Una delle cose che più mi piacciono, quando arrivano queste manifestazioni, sono gli inni nazionali. E anche lì si capisce come una certa “rugbyzzazione” del nostro calcio stia facendosi largo.
Infatti, da un po’ di anni i nostri calciatori cantano “Fratelli d’Italia”.
A squarciagola.
E così ci mettiamo in pari di quelle Nazionali che abbiamo sempre guardato con una certa invidia.

Era questa, infatti, una delle polemiche più in voga, quando ero piccolo.
Si diceva che fosse una vergogna che gente come Riva e Rivera, Zoff e Antognoni ci negassero in modo così protervo il gesto più immediato per esprimere l’amor di patria.

“Solo noi e gli Spagnoli ci facciamo sempre riconoscere”, disse un Deputato del PRI in un’indignata interrogazione parlamentare. Dimenticandosi che gli Spagnoli non cantano per scarso amor patrio, ma solo perché il loro inno è una marcia militare, e non contiene parole.
Un altro rammentava di Pozzo, e dei suoi oriundi del 34, che prima di scendere in campo intonavano Il Piave mormorò. “Loro si, che avevano titolo per vestire la maglia azzurra!”.
Salvo poi omettere che tutti quei patrioti si imbarcarono sul primo piroscafo destinazione Argentina (o Uruguay) alle prime avvisaglie della guerra d’Abissinia.
Temendo, forse, che il Duce li avrebbe arruolati.

Quelli che si intendono di sinfonie ci hanno sempre detto che il nostro inno è brutto… Un autentico pugno nello stomaco alle tradizioni musicali di un paese che ha avuto Verdi e Puccini.
Non è solenne come quello Inglese, né marziale come quello Tedesco, che appena lo ascolti (diceva Woody Allen) ti fa venir voglia di invadere la Polonia.
Una volta, in un meeting di atletica, i soliti Francesi lo sostituirono con “Dove sta Zazà”, adducendo la scusa che i due brani si assomigliavano parecchio. In Belgio, al momento di premiare il ciclista Ercole Baldini, si accorsero di essersi dimenticati il disco; ma tutti i nostri emigrati minatori che erano sotto il palco, non si scoraggiarono. E intonarono “Fratelli d’Italia” a modo loro, per festeggiare quel loro connazionale che li aveva resi così orgogliosi.
Ne venne fuori una specie di coro da osteria; ma anche, ammise il campione nelle sue memorie, il momento più bello e commovente della sua carriera.

E poi un Inno nazionale non è mai né bello né brutto (anche se in Sudamerica, per esempio, ne hanno di veramente orrendi): è piuttosto un simbolo, un momento di identificazione; e ognuno interpreta il sentimento a modo suo.
Romeo Benetti mi disse una volta che quel momento, al centro del campo, lo emozionava sempre; ma anche che quegli Inglesoni così baldanzosi, petto in fuori, mascella serrata e occhi spiritati gli sembravano un po’ ridicoli.
“Io non cantavo, però in campo mi facevo sentire, sai…” , mi disse.
Non mi convinse.
D’altronde, gli risposi, una cosa non esclude l’altra. Ovvero, si può cantare l’inno e poi giocare ugualmente una bella partita.

Però, conoscendo Benetti, glielo dissi a bassa voce.