C’è un piccolo senso di vuoto, quando finiscono le Olimpiadi.

C’è un piccolo senso di vuoto, quando finiscono le Olimpiadi.
Anche perché cadono quasi sempre nel periodo più fannullone dell’anno; e quando si ha tempo libero (e mente sgombra) certe cose si apprezzano di più.
Non altrimenti si spiegherebbero le notti sul divano per seguire il kajak, il judo e tutte quelle nobilissime discipline che normalmente non andresti a vedere nemmeno se organizzassero il campionato italiano dietro l’angolo.

I Brasiliani, bisogna ammettere, se la sono cavata bene. A cominciare dalla cerimonia inaugurale, che ho trovato meravigliosa. Fateci caso: alla vigilia di ogni grande manifestazione universale arriva sempre, puntuale, il reportage giornalistico ultra-catastrofico che ne preannuncia il sistematico fallimento. Questa volta, il rischio terrorismo, gli scontri politici, l’inquinamento e la malavita di Rio. Le strutture fatiscenti e gli immancabili ritardi nei lavori che “l’ultima calderella di calcina la verseranno un’ora prima dell’inizio”, oppure “agli operai stanno regalando la cocaina per farli lavorare dodici ore al giorno”.
Da fuori, invece, è parso tutto abbastanza normale. Comunque, niente di più e niente di meno di quanto visto a Pechino, o a Londra; persino l’epidemia Zika, dipinta come un armageddon pronto a uccidere migliaia di atleti, deve aver concesso una tregua “olimpica”.

L’Italia è andata bene: nei primi giorni abbiamo occupato persino i primi posti del medagliere; poi è arrivata l’atletica leggera (dove non prendiamo niente da anni) e siamo tornati indietro. La medaglia più bella, sicuramente quella di Paltrinieri (con la bellissima telecronaca di Tommaso, peraltro), anche se complessivamente il nuoto ha fatto flop. Abbastanza male anche il canottaggio e non granchè la scherma; bene le squadre (tre su quattro sul podio), benissimo il tiro. Che quando appariva un italiano con il fucile in mano, già pregustavo l’inno di Mameli. Come mi succedeva da piccolo, quando arrivavano Klaus Dibiasi o Raimondo D’Inzeo, ed erano medaglie sicure.

In mezzo, alcune domande sceme da telespettatore. Tipo: “perché hanno ammesso il badminton alle Olimpiadi?”. Oppure: “come fa l’India ad avere meno medaglie del Kosovo?”. O anche: “com’è che nel dressage premiano il fantino quando il merito è tutto del cavallo?”.
Ma anche una piccola consolazione. E cioè che il nostro smandrippato calcio, sentina di tutti i vizi e i mali dello sport moderno, si trova sempre più in ottima compagnia. E che nella nobile fiamma di Olimpia si bruciano le stesse bassezze e cattive abitudini che qualcuno vorrebbe circoscrivere soltanto al pallone, e ai suoi capricciosi protagonisti.
C’è il doping, coperto da chissà quali intrighi politici, e dirigenti internazionali colti in flagrante su qualsiasi tipo di reato. Atleti che bussano a quattrini (come dappertutto), verdetti pesantemente indirizzati dagli arbitri (pugilato, specialmente), e lo spirito olimpico degli atleti arabi, per esempio. Che hanno boicottato gli Israeliani, e un egiziano si è persino rifiutato di gareggiare.

Storie di ordinaria tristezza e ipocrisia, insomma. Nella netta sensazione che tutto il mondo, ormai, è paese.
Anche se globalizzato.