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L’animo romantico degli Inglesi viene sempre fuori, anche se noi facciamo una fatica boia a riconoscerglielo.
C’è da capirci.
Li abbiamo sempre sentiti lontani, e spesso nemici. Ci insegnavano a canzonarli con la storiella della “Perfida Albione” o, più spregiativamente, come “il popolo dei cinque pasti al giorno” (in tempi dove da noi se ne metteva insieme uno, e talvolta nemmeno quello). Ricordo il Vittorio Gassmann che festeggia, in un famoso film, la vittoria a Wembley (“A Bobbimuuur, fijo de ‘na mignottaaa”): e quando, nel 1976, il Sandokan televisivo faceva venti milioni di telespettatori, tutti arrivammo a detestare Sir James Brooke, che dell’Inglese più classico ne incarnava i tratti e le caratteristiche, almeno per come ce le immaginavamo… Pur interpretato dall’Italiano Adolfo Celi, quel personaggio era cinico, sprezzante e cattivissimo. E in più, era il nemico giurato dei Tigrotti di Mompracem, che erano i nostri beniamini.

Ma gli inglesi, dicevo, sono lontani mille miglia da certi stereotipi: e per questo sono stati i primi a fare un tifo sfegatato per il “loro” Leicester. Fino quasi a prenderlo in braccio, ed accompagnarlo verso l’impensabile traguardo. Grazie ad una campagna massmediatica poderosa, lo hanno fatto diventare un fenomeno planetario; il tifo per le “Volpi” ha coinvolto attori e cantanti, personaggi politici e grandi scrittori… Talmente trasversale che persino il grande Wayne Rooney ha confessato di aver implorato una maglietta autografata a Vardy: da regalare a suo figlio, che ne è uno sfegatato fan.

Così, tutti abbiamo seguito il Leicester.
Lo abbiamo trovato consolante e positivo, come vivere all’interno di un racconto di Federico Buffa. Una favola ben riuscita e ben costruita dove Cenerentola sposa il Principe, e le sorellastre crepano di invidia. O dove Pollicino ritrova la strada, e torna da mamma e papà per vivere felice e contento.

Perchè quella è stata la vera forza del Leicester: da una parte, gli inarrivabili sceicchi e i nababbi del gas metano: di qua, l’Inghilterra dei pub e dei fish and chips. Delle pinte di birra e della working class che abita nelle periferie…
Ammettiamolo. Era fin troppo facile intuire la direzione che avrebbe imboccato il cuore della gente. Tanto più che i protagonisti, e le loro storie, hanno finito addirittura per commuoverci, raccontando vicende di sogni che si realizzano e di rivincite personali: a cominciare da quella di Claudio Ranieri (“Really?” titolò il Sun alla notizia del suo ingaggio), passando per gente scartata da tutti, persino dai Club di League Two (Drinkwater, Albrighton, Mahrez, Kantè) per finire al Lancillotto di questo Leicester, ovvero Jamie Vardy. Che fino a venticinque anni giocava nei dilettanti, e nemmeno sempre ( dipendeva da quanto restrittive fossero le pene che gli comminava il giudice della Contea).

E’ stata una favola, insomma. E alla fine, per una questione pratica, il titolo del Leicester è convenuto a tutti.
Perchè il giochino, piano piano, ha preso una piega imprevista, ma proprio per quello è diventato funzionale all’intero movimento: così all’Inghilterra non è parso il vero di apparire, agli occhi del mondo, come la patria dove i sogni si avverano e si raccontano favole che nessun’altro riesce a raccontare. E dove il football è così pulito e lindo che può vincere persino una squadra come il Leicester, che puzza di fritto e ha giocatori che si ubriacano.

E in questo, bisogna ammetterlo, nessuno è più bravo degli Inglesi.
Specie quando gli serve per dimostrare che sono i più bravi di tutti.

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