci bisogna avercelo davvero alto e grosso.
Il “profilo”, ovviamente.

Claudio Ranieri.
Che sarà pure un grande tecnico, per carità, ma a me ha sempre ricordato quel tipo che alla discoteca Jump (primi anni ottanta) si accompagnava con le ragazze più carine, senza essere né particolarmente bello, né particolarmente ricco, né particolarmente intelligente.
“Ha un certo-non-so-che”, dicevano… E noi, invidiosi, a battere la testa sullo specchio di casa, e a interrogarci sgomenti su cosa fosse quel “certo-non-so-che”.
O come quel tale attore, che trovava sempre il modo di apparire nel cast dei film più importanti: “non sa fare nulla- dicevano di lui- ma lo sa fare molto bene”.

Nel nostro caso, tutto merito (o colpa) di Leicester: sonnolento centro delle Midlands orientali, in Inghilterra, dove “Alto profilo” era andato a chiudere una carriera buona ma mai buonissima, con alcune lodi e senza particolari infamie.

Fu lì che il profilo si impennò in maniera vertiginosa: perchè nel calcio talvolta accadono le favole, e se hai la fortuna di capitarci dentro, beh… Allora ti sei fatto una specie di assicurazione per l’eternità.
E quel Leicester (per ciò che rappresentò) fu effettivamente la classica boccata d’aria fresca: il povero che vince sul ricco, il piccolo contro il grande, il guscio di noce che ha ragione delle grandi corazzate.
Doppia libidine, se le corazzate si chiamano Chelsea, Manchester City , Manchester United e si prestano benissimo al ruolo di cattivi, con tutte quelle multinazionali tipo la Spectre che hanno dietro.

Ricordo benissimo la febbre che contagiò all’epoca non solo l’Inghilterra, ma anche l’Europa ed il mondo intero.
Tutti ci ritrovammo a delirare per Kantè e per Drinkwater (con quel nome così poco… Inglese): spuntarono come funghi le magliette di Mahrez e soprattutto di Jamie Vardy, il bomber che veniva dai dilettanti, si ubriacava nei pub e una volta lo avevano persino arrestato per rissa. Doppiamente irresistibile, quindi, per un pubblico assetato di eroi della “working class”, quelle poche volte che sbarcano in paradiso.
E allora applaudimmo commossi Claudio Ranieri, e il suo finalmente raggiunto “alto profilo”: in virtù di quelle combinazioni astrali che debbono pur toccare a qualcuno, come toccarono alla Danimarca del 92, a quel tal pugile che una notte mise al tappeto Mike Tyson o a Goran Ivanisevic, nel memorabile 2001 a Wimbledon.

E va detto che gli Inglesi (che hanno pur inventato il commercio moderno) intuirono subito la portata emotiva di quell’imprevista variazione alla trama narrativa, e capirono come il brutto anatroccolo che diventava cigno potesse rivelarsi un affare per tutti.
Vale la pena ricordare, in quel senso, il tappeto rosso che tutto il Regno Unito stese idealmente sotto i piedi del Leicester, e i trattamenti di favore che più o meno consapevolmente, gli furono riservati. In particolare, la sfida delicatissima contro il Tottenham, al quale l’arbitro ne combinò di tutti i colori: l’allenatore degli “Spurs”, che era uomo di mondo, morse la foglia e in sala stampa, anziché dar fuori di matto (come sarebbe stato nel suo diritto) si esibì in un sorriso a trentadue denti: “faccio i miei complimenti ai futuri, degnissimi campioni della Premier League”, disse.
Si accodò addirittura José Mourinho, che per “Alto profilo” aveva avuto parole di fuoco: “Altro che mediocre… Ranieri è un vincente.”
Nel bel mezzo della festa, con Bocelli e tutto il resto, ci fu qualcuno, più sincero, che coniò la battuta più luciferina di tutte: “Ranieri? L’uomo sbagliato, che però capita nel posto giusto, al momento giusto”.

Disse un giorno Napoleone che ai generali bravi preferiva quelli fortunati: adesso, mutatis mutandis, speriamo che un po’ di quella fortuna possa toccare alla Samp.
Dove, intanto, Claudio Ranieri ha gia fatto la sua prima dichiarazione, dall’alto del suo profilo: “Per una salvezza tranquilla ci vogliono almeno tre-quattro rinforzi di grande qualità”

Che non è un grande inizio, se ci pensiamo bene.
Soprattutto per uno che passa alla storia come l’uomo dei miracoli.

