C’era una vocina che mi diceva che non sarebbe stata la notte giusta.

C’era una vocina che mi diceva che non sarebbe stata la notte giusta.
Non saprei spiegarlo: chi segue lo sport sviluppa un sesto senso dove entra il masochismo, la (presunta) competenza, il realismo e la scaramanzia… E su Federica Pellegrini, chissà perché, non avevo buone sensazioni.
Le stesse che avvertivo sabato sera, quando il fuciliere italiano si è trovato a giocarsi lo spareggio per l’oro: “Perde sicuro”, mi sono detto.
E così è puntualmente avvenuto. Perché quando nello sport ci troviamo di fronte gli Jugoslavi, soffriamo forte. E spesso si perde: che si tratti di Serbi, di Sloveni o di Croati (come nel caso di quell’atleta).

Pellegrini o no, comunque, le Olimpiadi (per quanto mi riguarda) sono già entrate nella loro fase discendente.
Confesso di essere uno sportivo atipico: i primi giorni mi entusiasmo, e seguo tutto. Poi, il coinvolgimento scema; direttamente proporzionale alle performance degli atleti italiani, che partono sempre in tromba (scherma e tiri al piattello sono miniere d’oro, in questo senso) e poi non vincono più… E quando entra in scena l’Atletica Leggera, addirittura spariscono.
A tutto vantaggio di quei Superman neri che ci scherzano, nella velocità e nel mezzofondo; nei salti e nei lanci.
E’, anche questo, un segno dei tempi e del mondo che cambia, se ci pensiamo bene… Avevamo atleti che erano star internazionali, come Mennea, Cova e Antibo, la Simeoni e la Dorio, e non c’è più nessuno. Vincevamo medaglie in discipline di assoluto prestigio dove adesso non ne mettiamo uno fra i primi trenta. Il più bravo che abbiamo (il saltatore Tamberi) si è abbottato una caviglia una settimana prima di partire per Rio, pensa te la sfortuna…E Schwarzer, probabilmente, non lo faranno nemmeno correre per quella faccenda del doping.

Tuttavia, la mia diffidenza per le Olimpiadi (come molti della mia generazione) non è affatto casuale, e viene da lontano. Da quando, cioè, avevano ridotto la competizione sportiva a pura propaganda, con la lotta per la supremazia al medagliere tra Usa e Urss (e paesi satelliti): l’evidente continuazione del “fare politica con altri mezzi” teorizzata da Von Clausewitz…Tutta roba che con lo sport, e lo sbandierato spirito olimpico, non dovrebbe aver nulla a che fare.
Era il riverbero di quella sempiterna guerra santa tra “bianchi” e “rossi”: tra “noi” e “loro”, che ha caratterizzato tutta la nostra gioventù. E ricordo la nostra sorpresa ingenua di bambini nel vedere qualcuno di “noi” che, in realtà, faceva il tifo per “loro”: come la mia adorata maestra delle elementari, che votava PCI ed esultava alle medaglie degli atleti della CCCP.
Erano tempi un po’ così… Gli Americani disertarono Mosca 1980 (e costrinsero gli alleati a fare altrettanto); l’Urss restituì lo sgarbo quattro anni dopo, a Los Angeles. Tempi di guerra fredda e di televisioni a colori, che nascevano proprio allora; e le Olimpiadi (o i Mondiali di calcio) erano la scusa buona per comprarsela. Naturalmente a rate.

Dalla memoria di quegli anni lattiginosi e ormai lontani, emerge, ogni tanto, qualche piccola perla che custodiamo nell’angolo più nascosto del nostro cuore di sportivi… La mia, per esempio, è il ditino alzato di Mennea (e il suo sguardo incredulo) dopo i famosi 200 a Mosca, nello stadio Lenin. Una gara pazzesca, una rimonta incredibile che rimane, ancora adesso, uno dei momenti più belli vissuti nella mia vita di semplice tifoso.
Sul podio, la politica ci negò anche la soddisfazione dell’inno di Mameli; fu suonata, invece, una sinfonia di Beethoven, o qualcosa del genere.
Però, l’impresa rimase. E fu emozionante lo stesso.

Andatela a rivedere su youtube, se ne avete voglia.