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Quando compiliamo la classifica delle squadre italiane più forti di tutti i tempi, le prime due posizioni sono quasi obbligatorie: e il primo posto se lo contendono invariabilmente la Nazionale dell’82 e il Grande Torino.
Non è, ovviamente, un discorso tecnico. Non solo, insomma. Con quelle due squadre da leggenda irrompono fattori emotivi che resistono al tempo ed all’usura degli anni che passano. Raccontando, la prima una favola. E la seconda, una tragedia
Da lì in giu, c’è di tutto: il Milan di Sacchi e l’Inter del Mago. Suggestioni antiche (la Juve del quinquennio, il Milan del Gre-no-li) e moderne (l’Inter del Triplete). Classici “evergreen” (la Juve di Lippi, gli “Invincibili” di Capello) e tentazioni snob (il Bologna dello spareggio, la Samp di Vialli-Mancini).

Non dimenticherei, però, la Juve degli anni 70 (che alla Juve-padrona di adesso somiglia molto): in grado di vincere Scudetti e una Coppa Uefa (quando la Coppa Uefa era una signora coppa) in circostanze addirittura eroiche, e che quando fu sul punto di tramontare, offrì la propria spina dorsale alla Nazionale di Spagna, regalandoci la gioia sportiva più bella di sempre.

Fu, quella, una Juve sempre e soltanto italiana. Di stranieri, negli anni 70, non ne giravano più, e il suo architetto ebbe un nome e un cognome: Giampiero Boniperti. Che diventò presidente nel 1971, ma nei fatti ne fu il dottore e l’ostetrica, il papà e la mamma. Boniperti riassunse a sé le cariche di amministratore, di manager e di direttore sportivo; sceglieva i calciatori, e (dicono i maligni) li metteva anche in campo , confidando nella “lealtà” dei suoi allenatori, che erano quasi sempre uomini di fiducia (Parola, Vykpalek e il primo Trap).
Nacque uno squadrone forgiato nell’acciaio. Che attraversò un decennio e seppe dare continuità alla propria azione vincente, contro il Toro di Radice e la Lazio di Maestrelli, il Milan di Rivera o il Napoli zonarolo di Luis Vinicio: la Juve degli anni 70 arrivò a siglare record che sono rimasti imbattuti per anni (la vittoria a 51 punti, per esempio)… Un pur onorevole secondo posto (nel 76, dietro al Toro più bello del dopo Superga) fu vissuto al pari di un’ignominia; E Boniperti ne uscì talmente traumatizzato che l’anno successivo dimezzò l’ingaggio a tutti i calciatori.

Dino Zoff, in porta, fu uno dei simboli più riconoscibili di quella squadra e soprattutto di quello “stile-Juve” serio, austero e senza grilli per la testa che cominciò a farsi largo nell’immaginario degli sportivi. Una difesa a prova di bomba, con il mastino Gentile e l’eclettico Cuccureddu (capace di gol decisivi). Il biondo Morini al centro della difesa in collaborazione con il vecchio Salvadore, o con il romano Spinosi. Esauriti questi campioni, Boniperti troverà il bell’Antonio (Cabrini), il gigante Brio e soprattutto il fenomenale Scirea.
A centrocampo il motore inesauribile fu Beppe Furino, (e storico Capitano, con il numero quattro sulle spalle). Poi Tardelli (il più grande universale, con Neeskens, della storia del calcio) e il “Barone” Causio, vero regista della squadra. Tramontato lo stiloso Capello, Boniperti affiderà la maglia numero dieci a Romeo Benetti. Chiuderà così il triangolo di centrocampo più granitico mai apparso su un campo di pallone.
In attacco, la superba classe di Roberto Bettega insieme alla scaltrezza e alla velocità di Anastasi… E quando si tratterà di sostituire l’usurato goleador siciliano, Boniperti avrà la bella idea di sostituirlo con il “nemico storico” Boninsegna, che proprio in bianconero conoscerà una seconda giovinezza. D’altronde, quella dell’usato sicuro era una specialità della casa… Boniperti guardava al calciatore, e soprattutto all’uomo: così scelse Josè Altafini, la cui capacità risolutiva nei minuti finali divenne addirittura leggendaria.
Fu, questa, una Juve spietata e concreta: come quella di adesso se non di più. Che conobbe il suo apice nell’impresa di Bilbao e che seppe sublimarsi nella magica notte del Bernabeu, nel 1982.
Dopo, arriverà Platini, e sarà un’altra fantastica Juve. Ma non più quella d’acciaio che aveva attraversato gli anni ’70.
Un patrimonio del calcio italiano. E quindi, di tutti noi.
La ricordiamo con nostalgia.

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