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A primeira e única tentativa de sucesso de combater uma revolução nos campos de futebol.”

“O “calcio”, ou o futebol, e a liberdade…que desponta graças a um toque de calcanhar, que no futebol é uma jogada mágica, que confunde o adversário e entusiasma o público. O toque de calcanhar era a especialidade do grande Sócrates, “O Doutor”, o capitão da fantástica seleção brasileira de 1982, mas, sobretudo, o craque do Corinthians de São Paulo, o time que naqueles anos inventou a famosa “Democracia Corinthiana”, e que ousou desafiar a ditadura militar, que já durava quase vinte anos. “A liberdade é um toque de calcanhar” atravessa vinte anos de história turbulenta e aventurosa, vista através dos olhos de um garoto apaixonado por futebol e jornalismo. Se fala de times lendários e de campeões incomparáveis. De vitórias históricas e derrotas epocais, e de um jornal semiclandestino (“O Pintassilgo”) que em meio a muitas dificuldades quer fazer ouvir a sua voz, que fala de esperança e liberdade… e que exatamente no Corinthians de Socrates, encontrará o seu maior aliado e a sua bandeira. No meio de tantos personagens de romance: um pai que desaparece misteriosamente na noite do milésimo gol de Pelé e um velho e sábio jornalista com saudades de Domingos, Ademir, Leônidas e tantos outros campeões do passado. Um rapaz deslumbrante que trabalha como gigolô nas altas rodas de São Paulo e um amalucado que batizou seu filho com um nome improvável: “Gepejairito”, juntando as iniciais dos cinco craques brasileiros da copa do mundo no México em 1970. Cada um desses personagens dará, quase conscientemente, a sua contribuição à liberdade. Que chegará, leve e elegante. Como uma canção de Vinicius de Moraes ou de Caetano Veloso. Ou, efetivamente, como um toque de calcanhar. E com a contribuição de um time de futebol, o Corinthians, que daquela explosão de liberdade foi o detonador. A primeira e única tentativa de sucesso de combater uma revolução nos campos de futebol.”FB_IMG_1569198571571.jpg
@lorenzetti_riccardo La Libertà è un Colpo di Tacco @curcioeditore
#brasil #Democracia #liberta #Corinthians #socrates

Il primo (e unico) tentativo riuscito di combattere una rivoluzione sui campi di calcio

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“Il calcio, anzi “il futebol”, e la libertà…che arriva grazie anche ad un colpo di tacco, che nel calcio è la giocata più magica, quella che spiazza l’avversario ed entusiasma il pubblico.
Il colpo di tacco che era la specialità del grande Socrates, “O Doutor”,il Capitano del favoloso Brasile 1982 ma soprattutto il leader riconosciuto del Corinthians di San Paolo, la squadra che in quegli anni inventò la celebre “Democracia Corinthiana”, e che contribuì a dare la spallata decisiva alla dittatura militare che durava da vent’anni.

“La Libertà è un colpo di tacco” attraversa vent’anni di storia turbolenta e avventurosa, vista con gli occhi di un ragazzo appassionato di “futebol” e di giornalismo. Si parla di squadre leggendarie e di campioni irripetibili. Di storici trionfi e di sconfitte epocali, e di un giornale semiclandestino (“Il Cardellino”) che tra mille difficoltà vuole far sentire la sua voce che parla di speranza e di libertà… E che proprio nel Corinthians di Socrates troverà il suo alleato e la sua bandiera.

In mezzo, tanti personaggi da romanzo: un papà che sparisce misteriosamente la notte del millesimo gol di Pelè ed un vecchio, saggio giornalista con la sua saudade per Domingos, Ademir, Leonidas ed i tanti campioni del passato.
Un bellissimo ragazzo che si guadagna da vivere facendo il gigolò nella San Paolo bene ed un mattoide che ha battezzato suo figlio con un nome improbabile: “Gepejairito”, mettendo insieme le iniziali dei cinque fuoriclasse brasiliani di Mexico 70.
Ognuno di loro porterà, più o meno consapevolmente, il suo contributo alla libertà. Che arriverà, leggera ed elegante. Come una canzone di Vinicius de Moraes, od una ballata di Caetano Veloso. O, appunto, come un colpo di tacco.
E con il contributo di una squadra di calcio, il Corinthians, che a quell’esplosione di libertà fece da detonatore.
Il primo (e unico) tentativo riuscito di combattere una rivoluzione sui campi di calcio”COVER1GRANDE.jpg