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Arriva il momento che diventi ingombrante.
E’ successo anche a Del Piero, per dirne uno. Che di ingombrante non aveva niente (nemmeno la voce), però lo era comunque diventato. Suo malgrado.
Perché ci ricordiamo tutti quelle partite dove Del Piero risultava invariabilmente il migliore in campo, anche quando non giocava (anzi, soprattutto quando non giocava). E se Matri, o Giovinco, o Quagliarella non se la sbrigavano abbastanza bene, ecco arrivare prima i mugugni, poi i fischi e, finalmente, il boato del pubblico al primo accenno di riscaldamento del “Capitano”.
Che poi, magari, una punizione dai venti metri te la infilava pure, e allora giu con gli otto in pagella (una goduria, al fantacalcio) e le foto sul giornale, che è pure una questione di moneta. Perchè un titolone su Del Piero fa vendere più che farlo a Padoin. E tutti noi, a bocca aperta, persuasi che a vincere la partita fosse stato Del Piero, e lui soltanto. Mentre gli altri dieci, poveri mentecatti a zampettare sul terreno.
Ecco come si diventa ingombranti, nostro malgrado. Anche di fronte ai proprii compagni di squadra…
Ricordo Conte, che roteava gli occhi ad ogni conferenza stampa, dove arrivava, puntuale, la solita domanda: “Mister, farà giocare Del Piero?”. Anche per questo, non gli parve il vero (insieme al Club) di congedarlo e di fargli godere la sua meritatissima pensione in Australia e in India.
E che almeno le conferenze stampa potessero tornare ad essere noiose, come Cristo comanda.

Spalletti mi sembra parente molto prossimo di Antonio Conte, almeno in questo. E l’A.S. Roma pare abbia definitivamente imboccato la stessa strada. Tanti ringraziamenti, una bella targa ricordo, ma quella è la porta. Si accomodi pure, e già che c’è le consigliamo il campionato americano, per far imparare l’inglese ai suoi figli, che nella vita non si sa mai.

Indelicato o meno, il momento del congedo arriva: si può farlo coscientemente, come Kobe Bryant, che da febbraio non fa altro che raccogliere ovazioni in ogni Madison (ma in Italia è più difficile ottenerle. Da noi hanno riempito di fischi pure Maldini, a San Siro). Si può scegliere l’addio “Alla Platini”, senza fanfare, in un anonimo pomeriggio bresciano di pioggia. Oppure “alla Crujff”, che monetizzò talmente tanto il suo ritiro da giocare almeno cinque partite d’addio. Una roba che scandalizzò persino Neeskens, micragnoso quanto lui (“si è ritirato così tante volte- disse- che è diventato piccolissimo”).

E’ regola dell’uomo avveduto abbandonare le cose che lo abbandonano. Ovvero, non aspettare di essere un astro al tramonto, scrisse un giorno non so quale filosofo.
A me, il Totti (bellissimo) di Bergamo ha ricordato l’Enrico V di Shakespeare: quella scena, cioè, dove il Re è chiamato a giudicare il suo amico Falstaff, sorpreso nel gesto sacrilego di saccheggiare una chiesa.
Re Enrico e Falstaff sono stati compagni di baldoria nelle taverne, e quel vecchio è in cuor suo convinto di ricevere, alla fine, il perdono del suo sovrano.
Che, invece, lo fa impiccare. Perché adesso è Re, e la ragion di stato conta più dell’amicizia. E di quello che siamo stati.
Poi, lo guarda negli occhi per l’ultima volta, prima dell’esecuzione.
E’ una grande e drammatica scena, perchè Falstaff attende fino all’ultimo un gesto di magnaminità.
Ma quel gesto non arriverà. Arriva invece Enrico V, a cavallo. Che gli si avvicina e, sprezzante, gli sussurra: “Io non ti conosco, vecchio.”

Certo che quello Shakespeare, era un grande.

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