Questo è il ciclismo. Questo dovrebbe essere lo sport. Viva Nibali.

Non si offenderà Nibali se non lo definiremo un campione “epocale”. Come lo furono Coppi e Bartali e come, in parte, lo è stato Pantani.

D’altronde, ci sono campioni e campioni: quelli che scaldano e altri che strappano l’applauso di ammirazione.
O magari è il ciclismo che scalda di meno; un pò perchè ha perduto l’epica degli anni ruggenti (quando era più popolare del calcio); molto perchè l’epica gliel’hanno fatta perdere quelli come Armstrong. Che hai applaudito per dieci anni pensando fosse Superman, poi un giorno si sono svegliati quelli dell’antidoping, e lui non è più uscito dalla cabina del telefono.

C’è da dire, però, che il ciclismo ha una forza spaventosa.
Una forza che non possiede nessun altro sport; e quello, probabilmente, è il suo segreto più autentico.
Sono gli scenari a fare la differenza. E quando arrivano i tornanti della montagna, la folla che si apre al passaggio del corridore in fuga, le facce stravolte di quelli che inseguono.. Beh, è difficile non emozionarsi.
Anche se gli interpreti non sono più i sempiterni Belgi o Francesi salmodiati all’arrivo dal grande Adriano De Zan, ma vengono da posti esotici ed hanno nomi difficili e mai sentiti prima: Kruijswiik, Jungels. Persino uno che si chiama Amador, e si scomoda dal Costarica.

E’ stato un Giro molto bello, al di là della fama dei suoi protagonisti. Come drammaturgia, ha ricordato quello ormai leggendario del 1953, quando Coppi pareva averlo irrimediabilmente perso al cospetto di Koblet, e invece seppe vincerlo con imprese rimaste storiche sulle montagne. Per il Campionissimo fu decisivo lo Stelvio, l’attacco decisivo di Nibali, oggi, è arrivato sul Colle della Lombarda. Un nome che entrerà presto nell’immaginario di tutti gli sportivi, come il Mortirolo, che consacrò il Pirata.

Nello sviluppo di questo Giro d’Italia bello e avvincente come non se ne ricordavano da anni, tante cose da raccontare e mille colpi di scena, come nella miglior tradizione del ciclismo: la catena che salta e la cotta di Nibali alla cronometro: la caduta di Valverde, quella dell’Olandesino maglia rosa, che si capovolge nella neve e per poco non si ammazza. Il sacrificio di uno Scarponi commovente, e infine il momento di gloria del giovane Chavez, colombiano di ventisei anni che ne dimostra sedici.

A me ha molto colpito il fatto che il primo, sincero abbraccio a Nibali sia arrivato proprio dai genitori di Chavez, che aspettavano sulla linea del traguardo la vittoria del figlio.
E’ stata una roba d’altri tempi. Molto in linea con il ciclismo, vorrei dire: dove la fatica e il sudore affratellano, e alla fine tutti i suoi protagonisti, anche i più umili, meritano l’applauso e l’incoraggiamento di chi li aspetta, seduto su un paracarro.
Gli Ispanici hanno innato questo senso dell’onore, che applicano volentieri anche allo sport: io mi ricordo di una caduta rovinosa che mise fuori combattimento Gianni Bugno: I giornalisti andarono dal direttore sportivo di Indurain convinti di vederlo saltare dalla gioia.. Lo trovarono in lacrime. “Sono il primo tifoso del grande Bugno -disse- E ricordate che senza questo avversario, la nostra vittoria non avrà lo stesso valore”.

Questo è il ciclismo.
Questo dovrebbe essere lo sport.

Viva Nibali.