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Allegri è un normalizzatore. Conte era un rivoluzionario.
Tagliata con il coltello grosso (quello che si usa per il pane, o per i salumi) mi sembrano le definizioni più azzeccate.
Conte è Garibaldi, Allegri è Cavour. Conte è Pancho Villa, che imbraccia il fucile e mette il Messico a ferro e fuoco. Allegri è quello che viene dopo: il presidente della neonata Repubblica che a quella Repubblica deve dare ordine, regole e continuità.

Tatticamente parlando, siamo ovviamente in presenza di gente preparata… ma qui si rischia di scivolare nel già detto e nel già sentito. Perché oggi, di sprovveduti non se ne vedono più, nemmeno in Terza Categoria; e ammesso che ne esista ancora qualcuno, è bene ricordarsi che un allenatore è giusto la punta dell’iceberg. Il “terminale” di un equipe qualificatissima che spesso è un piccolo esercito.
Mazzarri, per esempio, ne aveva intorno dodici. Mancini ne stipendia quattordici (tra cui un tattico, come nelle regate veliche); perché (come diceva mia nonna) quattro occhi vedono meglio di due. Quindi, figuriamoci ventotto.
Diciamo allora che alla base c’è sempre una grande Società, che il proprio allenatore lo sappia assecondare e, nel caso, proteggere. E senza quella, falliscono miseramente Conte e Allegri, Mourinho e Ancelotti. E persino Pep Guardiola all’Audace Legnaia, il giorno che l’Audace Legnaia decidesse di ingaggiarlo
Come il Milan di Berlusconi, che seppe spalleggiare Sacchi anche in presenza dei primi, deludenti risultati: lì fu chiaro e netto il messaggio del Club alla squadra (composta quasi sempre da figli di buona donna), e anche i calciatori più riottosi finirono per adeguarsi.

Ecco, proprio Sacchi è probabilmente il paragone più immediato per identificare uno come Conte: un costruttore, uno con il quale si comincia e si progetta un ciclo… Ben consci che questo tipo di allenatore ha comunque una scadenza a breve, e dopo due, tre anni va cambiato: perché i “Rivoluzionari” alla lunga stufano. E bisogna rimpiazzarli con i “Normalizzatori”, tipo Capello. O Allegri.
Perché c’è sempre un momento, nella Storia, che il “Movimento” diventa “Regime” (come insegna il De Felice, per chi l’ha letto); quando, cioè, la Rivoluzione perde spinta ed efficacia e deve lasciare il posto alla normale amministrazione. Il momento nel quale finisce lo scontro, anche aspro, e c’è bisogno della “pacificazione”, e della diplomazia.
Conte è il Mussolini del ’22, che organizza la marcia su Roma (da Milano, pronto a svignarsela in Svizzera se le cose si mettono male). Allegri è il Mussolini del ’36, fondatore dell’Impero, ormai sovrappeso e con l’orbace.
O, se preferite, Conte è Che Guevara, che combatte nella giungla: Allegri è il companero Fidel, che si ritrova a guidare Cuba, e per governare deve fare “realpolitik” (alleandosi con i Russi, che non gli stavano simpatici).

Questa, in soldoni, la differenza tra i due. Senza entrare troppo nella tattica e nelle freccette sulla lavagna.
Tagliata con il coltello, per l’appunto.