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Sarri ha allenato a Tegoleto. Mancini, no.
Credo che la differenza stia tutta lì.
Poi, magari, c’entrano altre cose: tipo la cordiale antipatia che può avere un allenatore di grido verso un “parvenue” (un “villano rifatto”) che arriva, e ti ruba le prime pagine sui giornali. O, più semplicemente, il tentativo di innervosire l’avversario, perché tutto fa brodo quando di mezzo c’è uno scudetto da vincere (o un posto Champions da conquistare, che a volte è anche più importante).
E’ stato detto anche questo, ieri sera, a chiosa del battibecco tra i due allenatori di Napoli ed Inter; perché il nostro calcio, in fondo, è una miniera d’oro per la dietrologia. E su quella ci costruisce i programmi televisivi e i giornali dell’indomani.

Ma il punto è quello: e chi ha esperienza di dopopartita a Tegoleto (ma anche a Bettolle, o a Cetona, o a Monte san Savino) non si è scomposto più di tanto… Io ci ho passato la gioventù, in quei dopopartita, e so cosa succede: anzi, mi sono domandato spesso come tanta buona gente (molti dirigenti dei dilettanti, dico) potesse solo tornare a stringersi la mano, dopo quello che volava negli spogliatoi al termine di partite particolarmente calde.

Sarri viene da quella cultura lì. E istintivamente osserva quelle regole non scritte che fanno parte del calcio minore: e cioè che nel pathos di un dopopartita si possano anche perdere le staffe, ma poi finisce tutto lì. Quello che scappa, scappa: dopo cinque minuti, si dimentica tutto, e si ritorna rivali, ma non nemici.
Come le bestemmie degli Alpini: che non si alzano da terra, e Dio non le ascolta… E se le ascolta, sorride.

Capisco Mancini, intendiamoci: sentirsi offendere impunemente dall’ultimo arrivato è qualcosa di fastidioso e, se vogliamo, inaccettabile. Mi sarei incacchiato anche io. “Frocio” e “finocchio”, poi, sono termini orrendi. Da peggiori bar di Caracas.
Ma guardavo anche Sarri, e tra me e me sorridevo: perché Sarri aveva la classica faccia di chi allena il Cavriglia, o il Pieve Al Toppo, e davanti ai taccuini dei giornalisti cade dalle nuvole per tutto quel bailamme: “Embè? O che è successo di così tremendo?”.

D’altronde (va pur detto), i litigi più sanguinosi si sviluppano spesso per cose futili e apparentemente innocue: ci sono amici per la pelle che arrivano quasi alle mani per una giocata sbagliata con il tre di briscola… Magari non è la serata giusta, e c’è quello che è uscito di casa con il nervoso addosso. Ad uno scappa una mezza parola, l’altro risponde a tono, e da lì si comincia a rotolare all’ingiù in una specie di Cascata del Niagara che a volte porta a liti furibonde. Per una sciocchezza.
E’ quello che succede spesso anche nel calcio; massimamente nei dilettanti, dove Maurizio Sarri è nato e cresciuto. Dove, insomma, i finali sono quasi sempre burrascosi, perché a perdere non ci sta nessuno. E se ne dicono di orrende a gente con la quale, magari, hai giocato insieme e ci sei pure amico… Ma dove poi, tra gente di sport, la sintesi si trova facilmente, e a volte bastano dieci minuti (anche se, talvolta, toccava chiamare i Carabinieri).

Sarri non è uno stupido, insomma. Semplicemente, viene da quella cultura lì, e ogni tanto il “Valdarnese-Chianino” che è dentro di lui, esce fuori. E (come ieri sera) fa la pipì fuori dal vaso.

Non voglio giustificarlo, ma c’è di peggio. Suvvia.