E’ il mondo che cambia. E lo sport, non fa eccezione.

Il calcio fa quello che può.
Prosegue con la sua missione più autentica, che è quella di far incontrare gente di luoghi e culture diverse. A questo servono gli Europei e i Mondiali: al netto del business (che rimane la cosa più importante) e delle derive xenofobe. Anch’esse in costante, e pericoloso, aumento.

Quando guardo le partite, non ho mai una sensazione plumbea: prevale invece l’aspetto della festa, e del colore. Fanno eccezione i soliti ebeti inglesi, ai quali si sono aggiunti i Russi, ansiosi di esportare quella voglia di menare le mani che a casa loro, evidentemente, non gli è consentita.
Dicono sia colpa della birra, ma ci credo poco… Anche nel rugby bevono come tombini, eppure non vola una mosca. E quel pubblico è un esempio di civiltà e correttezza.

Mi divertono, invece, quegli stadi colorati: il verde degli Irlandesi, il rosso dei Belgi, gli olandesi che si vestono tutti di arancione (e stavolta sono gli unici che mancano).
L’Italia, in questo, fa un po’ difetto: e d’altronde il nostro non è mai stato tifo da “transumanza”. Ce lo negano i nostri cromosomi da popolo “stanziale”, diverso dai “Vichinghi” del Nord Europa, che hanno il viaggio nel sangue e conoscevano l’America già mille anni prima che ci arrivasse Colombo.
Le volte che abbiamo riempito gli stadi, all’estero, si doveva agli emigrati: che non indossavano la maglietta azzurra nè si dipingevano la faccia con il tricolore: però si commuovevano quando suonava l’inno di Mameli.

In questo senso, noi Italiani partecipiamo molto. Però lo facciamo da casa nostra.
E lo facciamo con i maxischermi, le grigliate-segue-partita e tutto l’armamentario che va di moda adesso. In linea con il nuovo modo di seguire la Nazionale, che ha perduto tutta la sacralità che una volta caratterizzava persino le gare amichevoli (tipo il Fantozzi della Corazzata Potemkin) . È venuto meno, insomma, quel patriottismo sportivo ingenuo, retorico e un pò ottocentesco ed ha lasciato spazio ad una passione indefinita. Che non è trasporto, nè tantomeno amore. Piuttosto, una roba “mordi e fuggi”, da consumarsi in fretta, come un’Apericena.

Faccio un esempio: quando, nel 66, uscimmo con la Corea ne nacque uno scandalo di proporzioni epocali, e Il famigerato dentista Pak Doo Ik ce lo sentimmo risuonare nelle orecchie per decenni.
Quando, due anni fa, ci ha eliminato il Costarica, abbiamo alzato le spalle, fatto due battutacce sugli stipendi dei calciatori e il giorno dopo ci siamo tuffati sulle notizie del calciomercato, come se nulla fosse.

E’ il mondo che cambia.
E lo sport, che del mondo è una delle massime espressioni culturali, non fa eccezione.
Si trasforma, si evolve e si adegua ai gusti del pubblico: che è sempre più pagante e, per questo, anche più esigente.
Come alla cerimonia inaugurale di Roma 1960, che ebbe un costo di seicentomila lire in fuochi artificiali, e lasciò tutti a bocca aperta. Per quella di Pechino 2008 spesero un miliardo di euro, e sapete quale fu la reazione della gente?

“Beh? Tutto qui?” .