Come il grande Eusebio.E da lassù (potete scommetterci) è stato il primo a commuoversi.

Il Portogallo era Eusebio, ma nessuno di noi l’aveva mai visto giocare.
E nemmeno Torres, o il grandissimo Coluna.
Però, li avevano visti in tv quelli come il povero Edoardo, che infatti ne parlava in modo fiabesco. E ogni volta, gonfiava il petto: “Grandi giocatori. Ma con noi del Milan, mica la spuntarono…”.

Il Portogallo era una nazione misteriosa e lontana. L’ultimo scoglio d’Europa, diverso per fuso orario e per quella lingua, così affascinante e musicale. Comunque, un posto cupo e malinconico dove si doveva ridere pochino.
Benfica a parte, ovviamente. Che non fosse altro per il nome, si guadagnava la simpatia incondizionata di tutti quelli con la battuta facile.
Poi si seppe che Benfica non alludeva a niente: era solo un quartiere di Lisbona, né più né meno del Tottenham a Londra, o l’Anderlecht a Bruxelles. E qualcuno ci rimase un po’ male.

Il primo Portoghese di un certo nome, per noi, fu un tal Fernando Gomes. Giocava nel Porto, fine anni’70, e assomigliava vagamente a John Baker, il poliziotto buono dei Chips (che era un telefilm molto in voga). Di quel Porto ci innamorammo abbastanza follemente qualche anno più tardi, quando giocarono una finale di coppa (perdendola) con la Juve di Platini.
Lì si consolidò il mito dei Portoghesi “bravi ma lenti” o anche del “non ci fosse da fare gol, sarebbero imbattibili”. Però, quella ragnatela di passaggi, quel fraseggio elegante e felpato tra gente che non sbagliava un pallone, seppe ipnotizzarci.
Ricordo Jaime Pacheco, straordinario tessitore di gioco; ma anche un certo Alves: baffuto regista del Benfica, che giocava con i guanti (anche in agosto) per un voto fatto alla Madonna.
Erano misteriosi, questi Portoghesi. Ci parvero una specie di “anello di congiunzione” nella catena evolutiva del football; una versione a 33 giri dei Brasiliani, che eguagliavano in tecnica ma dei quali non possedevano né l’inventiva, nè lo spunto.

Nessuno, purtroppo, li prese mai in considerazione per la nostra serie A, che aveva da poco riaperto le frontiere. Vado a memoria (senza Wikipedia, sennò non c’è gusto) e mi viene in mente Rui Barros, aletta tascabile di una Juve non memorabile. Poi arrivarono Paulo Sousa, Rui Costa e persino Figo (ormai decotto): a ribadirci il concetto di una scuola di grande qualità tecnica, ma sprovvista di quella grinta necessaria per eccellere.
Luogo comune per luogo comune, arrivò anche Nuno Gomes, alla Fiorentina: e i tifosi viola, abituati a Batistuta, lo battezzarono in due minuti: “Gliè’bbono per le fotografie… Non per giocare aiccalcio”, dissero.

La vittoria di ierisera “risarcisce” una “scuola” che al football ha dato molto (in termini di civiltà, prestigio e tradizione), ricevendone finora poco in cambio: la classe di Cristiano gli ha messo l’aureola, ma è indicativo che il gol decisivo lo abbia segnato Eder. Un gigante nerissimo che viene dalle ex colonie.

Come il grande Eusebio.
Che era un campione meraviglioso. E da lassù (potete scommetterci) è stato il primo a commuoversi.