L’urlo di Tardelli è un’immagine che va oltre il tempo e lo spazio.

L’urlo di Tardelli è un’immagine che va oltre il tempo e lo spazio.

E’ diventata un’icona, come la famosa foto di Che Guevara.
Poi ci sarebbe Bearzot, portato in trionfo dai suoi ragazzi dell’82. E il volo di Hateley, che decolla su Collovati in un derby ormai lontano… Probabilmente, l’instantanea meglio riuscita del gioco del calcio. Capace di riassumere la potenza di un gesto atletico e di cristallizzare un’emozione: la stessa magia di quando ci troviamo davanti ad un grande dipinto.

Anche l’abbraccio tra Riva e Rivera appartiene a questo ristretto olimpo.
Perché è potente e tenero. Virile e plastico.
E’ una felicità totale e struggente; come quella dei bambini che giocano nel vicolo ed esultano quando arriva il goal, suggellato dal rumore metallico del pallone che picchia su una saracinesca . Mischia contemporaneamente almeno una decina di sensazioni; quando la vedevo, sui libri di calcio o nei giornali, mi commuovevo sempre.
E la associavo alla Pietà di Michelangelo, addirittura: dove Rivera è una specie di Gesù Morto che si abbandona completamente tra le braccia della Madonna (che è Gigi Riva)

La fotografia in questione immortala, peraltro, un preciso momento.
Un “click” storico.
Perché siamo allo Stadio Azteca di Città del Messico, e Rivera ha appena messo a segno il definitivo 4-3 che sigillerà una delle partite più romanzate della storia del football. E se il football ha mai saputo condensare una serie di emozioni infinite nello spazio ristretto di venti minuti, beh…
Forse quella partita lì c’è riuscita più di ogni altro.
Nel bianco e nero lattiginoso di una tecnologia ancora bambina (e giocata in un orario da panettieri, che ne accrebbe di molto la leggenda) ci fu spazio per lo sgomento e per il dramma. La speranza, l’orgoglio, la caduta e la resurrezione.
Tutto in pochi minuti
Infine, il delirio. Suggellato come meglio non si potrebbe da questa fotografia.
In paese suonarono le campane alle tre di notte, dicono. Era la prima volta, in un’Italia codina e perbene, che avveniva un gesto così sacrilego per una partita di calcio… Mia nonna, per esempio, ne uscì scandalizzata. Ma anche lei (almeno mi piace pensarlo) ebbe un motivo per ricordarsi a lungo di quella notte.

Non so se questa foto sia beneaugurante. Il calcio è andato verso un’altra direzione rispetto ai tempi di Riva e Rivera: ci ricordiamo della Nazionale solo ogni quattro anni, ma se le cose prendono il verso giusto, lo facciamo in modo totalizzante. E la celebriamo con i maxischermi in piazza e le grigliate propiziatrici, che riportano il gioco alla sua essenza.
Che è innanzitutto festa, e voglia di esserci.
Poi, magari si perde. E torniamo al tran tran di tutti i giorni: le dichiarazioni di Mino Raiola, il preliminare di Champions, il nuovo acquisto del Chievo.

Però lo sport è questo, basta guardare gli Islandesi o i fenomenali ragazzi del Galles. E’ civiltà e cultura.
E festa, anche.

Speriamo in Dio, stasera.