Tag

, , , , , ,

Non fatevi fuorviare dai millantatori che siamo.
Il 99% di noi, Johan Crujff l’ha visto pochino. Così come ha visto pochino Jairzinho e Bobby Charlton. Il “ragno nero” Jascin e “l’uruguagio volante” Mazurkiewitz… Parecchio meno di quanto non si veda,oggi, l ’ultima riserva del Tottenham Hotspur. O del Rayo Vallecano..
Crujff giocava negli anni settanta: Ajax, Barcellona e, naturalmente, Olanda. Merce rarissima per la programmazione televisiva dell’epoca.

Io me lo ricordo come un sogno, in una delle sue primissime apparizioni catodiche… Ero poco più di una creatura, in un Circolo Acli pieno di fumo e di gente, come nelle migliori tradizioni paesane: Ajax-Inter, lontana finale di Coppa dei Campioni, telecronaca di Nando Martellini. Gli misero alle costole il giovanissimo Oriali, che ne uscì fracassato; lui, e un po’ tutta l’Inter.
Ricordo la delusione di Ferruccio, alla fine: “Peccato fosse squalificato Corso. Con lui in campo, sarebbe stata tutta un’altra storia”, sentenziò.

Non era vero, naturalmente.
Avrebbe vinto l’Ajax, comunque. Perché l’Ajax di Crujff era un simbolo, più che una squadra di pallone.
Era la Rivoluzione.
La Beat Generation e la musica leggera inglese e americana. Era, contemporaneamente, Cassius Clay, il podio di Città del Messico e i programmi radiofonici di Arbore-Boncompagni. Era la libertà sessuale, “Blowin in the wind” e “Giu-le-mani-dal-Vietnam”. E Mario Corso (da San Michele Extra) non poteva bastare: perché stava a Crujff come Tanassi e Rumor stavano al Maggio francese. O come Luciano Tajoli ai Rolling Stones.

Cruyff e il suo numero quattordici erano gli anni settanta, quelli migliori.
Perfetta fusione di quando il calcio diventa spirito del tempo (zeitgeist) e ne interpreta i cambiamenti, come fanno i movimenti artistici.
Un’idea. Esotica e irresistibile.

Umanamente parlando, dice invece chi l’ha conosciuto, nemmeno un gran chè. Molto legato ai quattrini, come solo gli Olandesi sanno esserlo: se ne andò al Barcellona non perché fosse la squadra-simbolo dell’anti-franchismo (come pensò qualcuno), ma solo in virtù di una vagonata di pesetas . E disertò Argentina 78 non in spregio alla dittatura di Videla (come piacque far credere) ma perché aveva appena firmato un contratto a nove zeri con una squadra americana. E che sarebbe stato rescisso in caso di infortunio.
L’unico a giocare la partita d’addio almeno quattro volte (con percentuale sull’incasso) da scandalizzare anche gli ex compagni di squadra: “si è ritirato così tante volte, che è diventato piccolo così”, sibilò un giorno Johan Neeskens.
Persino una comparsata assai deprimente con la maglia del Milan, in un torneo estivo-televisivo, pagata ovviamente a peso d’oro.

Rimane comunque il sogno.
E quello va al di là del personaggio.
Crujff è la maglia numero quattordici che non si capisce se è centravanti, o ala, o centrocampista e alla fine è tutte e tre le cose. E’ quel monumentale Olanda-Brasile del 74, dove si vede un football che nessuno ha mai immaginato prima (gli Olandesi andavano a velocità tripla!), ma anche Olanda -Uruguay, dove sembra che le due squadre abitino su galassie diverse. Persino le vichinghe che alloggiano nello stesso albergo dell’Olanda, e si concedono a lunghe notti erotiche prima delle partite più importanti (si favoleggiava anche questo)

Crujff è la rivoluzione visionaria del Barcellona: la serra calda dove matura una concezione estetica di calcio che parte da lui e poi arriva a Guardiola, al tiki-taka e a tutto il resto.
Ed è, infine, l’utopia che va sempre ad infrangersi con la dura realtà: perché alla fine quell’Olanda cade sul traguardo: e vincerà, invece, la Germania di Berti Vogts. Biondo terzino senza fronzoli che mena come un ossesso.
Paradigma amaro di un mondo dove si è sempre vinto con il cinismo e la tecnologia. E per la poesia, e la Rivoluzione, non c’è mai stato spazio… Anche se quella squadra lo aveva fatto credere.

Non è un caso che Johan Crujff, “il figlio della lavandaia”, abbia scelto proprio questi giorni per andarsene.

Annunci