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Cesarone era del ’32.
Ed era difficile non venir fuori un uomo semplice e piantato per terra, quando nascevi nel ’32. Perché, tra le tante cose, facevi in tempo a conoscere la guerra e il dopoguerra; soprattutto il dopoguerra, che a Trieste (e Cesarone veniva da lì) fu più “dopoguerra” che dappertutto.

Di lui, dicono che fosse un tipo in gamba. E di un candore molto prossimo all’ingenuità, anche se era stato un fenomenale giocatore di pallone. Vincitore di coppe e scudetti, con un unico cruccio: la poca considerazione internazionale, che allora (e a differenza di adesso) si otteneva solo con la maglia della Nazionale, e raramente con quella del Club… E quando Maldini giocava (anni 50 e 60), l’Italia ne buscava sode da chiunque; anzi, in un’occasione ci capitò persino di rimanere fuori dal Mondiale.

Lui era difensore centrale. Proprio sul crinale storico che trasforma il “Sistema” (il WM) in “Catenaccio”, con l’invenzione epocale del libero staccato… E “libero” sarà il suo ruolo effettivo, che svolgerà con una classe e un’eleganza che lo pongono tra i primi quattro, cinque interpreti italiani di tutti i tempi. Classe ed eleganza di chi è calciatore nettamente superiore alla media, e indugia talvolta allo svolazzo di troppo in area di rigore. E infatti, insieme a Maldini, diventeranno celebri anche le “Maldinate”.

Ma era una generazione di qualità, quella nata nel ’32.
Gente in gamba. Ne ho conosciuti tanti anche io.
“Si ricordi che lei è un farabutto”, disse un bel giorno ad un allenatorino francese, di quelli nuovi. E lo disse a telecamere unificate, dopo che quel giovane e irriverente collega si era lasciato andare a giudizi fin troppo irrispettosi sul Maldini allenatore (che, infatti, non era uno scienziato).
L’avevano pescato, quel tipo, a rivendere a prezzi raddoppiati alcuni biglietti omaggio avuti dalla sua Federazione, e Cesarone lo volle chiamare con nome e cognome davanti al mondo: “Io sarò pure un allenatore antiquato –disse- ma sono anche uno sportivo e una persona perbene. Mentre quel signore lì, è un ladro”.
Questo era l’uomo. E non poteva essere altrimenti; perché se non si è così, è difficile diventare stretti collaboratori di gente come Nereo Rocco, o Enzo Bearzot. Che sulla scelta degli uomini, dovevano essere parecchio esigenti.

Cesare Maldini è stato uno degli ultimi allenatori “normali”: quelli che c’erano prima che arrivassero gli scienziati, più o meno pazzi: e, insieme a loro, i tattici, i mental-coach e i video-analyst. Uno come Bagnoli, o Trapattoni. Radice, Mazzone e persino Liedholm. Venivano da un mondo più semplice, e avevano imparato a conoscere gli uomini, ancor prima delle tattiche.
A lui capitò anche di guidare la Nazionale: e lo fece a furor di popolo, quando la sua Under 21 pane e salame vinceva forte mentre la celebrata “intensitè” di Arrigo Sacchi finiva eliminata al primo giro dagli Europei ‘96.
Ai Mondiali di Francia portò con sé Bergomi (che nessuno voleva) e Baggio (inviso a quasi tutti)…. Perché Maldini non era nè uno scienziato, né uno stratega. Ma aveva buonsenso.
E i calciatori, sapeva riconoscerli .

Non se ne sentiva più parlare da tempo, di Cesarone.
Era del ’32. E, in genere, a quell’età le televisioni nemmeno ti vengono più a cercare… Magari avresti ancora qualcosa da dire, ma a un certo punto conviene tenerlo per sé. Perché il tempo passa, e le stagioni finiscono. E basta, e avanza, il senso di quello che si è fatto. E ciò che siamo stati.

Raccontano che quando se ne andò Bearzot, volle essere tra i primi a caricarsi la bara del suo “Vecio” sulle spalle.
Faceva freddo, e qualcuno ne ebbe compassione: “Signor Maldini…Alla sua età…”, gli dissero.
Ma non riuscirono a convincerlo.
Perché la gente del ‘32, era fatta così.

Ti sia lieve la terra.

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