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Due su un miliardo.
Questa è, più o meno, la statistica degli allenatori stranieri che vengono in Italia e lasciano il segno.
Eppure, la caccia al nome esotico continua. E tra qualche giorno, magari, ne vediamo arrivare un altro. Bello e pronto per il classico falò in piazza alla prima trasferta storta. Tipo Bergamo. O Verona.
Da noi, gli allenatori stranieri funzionano solo in due casi: o perché gli fanno lo squadrone, o perché la buttano in caciara. O tutte e due le cose insieme.
E infatti questo fu il tratto di HH e di Mou, che sono gli unici ad aver funzionato: lo Special era un uomo fortunato, aveva un carisma superiore e, soprattutto, era un furbacchione di tre cotte… E questo (unitamente ai campioni dei quali disponeva) creò una miscela esplosiva.
Don Helenio era un fenomenale mentalcoach cinquant’anni prima che inventassero i mentalcoach; uno capace di convincerti che le cause della morte di Nostro Signore fossero da attribuire ad un incidente di moto. Poi, in campo, aveva Armando Picchi che gli sistemava le cose: “tu vai qui, tu lì… tu cura quello, e tu occhio a quell’altro”. E il “Mago” era talmente scaltro da far finta di non accorgersene.
Alla stessa famiglia appartenevano Boskov ed Eriksson, per dirne due che hanno lasciato un eccellente ricordo. Di tutt’altra pasta il barone Liedholm, che però era straniero solo di nome (e italianissimo di fatto), per non parlare di Pesaola, che parlava un napoletano da far invidia a Eduardo.

Lo straniero si trova male perché da noi si gioca un football molto diverso dal resto del mondo (anche se il mondo si sta pian piano facendo convincere). Un football che ha a che fare con le freccette sulla lavagna, i droni e i manuali di astrofisica. Soprattutto, che viene vissuto con una pressione, un’ansia ed un pathos che all’estero non hanno.
Fosse questione del calcio in sé, basterebbe prendere un qualsivoglia coach inglese; uno di quelli che allenano il Sunderland, lo Stoke o una di quelle squadrine che abbassano la testa e corrono come dannati fino al novantesimo.
E invece, anche quelli fallirebbero miseramente. Per lo stesso, inverso motivo per il quale falliscono i calciatori italiani quando vanno all’estero; tranne quelli come Amoruso, o lo stesso Di Canio, che infatti sono calciatori “emozionali”. Gli altri, non ne attecchisce uno: e dopo tre mesi piangono sulle spalle del procuratore e vogliono tornare alle freccette sulla lavagna.

E’ stato il destino di Benitez e Rudi Garcia. E prima ancora di Cuper, Terim, Tabarez, che a casa loro erano padreterni.
“Come svilupperà la sua fase difensiva?” chiesero a Carlos Bianchi appena sbarcato a Roma. Quel brav’uomo sbiancò: “cosa intendete per fase difensiva?”… Ed era uno che in Sudamerica aveva vinto tutto, e gli intitolavano le piazze.

Quindi, per la vecchia Inter la strada si fa in salita. Anche se tre stranieri mi sentirei di suggerirli… Non a caso, tre allenatori molto “emozionali”.
Van Gaal, Klopp e il Cholo.
Ma temo costino troppo.

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