Perché nel football, non si inventa niente…

Ho avuto anche io un Capitano. Di quelli veri.
Anche se ho giocato poco (e male) nel sabato amatoriale.
Si chiamava (e si chiama tuttora) Lorenzo Bianchini, classe 1952. E se lo vede il Cholo, garantito che lo acquista domani mattina e gli offre un quadriennale.

Un giorno, si gioca a San Lorenzo Nuovo. Partita di fine stagione: noi palesiamo sul campo la stessa grinta dell’Asilo Mariuccia in gita al Divino Amore: alla fine del primo tempo siamo sotto due a zero, e solo perché ci hanno voluto un gran bene. Il mio Capitano rientra negli spogliatoi, ci attacca tutti al muro e ci chiama con il nostro nome, cognome e soprannome.
Rientriamo, e la grinta di quell’uomo ci ha elettrizzato: facciamo due a due, alla fine. Uno lo segna lui, personalmente. Un altro lo fa segnare, e quando l’arbitro è lì lì per annullarlo lo convince che non è il caso.
Perché il mio Capitano è una forza.
Ha carisma e personalità. La subiscono compagni, avversari e persino direttori di gara. Comanda lui, e il gol viene finalmente convalidato.

Ci sono anche personaggi di questo genere: a volte si impara più da loro, in uno spogliatoio, che non da un professore, a scuola.

Il Cholo Simeone deve appartenere alla stessa categoria. Parlandone da tifoso, era un tipo alla Nedved, o alla Materazzi: se lo avevi dalla tua parte, lo adoravi. Se lo avevi contro, lo detestavi.
A me rimase simpatico quel giorno che prese in disparte Cerci e gli disse che, per i suoi gusti, si aggiustava troppo il cerchietto sui capelli… Cerci era sbarcato a Madrid come fiore all’occhiello della campagna acquisti; con lui, finì per fare il soprammobile, come le gondole in vetro che si mettevano sopra il televisore.

Questo per dire che nel football si inventa poco: e gli allenatori (specie i più bravi) sono i primi a saperlo. Quando mettono le freccette sulla lavagna, recitano una parte; a uso e consumo di quel sottobosco che dal calcio ne trae il pane quotidiano, scrivendone sui giornali o parlandone in tv.
Esistesse la tattica perfetta, si dice, adotterebbero tutti quella; e nessuno perderebbe più una sola partita.
Esiste, invece, l’uomo: il suo carattere, il suo istinto, la sua sensibilità. E la bravura nel sapergli dare le motivazioni, la giusta collocazione e le condizioni per farlo rendere al meglio.
Affettata con il coltello del prosciutto, si ritorna sempre lì: “bisogna corrìe”, come diceva il vecchio custode dello stadio di Rapolano (e quella “e” finale sul verbo serviva da rafforzativo). E – proseguiva – bisogna farlo “per novanta menuti” (anche la “e” al posto della “i” era una poesia).
Molta della storia, e della gloria, del calcio sta racchiusa lì dentro: c’è l’Ajax di Crujff e persino il Leicester di Vardy, fresco fresco di alloro.
Poi, c’è l’equilibrio da dare alla squadra. E la sua organizzazione, che viene solo con il tempo, e mai per magia. E la capacità di gestire un gruppo composto da ragazzini che sono milionari e (quel che è peggio) dai procuratori che gli soffiano sul collo.

Ma tutto parte dal materiale umano che scegli: che deve essere un mix di muscoli e di abilità tecnica. Soprattutto, di carattere e personalità.
Il Cholo ha scelto la sua strada: lui è forte con i deboli, e debole con i forti. Ma ha sempre il coltello tra i denti, e da ogni battaglia esce fuori con la sleppa di pane ben stretta tra le mani.
Come la Juve del 1976 (quella di Bilbao), alla quale l’Atletico dei miracoli assomiglia molto da vicino.

Perché nel football, non si inventa niente.

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