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Mai visto Pelè incazzato. E nemmeno semplicemente corrucciato.
Pelè ride sempre.
In qualsiasi fotografia, apparizione televisiva o cinematografica.
E proprio quello, forse, è il segreto della sua grande popolarità.

Maradona, per esempio, rideva di meno. Messi (per dirne uno di adesso) sorride in modo quasi autistico. La risata di Cristiano Ronaldo è plastificata; quella di Ibra, diabolica.
Il sorriso di Pelè, invece, è coinvolgente e rassicurante. E’ sincero; esprime soddisfazione e gioia di essere al mondo. Come quello dei vecchi zii simpatici, che vedevi solo a Natale e ti portavano il regalo più bello.

Forse dipende dal fatto che Pelè è Brasiliano. E i Brasiliani (saudade a parte) è gente che in genere ride molto. Di certo, ridono più degli Argentini e degli Uruguaiani, dei Belgi e degli Inglesi.
E poi, c’è che i Brasiliani hanno un concetto del “futebol” molto largo e originale. Sanno che dentro c’è la passione, e quindi anche sofferenza. Che è mezzo di redenzione e riscatto sociale, certamente.
Ma prima di tutto, sanno che è un gioco. E’ “Aleria do povo”, l’allegria del popolo. Che quando ha una palla tra i piedi ritorna bambino. E ride.
Entra in ballo un concetto più antropologico, insomma… Il “futebol” non è consolazione dei giorni amari e tristi. Non è più “oppio dei popoli”. Ne evolve il senso e lo capovolge, addirittura: diventa gioia di vivere, di correre e di saltare.

Pelè, e la sua risata coinvolgente, esprimono questo.
Insieme alla suggestione lontana e inarrivabile di un campione assoluto fuori dallo spazio e dal tempo.
Come la luna.
O, più semplicemente, come certe spiagge esotiche davanti a mari di cristallo che vedi sui depliant pubblicitari, e sai che non ci andrai mai in vacanza.

Mentre andrò sicuramente a vedere il film che sta uscendo nelle sale.
E sarò comunque di manica larga, perché il cinema sportivo mi piace a prescindere. Da “Fuga per la vittoria” a “Febbre a 90”, ci trovo sempre qualcosa in grado di emozionarmi, anche se il più bello di tutti è “L’uomo dei sogni” con Kevin Costner. Ed è una storia che parla di baseball (!).

In questo, pare che si prenda spunto dalla “capoeira”, che è una specie di danza tribale sinuosa e atletica (come era il gioco di Pelè). D’altronde, quella di romanzare lo sport è la moda del momento. Che a volte funziona e a volte si arriva lunghi, come nel film su Jesse Owens, pieno zeppo di incongruenze.
Ma Pelè ha tutta l’aria di essere un bel film.
Perché c’è il calcio, il campione e il mio adorato Brasile.
E posso dirvi, in anticipo, come uscirò dalla sala.

Ridendo.

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