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Parlerei piuttosto di Shevchenko, adesso.
Che ha fatto cifra tonda pure lui: ma l’ha fatta nel giorno sbagliato, con tutto il can can per Totti e Berlusconi.
La stessa cosa che successe al grande imitatore Gigi Sabani, buonanima. Che morì, e tutti si prepararono ai coccodrilli del caso… Poi, il giorno dopo morì Pavarotti. Ed essendo più famoso, gli “rubò” tutte le aperture dei telegiornali.

Sheva arrivò con l’aureola del campioncino; da Kiev, svezzato da quel Lobanovski che lo prendeva a scapaccioni quando lo beccava a fumare di nascosto negli spogliatoi.
In quel laboratorio di piccoli fenomeni, capaci di grandi imprese (ricordo una lezione impartita al Barcellona del magno Van Gaal) svettavano lui e Rebrov, che era il suo alter ego. E che ebbe poca fortuna al Tottenham perché gli Slavi, per certe cose, assomigliano ai Brasiliani… O bene bene, o male male: come il Myckailichenko della Sampdoria, che passava le serate sul divano, piangendo all’ascolto di struggenti ballate cosacche.

Portare Shevchenko in rossonero, fu il classico colpo da maestri. Di quei colpi che il vecchio Milan ogni tanto metteva a segno, facilitato (va pur detto) da un prestigio altissimo e da una concorrenza molto meno spietata di adesso… Furono, probabilmente, i 31 miliardi (c’erano ancora le lire) meglio spesi di quegli anni beati. L’ambiente ne fu subito conquistato: da quella faccia pulita e da quel candore molto prossimo ad Alice che sbarca nel paese delle meraviglie.
Raccontano di uno Sheva quasi stordito dai supermercati e centri commerciali che, evidentemente, nella sua Ucraina non aveva mai visto di così opulenti e colorati. Ne usciva con carrelli pieni di salumi e formaggini, detersivi e bibite gassate; entusiasta come una badante che può finalmente permettersi un po’ di consumismo.

Poi, arrivarono anche i gol.
Che furono tanti, belli e soprattutto significativi; perché Sheva era un grande cacciatore, e le sue vittime preferite non erano l’Ascoli o il Catanzaro, bensì la Juve e soprattutto l’Inter, al quale inflisse colpi durissimi (come quelli da codice penale che Materazzi cercava di restituirgli). E siccome anche i gol hanno un loro peso specifico, quella maglia numero sette entrò di prepotenza nei cori della tifoseria.
Il sette. Mai il dieci, che vestiva nella sua Dinamo ma che al Milan trovò già occupato. Da un certo Boban, perché all’epoca giravano quei personaggi lì.
127 reti in poco più di duecento partite. Scudetto, Coppa Italia, Supercoppe, Champions League… Numeri da protagonista assoluto. E (almeno per me) la convinzione di aver a che fare con uno dei primi tre attaccanti più bravi visti in Italia negli ultimi vent’anni.
Aveva l’eleganza di un levriero e la scaltrezza di una volpe; potente e veloce. Attaccante completo, di quelli che sanno tirare anche le punizioni.
Van Basten, complessivamente, era più extraterrestre di lui. Però, aveva quel limite lì. Mentre Sheva faceva percorso netto, e ci contavi sempre… Perché di turn over, nel suo caso, non se ne parlava.

Poi, se ne andò al Chelsea. Salutando un ambiente che la drammatica finale di Istanbul aveva letteralmente terremotato, nello spogliatoio e nei rapporti tra calciatori.
Ma non ebbe fortuna, perché vi trovò il paesano Abramovich, che gli voleva bene, ma anche Josè Mourinho, che di bene non gliene voleva punto.
Mou voleva assaltatori pronti a buttarsi nel fuoco per lui: usi “a obbedir tacendo, e tacendo morir”, come gli Alpini della Julia. Di uno Sheva pieno di medaglie e di pennacchi, non sapeva che farsene.
E lì finì, praticamente, la sua carriera.
Prima di un mesto e inutile ritorno al Milan, buono giusto per Gloria Swanson e i fan di quel gran film che fu “Viale del tramonto”.

Tanti auguri, Sheva. Campione favoloso.
“Da Milan”, come si diceva all’epoca.
Di lui mi piaceva tutto, persino i cori che gli dedicava la curva.

“ Non è Brasiliano, però….”

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