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La storia saprà fare chiarezza (tra qualche anno, magari) su cosa sia realmente stato Erick Thohir nei suoi due anni da Presidente dell’Internazionale FC Milano.
Il salvatore della patria o un millantatore. Un benefattore o un furbacchione: l’ultimo fesso che rimane con il cerino acceso tra le dita o un attento speculatore, capace di tirare su due lire anche da un’azienda decotta come può esserlo solo una società di calcio.
Ma non è l’Indonesiano Thohir, né i suoi mesi trascorsi al timone di uno dei Club più amati d’Europa e del Mondo, ad interessarci… E nemmeno questi guazzabugli inestricabili di miliardari cinesi che ne prenderanno il posto.

Vorremmo salutare come si deve Massimo Moratti, piuttosto. Che cede il suo restante trenta per cento e (da ieri) è ufficialmente un ex.
Perché Moratti sta lì da più di vent’anni, e (nonostante quello che pensano i suoi detrattori) sta sulla scena da galantuomo. Anche se la sua presidenza è stata per tanti anni l’emblema dei cattivi costumi di quel calcio pozzo senza fondo che ha rappresentato (più di molte altre cose) questo paese convinto di vivere un eterno carnevale senza nessun pensiero per la quaresima… Il calcio che sfornava quadriennali a Recoba per otto miliardi annui, a Ciccio Colonnese (due e mezzo) a Gilberto, a Vampeta, a Caio e che forniva materiale per le scenette di Ficarra e Picone, a Zelig.

E pensare che, invece, Moratti è stato probabilmente l’ultimo eponimo di quella borghesia meneghina illuminata e danarosa, spina dorsale per decenni di un sistema economico dinamico e invidiato (poi sono arrivati i Bocconiani e i Maghi della Finanza, e addio).
Quella gente concreta e sveglia che partecipava alla prima alla Scala, all’Ambrogino d’Oro, leggeva Montanelli e per fare un complimento diceva: “tel lì, l’è minga un pirla”… Una Milano piena di energia alla quale faceva il verso il grande Tino Scotti (il “Cummenda” dei Caroselli televisivi) e che vedeva nelle proprie squadre di calcio due splendide ambasciatrici per veicolare nel mondo il proprio nome e il proprio prestigio: l’Inter dei “Bauscia”, non a caso dialetto milanese, e il Milan dei “Casciavid” (i “cacciaviti”, per rimarcarne l’anima popolare).
Moratti mi è sempre parso “uno che ci teneva”.
Un signore nella forma e nella sostanza (ricordate la faccenda di Burdisso?), lontano anniluce dai capricciosi magnati del gas metano che comprano l’Anzhi o il Malaga tanto per fare qualcosa e poi lo gettano nel secchio perché dopo un anno gli è già venuto a noia.
Ha ceduto il passo, Moratti, quando ha capito che il mondo aveva preso una virata non più controllabile (poi, ci è arrivato anche Berlusconi) … Perché l’holding di famiglia ne aveva abbastanza di un balocco che costava 100 milioni all’anno, con il rischio di una contestazione pesante al primo pareggio interno con l’Atalanta di turno.

Anche se gli Interisti (va riconosciuto) hanno sempre espresso al loro presidente una simpatia e una gratitudine a prova di bomba.
D’altronde, la sua gestione ha fatto dell’Inter una squadra particolare: forse la squadra politically correct per eccellenza… Alternativa, un po’ aristocratica, un pò radical-chic. Forse, persino un pò anarcoide. Esclusiva, come tutti quei tifosi in tribuna, quelli che stanno simpatici a tutti: da Peppino Prisco a Fiorello, da Bonolis a Mentana, passando per Gino Strada, Ligabue e Don Mazzi… Califano, addirittura.
Tutti rigorosamente e fieramente Interisti… Di quell’Inter ricca di estro e di campioni matti; irresistibile nella sua sfiga di gente che non vinceva mai e che forniva materiale inesauribile a Beppe Severgnini, che sul Cinque Maggio ha fondato la sua fortuna di columnist.
Poi arrivò Calciopoli, e i ruoli si rovesciarono.
L’Inter cominciò a vincere molto. Così tanto che le Procure indagarono a fondo, e scoprirono qualche disinvoltura di troppo. Faccende un pò nebulose di passaporti e di telefonate mai del tutto chiarite, che comunque stonavano con l’immagine dll’Interista duro e puro, e perennemente vittima del sistema. Con Josè Mourinho si aprì e si chiuse un momento irripetibile, culminato nel maggio del Triplete… Fu proprio in quella sera di Madrid, forse, che Moratti intuì come il cerchio si fosse ormai chiuso; e che la sua stagione stesse volgendo al termine.

Sarò curioso di vederlo alle prese con il cono d’ombra che inghiottisce fatalmente chi è stato protagonista e improvvisamente non lo è più.
Sono convinto che un pò ne soffrirà, così come ne hanno sofferto tanti presidenti abituati a trovarsi davanti cento microfoni anche solo per un “buonasera come va?”. Cragnotti, Cecchigori, Gaucci, la Sensi, Ferlaino, Gazzoni… Ditemi voi quante volte li avete visti o sentiti dopo la loro uscita dal viziatissimo mondo del calcio. E siccome l’uomo ricco è anche vanitoso, fare a meno della prima pagina dei giornali peserà… Oh, se peserà…

Arrivederci Sciur Moratti. E grazie di tutto.
Torni a trovarci quando vuole.

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