No.
Il Brasile del 1970 non è stata la più grande squadra mai apparsa sulla terra.
Però, ci è sempre piaciuto pensarlo.

Perché nessuna squadra, più di quella, ha saputo stuzzicare gli istinti degli innamorati del calcio: non tanto degli intenditori (che preferivano la ben più tosta Germania o la più leggiadra Olanda, qualche anno più tardi): sicuramente si per quelli che al football allegano anche un’idea. Un concetto filosofico, un sogno che si traduce in estetica pura.
Il Brasile del 70 era infatti una squadra misteriosa. Morbida, esotica e lussureggiante, come quelle bellissime mulatte delle pubblicità che ci immaginiamo sempre con le labbra sensuali e un cesto di frutta al posto del cappello.
Tatticamente parlando, invece, era un rebus inestricabile… Diremmo addirittura improponibile, se lo guardiamo con gli occhi da alchimisti che abbiamo adesso, così abituati ai droni, alle linee e alle catene di destra e sinistra.

Ma erano altri tempi. Quel Brasile aveva un portiere scarso (Felix). Due clamorosi pezzi di legno come difensori centrali (Brito lo era davvero, Piazza un po’ meno, infatti da vecchio imparò anche a giocare) e un tipo losco come secondo marcatore (Everaldo, che finì anche in prigione).
“Accidenti, che squadrone…” direte voi.
E invece, qui finiva la prosa, e cominciava la poesia: perché gli altri sette erano fuoriclasse spettacolari. A cominciare da Clodoaldo, che faceva il regista basso (il famoso “volante”) con la stessa classe che ammirammo, anni dopo, in Paulo Roberto Falcao.
E poi, la famosa teoria dei “cinque numeri dieci”, per i quali passo’ effettivamente alla storia il Brasile del 1970. Perché, non disponendo di centravanti puri di classe internazionale, si affidarono con qualche decennio in anticipo al famoso “falso nueve”… E siccome erano brasiliani ( e di “falsi nueve” ne avevano in abbondanza) pensarono bene di utilizzarli tutti. Contemporaneamente. Perché alla qualità, da quelle parti, rinunciano sempre malvolentieri. Specialmente se la qualità è totale e assoluta.
Li nacque una squadra magica, capace di danzare un calcio (“o futebol”) che sulle alture del Messico parve ancora più inarrivabile… Gerson, Rivelino, Pelé, Jairzinho e Tostao. A Gerson, che era un “dieci” favoloso, toccò di fare la mezzala controvoglia (e immagino come). L’uomo piu avanzato (quello che prendeva i calci) era Tostao, che giocava nel Cruzeiro e doveva il soprannome alla monetina più umile in circolazione nel Brasile di allora (fosse stato italiano, lo avremmo chiamato “mezzalira”, o “soldino”).

Di quel sontuosissimo, e non più ripetibile Brasile, Carlos Alberto era il capitano. Capitano e interprete di un ruolo sempre molto in voga da quelle parti: ovvero, il difensore che non difende. Anzi, se può fa’ l’attaccante anche lui, come Francisco Marinho e, in tempi più recenti, Roberto Carlos.
Oppure (ed è il ruolo più brasiliano di tutti) quello talmente bravo al quale bisogna trovare per forza un posto in squadra… Anche in un zona un po’ defilata, come successe a Leo Junior nell’82, che pur di farlo giocare lo spedirono a terzino sinistro (!).

Carlos Alberto era un campione.
Di questo ne abbiamo la certezza, anche se non lo abbiamo praticamente mai visto: perché i campioni, all’epoca, si vedevano raramente o non si vedevano proprio. Ed erano campioni “sulla fiducia”, come Mazurkiewicz dell’Uruguay, o Chumpitaz del Perù.
Ci ricordiamo (quella si) la sassata omicida che fulmino’ Albertosi, e chiuse la finale dei nostri “Messicani”, prima dei famosi sei minuti di Rivera.
E ci ricordiamo della su ultima intervista, concessa in occasione di non so quale premio. Quando, con un sorriso aperto e beato (tipico dei brasiliani… È lo stesso che aveva Cerezo), disse semplicemente: “Ringrazio Dio che mi ha fatto giocatore di calcio. Perché non esiste niente di piu bello al mondo”.

Fu una specie di testamento.
Fai buon viaggio, Capitano.

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