Non era l’uomo giusto, Frank De Boer. Ma se mi date un gettone, un’altra telefonata in Olanda la farei…

Non era l’uomo giusto, Frank De Boer.
Quindi, tre milioni e mezzo buttati dalla finestra.

Però, ce l’ha messa tutta. Anche se la sua “tutta” non è bastata, evidentemente; perché vincere in Eredivisie è troppo poco.
Campionato infido, quello… Il calciatore medio, in Olanda, è di basso livello: quelli bravi davvero (da Robben in giu) giocano all’estero, e lì rimangono o giovanotti appena discreti o emeriti scarpazzoni, disseminati in squadre dai nomi improbabili tipo Nec, Nac, Willem II o Excelsior.
Vincerci dei campionati allenando l’Ajax (il club più importante) non è un’impresa titanica… Come quando si batteva Gino Fabbro a Scala 40, che da vecchio non ci vedeva più e si dimenticava gli accodi.

Frank ne esce a testa alta, almeno umanamente.
Gli Olandesi si fanno pagare bene e hanno il senso degli affari; e proprio per quello non rubano mai lo stipendio. Non so che idea si possa esser fatto del nostro calcio, che in tre mesi lo ha prima acclamato genio, poi somaro, poi ancora genio e infine definitivamente somaro…Comunque, il disturbo gli porta in cassa (a occhio) più di centomila euro al giorno.
E in questo senso ci possono stare i ringraziamenti via Twitter e il “Forza Inter” con il quale si è congedato dai tifosi: mi ricordo di quando, nel 2001, al Parma ingaggiarono Daniel Passarella… E siccome passava per uno bravo, lo blindarono con un quadriennale indecente. Lo esonerarono dopo un mese: lui allargò le braccia e se ne andò ringraziando tutti: “Questo è il calcio, che volete farci?”.
Poi si scoprì che era costato due miliardi e mezzo a partita (che il Parma perse in fila, una dopo l’altra)… Qualche giornalista si commosse: “Lo hanno umiliato, poveraccio… Però, che stile. E che signorilità”.

De Boer non era l’uomo giusto, dunque. Anche se si è dato molto da fare ed ha persino cercato di imparare l’italiano (era arrivato al livello “Ollio”, delle famose comiche).
Ma non era questione di lingua. Perché all’Inter serviva un altro tipo di figura… Serviva un rivoluzionario, un piromane in grado di appiccare un incendio. E (ormai imborghesito il vecchio Mou) gli unici due buoni, presentavano ostacoli insormontabili, a cominciare dallo stipendio: uno era il caro Antonio Conte, già accasato al calduccio della Premier League, e l’altro era il Cholo Simeone. Al quale ogni tanto si attribuiscono dichiarazioni romantiche poco in linea con la mentalità argentina (che conosce una sola bandiera, ehm ehm), e che hanno la stessa valenza di quelle del centravanti norvegese appena acquistato dal Catanzaro; che da piccolo aveva il poster di Palanca in camera.

Questi erano gli unici in grado di poter prendere la solita, anarchica Inter (tre quarti cinese, un quarto Indonesia e uno spruzzo di Moratti) e darle una dimensione ed un progetto certo.
Il resto è tempo perso; a cominciare dalla suggestione Bielsa… Una suggestione, per l’appunto; come lo fu Orrico (che non funzionò) o come lo sarebbe Zeman (che ogni tanto torna di moda). O il nome “da Inter”, tipo Zenga o Mandorlini (qualcuno addirittura Gigi Simoni), se non il famoso “traghettatore” (Reja, Pioli) buono giusto per arrivare in fondo, o (come si dice in Valdichiana) a “sfondare l’annata”, nemmeno si parlasse degli amatoriali del sabato.

Se mi date un gettone, un’altra telefonata in Olanda la farei.