La Sampdoria è Campione d’Italia”. Era la prima volta che lo dicevo…

Non credo che lo scudetto della Samp (del quale si celebrano domani i 25 anni) sia stato uno “scudetto in libera uscita”: definizione poetica abbastanza azzeccata per quello appena conseguito dal Leicester di Ranieri. Che, ad un certo punto, ci ha dato quasi la sensazione come tutta l’Inghilterra facesse il tifo per la loro vittoria, compresi gli avversari che avrebbero dovuto contendergliela.

Nel nostro caso, tenderei ad escluderlo.
In questo senso, noi Italiani siamo meno romantici (e parecchio più cinici) degli Inglesi.
Il Leicester è stato uno sberleffo, in faccia ai miliardari del petrolio e del gas metano. La Samp vinse coronando un percorso che la collocava stabilmente, da diversi anni, tra le grandi del campionato. E (si badi bene) si parla di un contesto probabilmente irripetibile per il calcio italiano, che all’epoca dominava in lungo e in largo in tutta Europa.

Così, vincemmo lo scudetto mettendo in fila il Milan di Sacchi e il Napoli di Maradona. Lasciando dietro l’Inter dei record e la Juve di Baggio; più altre “squadrette” che ti raccomando, tipo il Parma di Nevio Scala, Il Toro di Mondonico (che menava duro) e il Genoa di Bagnoli (quello con Skhuravy, Aguilera e Branco).
La “mostruosità” di quell’impresa, vista con gli occhi di chi festeggia le nozze d’argento, sta tutta lì: nel valore delle contendenti, e nell’asticella (altissima) del livello del campionato.

Vincemmo perché, oltre alla classe, avevamo una squadra ricca di attributi e di personalità: senza i quali (concetto ottimamente espresso anche da Max Allegri, domenica scorsa) non si raccoglie niente, a parte le pacche sulle spalle.
Avevamo l’età giusta (tutti dai 25 ai 30 anni) e le briglie abbastanza sciolte; con un grande allenatore , più Preside di scuola media che non fine stratega (che Boskov non fu mai).
E “Pagliuca-Mannini-Katanec” fu il nostro “mantra”, in quel maggio ormai lontano: l’equivalente del “Sarti-Burgnich-Facchetti per gli Interisti, o lo “Zoff-Gentile-Cabrini” per gli Juventini e i nostalgici di Spagna’82.
I migliori, senza offesa per nessuno, furono tre: Vierchowod, che è stato il più grande difensore degli ultimi quarant’anni (con Scirea, Maldini e Baresi). E che fece sembrare Beckenbauer anche Marco Lanna che gli giocava accanto, così come era già successo con Galbiati alla Fiorentina e Di Bartolomei alla Roma.
Luca Vialli, che fu capocannoniere e trascinatore dopo un Mondiale vissuto malissimo: dove le Notti Magiche aspettavano solo lui, e invece fu un flop gigantesco, con Totò Schillaci che gli rubò tutta la scena.
Infine, Roberto Mancini, leader assoluto e nemmeno troppo silenzioso: goleador, assist-man e dispensatore di una qualità che si espresse, talvolta, ad altezze vertiginose.
Più tutti gli altri: Pari e Lombardo, e Dossena. Il Brasiliano atipico Cerezo, ovviamente. Che “la notte di Capodanno dorme, perché è un professionista”, come da battuta di un celebre film.
Ci fu anche Mickailichenko, ma si rivelò triste e agro, come lo sanno essere solo i Russi, devastati dalla nostalgia di casa. Doveva essere la ciliegina, e finì per tirare lo strascico a Invernizzi.

Dopo quello scudetto, arrivò Wembley, e la fine della fiera. Ma ci furono, poi, tante altre Samp interessanti: che fecero ottimi piazzamenti e misero in vetrina campioni assoluti . Tipo il Gullit disfecciato dal Milan (che poi se lo riprese),e Veron, e Mihajlovic. Enrico Chiesa e Montella Per non dire di Seedorf, Jugovic, Platt. E financo un Karembeu, o un Pierre Laigle, che averli oggi accenderesti un cero alla Madonna.
Ma lo scudetto non arrivò più: fu un evento non replicabile. E non lo sarebbe nemmeno se tornasse il redivivo Paolo Mantovani, in un football dove anche Berlusconi, ormai, fa la figura del pezzente (e all’epoca poteva permettersi De Napoli solo per il vezzo di toglierlo alla concorrenza).
E dove quei due, tre calciatori decenti che ancora ci toccano, durano si e no fino alla prima sessione invernale di mercato (tipo Gabbiadini, o Eder).

Fu una bellissima annata: la domenica ero impegnato alla radio, dove conducevo un programma in diretta sul calcio dilettanti. Ricordo, alla fine di quel Samp-Lecce 3-0, di aver interrotto un corrispondente di terza categoria per riempirmi finalmente la bocca con quelle parole che mi parevano impossibili: “Scusa, interrompo da studio. La Sampdoria è Campione d’Italia”.

Era la prima volta che lo dicevo.
Non lo dirò mai più.

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