Monchengladbach.
Quella bizzarra squadra deve aver stregato anche Buffon, che infatti se n’è dichiarato tifoso.
Non mi stupisco affatto… Tutti noi, prima o poi, siamo stati tifosi del “Borussia Monchengladbach”, non fosse stato altro che per deferenza verso quel nome così maestoso. Ostico e gutturale, come tradizione nelle lingue di radice germanica ma che, tradotto in italiano si stempera in “Ruscello per la quiete dei Monaci” (e questo è il suo significato).
Era importante, allora, il nome delle squadre: Ajax, Magdeburgo, Feyenoord, Wolverhampton… a noi sembravano lussureggianti e misteriosi.
Con il Benfica fuori concorso, del quale si dichiaravano tifosi quelli più grandicelli, che leggevano i fumetti tipo “Lando” o “Il Tromba”, e la domenica già frequentavano l’Apogeo.

Stupisce semmai la tempistica del nostro portierone. Che è nato nel 78. E quindi, “fuori tempo massimo”, potremmo dire… Perché quando il piccolo Buffon cavalcava l’età delle prime figurine Panini, il Monchengladbach aveva già chiuso bottega da qualche anno, e non vinceva più. Rimpiazzato da un altro Borussia: quello di Dortmund, dalle maglie color giallo, in onore della birra.
Ed essendo nato nel 78, Buffon si è perso l’epopea autentica del “Gladbach”, che negli anni 70 fu il contraltare “povero” al magno Bayern Monaco di Beckenbauer e Gerd Muller, e riuscì a contendergli (e strappargli) lo scudetto in ben cinque occasioni (!).
Uno squadrone d’acciaio che imparammo a conoscere nella televisione in bianco e nero e nella famosa “partita della lattina” con l’Inter (una mezza furbata di Mazzola e Boninsegna nel lontano 72); la squadra di “Kleff-Vogts-Klinkhammer…” (vado a memoria), ma anche di Netzer, che era un fenomeno ma in nazionale non lo facevano giocare perché era “il nemico” di Kaiser Franz”, o così almeno dicevano. Poi c’era Heynckes, che segnava gol favolosi, e Wimmer, che era una signora mezzala. Più tardi, il perfido Stielike e Allan Simonsen, piccolo topolino di Danimarca.

Difficile resistere al fascino di questa gente: che, peraltro, aveva una sua particolarità… Dopo aver sconfitto belghe, francesi e italiane, incontrava regolarmente il Liverpool e ne buscava sode. Ricordo di essermi emozionato leggendo Gianni Brera, che descrisse così una sassata di Rainer Bonhof: “..Un destro omicida sul quale il portiere Ray Clemence si scansa, come farebbe qualsiasi buon padre di famiglia…”.
Poi il Liverpool li fece ugualmente a pezzi nella partita di ritorno. Ma era il Liverpool di Keegan e Jimmy Case. Del terribile Terry Mc Dermott e di Steve Highway; e qui mi fermo perché stiamo parlando di cose persino commoventi.

Al di là dell’incongruenza spazio-temporale, Buffon ha comunque scelto bene.
E i dirigenti di lassù (giustamente inorgogliti) lo hanno subito omaggiato della sciarpetta ufficiale del Club: quella con la dicitura “A German Team”, dalla scritta ormai leggendaria di quel pub scozzese. Che non sapendo da che parte farsi per scrivere “Monchengladbach”, informò i propri clienti della diretta tv del Celtic contro “una squadra tedesca”.

E anche se i Tedeschi non brillano per senso dell’umorismo, “a German team” è diventato il simbolo di quel Borussia.
Quello “vero”.

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