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A riguardarlo, lo stemma dell’Alessandria Calcio è proprio bello.
Bello perché profuma d’antico; come la tradizione di quelle terre dove (non dimentichiamolo) il nostro calcio è nato è cresciuto.
Genova, Torino e poi il famoso “quadrilatero”, che negli anni dieci e venti spadroneggiava in lungo e in largo. Vercelli, Casale Monferrato, Novi Ligure e Alessandria, appunto.. Avevano maglie ben riconoscibili: la Pro con le “bianche casacche” e il Casale (per rimarcarne la rivalità) in nero, ornato da una bella stella bianca. La Novese, celeste, l’Alessandria ovviamente in grigio. Che è un colore assolutamente inedito, come il rosa del Palermo, o il lilla del Legnano.

Erano gli squadroni dell’epoca, e ai rivali rimanevano giusto le briciole: la finale scudetto (che veniva disputata tra la vincente del girone nord e del girone sud) era poco più di una formalità: raccontano di un Pro Vercelli Lazio 6-0 con l’arbitro galantuomo che fischiò la fine con mezz’ora di anticipo, talmente imbarazzante era il divario tecnico tra le due squadre…
Poi, dalla provincia il calcio si spostò sulle grandi città (Milano, Roma, Napoli, e Bologna e Firenze), coinvolse le masse, e fu la sua fortuna… In Francia, dove invece la provincia ha continuato a dettar legge (il Saint Etienne, il Nantes) le grandi platee hanno tardato ad appassionarsi, ed il football è stato spesso soppiantato dal rugby.

Questi stemmi che profumano d’antico, dicevo, mi emozionano. Così come mi emoziona tutto quello che lega il calcio ad una tradizione.
Stemmi che hanno resistito al “restyling” e al “merchandising”… Dove ci si trovano dentro cose ormai demodè: insegne comunali, scudi di casa Savoia e molto spesso le lettere intrecciate (come nello stemma dell’Inter). Si chiamano “acronimi”, credo, ma potrei sbagliarmi.
Fanno bene a tenerli così: vuol dire avere fierezza, ribadire una storia. Come dire: “ok, saremo pure una squadretta di C2, ma ricordatevi che qui giocavano Baloncieri, Ferrari e Borel. E Rivera. E la Nazionale Olimpica del 28 che per poco non fa la buccia al grande Uruguay, ne aveva quattro dei nostri”

Mi sono sempre piaciute le storie legate ai colori delle maglie e agli stemmi (il Sudamerica, per esempio, è una miniera d’oro).
Mi piacque molto la storia del Preston North End, squadra inglese fondata nel 1863: che in una selva di stemmi con leoni, tigri e draghi (come da tradizione anglosassone), adottarono l’Agnus Dei, l’Agnello di Dio, simbolo della Contea. Ma soprattutto, messaggero di pace e di fratellanza. E quando scelsero le maglie,le vollero bianche candide, come la purezza del loro ideale.
Che poi (si dice) in campo non facessero poi tanti complimenti. Ma d’altronde, Preston è a due passi dal Galles: facile immaginarsi gente abbastanza rude, composta in prevalenza da portuali e minatori… Che quindi menavano come fabbri, però lo facevano con la casacca bianca, linda e pulita come i loro ideali
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Il football è pure questo.
E per questo, stiamo con l’Alessandria.

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