La vita ti porta in posti che non penseresti mai.
A me è capitato di abitare a San Benedetto del Tronto, per dire.

Ne ho un buon ricordo.
“Sammenedette” è il classico posto di frontiera, dove i tratti si confondono: hanno un bel mare e ottimi alberghi. La scaltrezza dei Marchigiani, ma anche l’irruenza tipica degli Abruzzesi.
Sono passati vent’anni, e confesso che, dovessi tornarci, farei molta fatica ad orientarmi; e le strade che mi erano diventate familiari, sicuramente non le riconoscerei più.
Ma una la ricorderei di sicuro: ed è quella che dalla casa dove abitavo portava al “Riviera delle Palme”, che era, ed è tuttora, lo stadio della gloriosa Samb.

Lo frequentavo assai assiduamente, perché mi piaceva il trasporto con il quale i Sambenedettesi seguivano la loro squadra, fino a farne una vera e propria passione. E, all’epoca, era una passione molto ben riposta, perché la Samb vantava storia e tradizione di ottimo profilo.
Non aveva mai conosciuto i fasti della serie A, ma era tra le più assidue del campionato cadetto. Vantava pubblico numeroso e competente (al vecchio “Ballarin”, che era una specie di Fort Apache) e grandi talenti che erano cresciuti in maglia rossoblu: soprattutto portieri, tra i quali Tacconi e Zenga, che vi aveva pure trovato moglie.

Ricordo con piacere la mia collaborazione a TV Adriatico (o qualcosa del genere), che aveva ottimi programmi sportivi. Il giornalista più ascoltato, lo Sconcerti di San Benedetto, era un certo Bergamaschi; un tipo in gamba che mi prese a benvolere e mi invitava spesso nel suo talk show del giovedi sera. Lì vi conobbi Maurizio Compagnoni (che adesso fa le telecronache a Sky) e molti giocatori della Samb, tra i quali Visi che era il promettente portiere dell’Under 21. Di Dario Di Giannatale divenni addirittura amico: doveva andare alla Juventus, e poi finì al Pescara.

Quell’anno la Samb fece quinta in C1. Un campionato più che discreto, nel girone dominato dal Perugia di Cornacchini. Poi, ai playoff, gli toccò la Salernitana, e ci lasciarono le penne.
Ricordo l’invasione dei tifosi granata (molte migliaia) e la rabbia del proprietario del Bar Stadio, che conoscevo bene (“m’hanno arrubbato pure li pescetti rossi dell’acquario”). Gli Ultras della Samb si chiamavano “Fossa Marinara”: erano tanti e rumorosi, ma quelli della Salernitana erano più feroci, e presto si sarebbero fatti tristemente conoscere anche in serie A (ricordate il treno da Piacenza?).

Fu, quello, l’ultimo anno glorioso della Sambenedettese.
Che fu uno dei primi club a scomparire: si mise in mezzo uno strambo presidente che faceva commercio di caffè, un paio di canaglie, e la Samb colò a picco. E quello che oggi è consuetudine (specie in LegaPro), allora fece scalpore. Fu fallimento e retrocessione d’ufficio tra i dilettanti… Ricordo quel Bergamaschi condurre la sua trasmissione con le lacrime agli occhi.

Per tutto questo, e nonostante vent’anni e passa, la Samb mi è un po’ rimasta dentro. La seguo con simpatia ed il suo risultato è tra i primi che vado a controllare sul giornale.
Adesso che sono tornati nel calcio più importante, mi piace far festa con loro.
Una festa che, dicono, è stata condivisa persino dai tifosi del Bayern Monaco, con i quali (le traiettorie del football sono piene di misteri) esiste addirittura un forte gemellaggio.

E allora, complimenti vecchia Samb.
Anzi, Uber Alles.

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