Ho visto la Roubaix. Bellissima.

Non c’è niente da fare; per quelli della mia età, il ciclismo rimane lo sport numero due. Una delle più efficaci macchine del tempo che conosca, dove è possibile gustare emozioni un pò “retrò”: quando c’erano le palline con la faccia di Bitossi, i vecchi nonni che raccontavano di Bartali e il grande De Zan che modulava gli ordini d’arrivo: “Ecco che arriva Saroooooonni”, con la vocale lunga e strascicata per prendere tempo, e riconoscere Battaglin e Baronchelli, che arrivavano a ruota.
Il ciclismo, in questo, non si batte. Non ci sono rugby, basket o pallavolo che tengano: alla Parigi-Roubaix, se possibile, ci si dà sempre un’occhiata. E se non si riesce a vederla, ci si preoccupa almeno dell’ordine d’arrivo. Stesso discorso per la Sanremo, per il Mondiale e per le tappe di Giro e Tour, specie quelle di montagna.

Italiani non pervenuti, purtroppo.
Il finale (bellissimo) se lo sono giocato in cinque: un Australiano, un Norvegese, un Inglese molto forte e due Belgi, tra i quali il vecchio Tom Boonen. In mancanza di meglio, ho fatto un tifo sfegatato per lui; poi, ha vinto l’Australiano.
Meritatamente, perché se il ciclismo ha una cosa di bello, è che al termine di una gara come la Roubaix, il vincitore unisce, e non divide. Può essere Uzbeko o Lituano, o Giapponese… Quando sale sul podio, lo applaudi a prescindere. Applaudi con sincerità lui, e l’impresa fantastica che ha saputo compiere.
Salvo poi farti il sangue amaro tre mesi dopo (succede spesso, ahimè) quando viene fuori qualche anfetamina di troppo. Ma questo è un altro discorso.

Noi, abbiamo fatto da spettatori.
D’altronde, il ciclista si divide in due categorie: il campione “Epocale” che vince le grandi corse a tappe (come Coppi, Bartali e anche Pantani) e lo “specialista”, che qualche classica in linea la porta a casa (Bartoli, Bettini, Tafi, Cipollini). Attualmente non abbiamo né l’uno né l’altro: abbiamo Nibali, che però è al tramonto e campione “Epocale” non è mai stato, e Fabio Aru, che campione “Epocale” potrebbe diventarlo, ma ci credo poco.

In mezzo, la convinzione che questa disciplina sportiva (più di altre) ricalchi molto fedelmente lo stato attuale del nostro Paese. Che è un Paese ormai incapace di produrre cose interessanti e spesso schiacciato dalla concorrenza di un mondo che, improvvisamente, si è fatto più grande e competitivo.
Fateci caso. Il ciclismo ha parlato (per almeno cento anni) tre sole lingue: il francese, l’italiano e il belga… Poi, c’era uno Svizzerotto di poche pretese, un paio di Spagnoli fortissimi in salita e qualche Olandese buono per le riunioni su pista. Stop.
Quando il mondo si è allargato, e sono arrivati gli altri, ci sono bastati dieci anni e siamo usciti di scena. Lasciando campo libero ai Colombiani e agli Americani. Agli Inglesi, Australiani, Slovacchi e tutto quel resto del mondo che ai tempi di Coppi (ma anche di Gimondi, e di Moser) pensavamo avesse bisogno delle ruotine per non cadere di bicicletta.

Lo sport è questo.
Ci insegna a vivere e a contare gli anni, ma ci regala anche interpretazioni molto plausibili sulla direzione del vento e sulle pieghe che prende il mondo.
In questo senso, ci insegna come l’Italia non corre più. O almeno, non tiene il passo del mondo. Che va oltre l’orticello sotto casa, e non è più fatto solo di Belgi e Francesi.

Questo è l’insegnamento della Roubaix di ieri.

Annunci