Mi assale sempre una duplice emozione, quando esco dal teatro Arrischianti di Sarteano.

La prima (piacevole) è quella dello spettatore soddisfatto che ha assistito ad uno spettacolo quasi sempre ottimo.
La seconda è invece una sensazione leggermente urticante. E arriva puntualmente un centesimo di secondo dopo la chiusura del sipario; che non è nemmeno un sipario, bensì una specie di pietra tombale.
Perché tutto quel piccolo patrimonio messo in scena dai ragazzi, lì nasce, e lì immediatamente muore.
Muore giovane e nel fiore degli anni, purtroppo. Dopo il debutto, un paio di repliche e (ad essere fortunati) un’altra gentile concessione per quei tapini che si sono attardati sul panettone.
Stop.
Una fine prematura… Senza nemmeno giungere alla completa maturità artistica: quella dove gli attori si impadroniscono finalmente della scena, imparano meglio le pause, i silenzi e i movimenti, e confezionano un prodotto pieno e compiuto. Mondato da tutte quelle imperfezioni tecnico-emotive che ne caratterizzano, in genere, le primissime uscite.

E’ successo con il delizioso “Biondafragola” e con il poetico “Io non sono di qui”. Con il “Piccolo Principe” e con quel capolavoro che fu “Il Berretto a Sonagli”. Succederà anche con “Il Nome”, portato in scena da Gabriele Valentini. Del quale rimarranno le foto su Facebook, le bicchierate del dopo show e un paio di locandine sbiadite… Buone giusto per qualche nostalgia e per il monologo di Blade Runner, quello dei bastimenti in fiamme e delle lacrime nella pioggia.

Io credo (e lo credo da anni) che Sarteano meriti una chance.
Se la merita perché costituisce una piccola eccellenza, pur in quella dinamica che si definisce dilettantistica (ma che tanto dilettantistica non è). E se la meriterebbero anche altre realtà che fanno cultura, e la fanno bene (come l’ultimo lavoro di Stefano Bernardini su San Francesco, tanto per dire): tipici esempi di un movimento che potrebbe crescere molto e generare tanti altri Sarteano-bonsai, nel più classico dei circoli virtuosi.
Una specie di “modello Ajax”, insomma: sulla scia di quel famoso club olandese che grazie ad un intelligente metodo di lavoro sforna ogni anno eccellenti calciatori.

Come dare visibilità a questo movimento, dunque? La soluzione, probabilmente, è politica-istituzionale; e va nella direzione di quel famoso “investire nella cultura” che troviamo nella top-five di qualsiasi programma elettorale.
Avevo molto sperato in “Orizzonti”, e nell’energia che a Chiusi riescono a sprigionare… Ma ammetto che la proposta, così com’è, non mi convince; e il mio ottimismo si è ulteriormente affievolito dopo la recente intervista del suo Direttore Artistico.

Vorrei tanto che questo spettacolo (come molti altri già fatti e da fare) se ne andasse in giro, e si sottoponesse al giudizio di un pubblico più vasto. Senza rimanere confinato in quello splendido isolamento a uso e consumo degli abitanti della zona, spesso troppo propensi ad elargire applausi “sulla fiducia”.
Tra l’altro, “Il Nome” è uno show molto semplice, lontano anniluce dai kolossal estivi con il Cantiere, che sono (quelli si) impossibili da “esportare”, fosse solo per una questione logistica…. E’, addirittura, il classico spettacolo “che entra nel bagagliaio della Renault 4”; un modo di dire che ho imparato da loro, e che vuole indicare una cosetta facile nel trasporto e nell’allestimento ( e quindi dai costi contenuti).

Noi abbiamo una provincia con 36 comuni.
Ed ognuno di questi Comuni annovera un teatro (generalmente proprietà della stessa Amminisrazione)… Torrita, Buonconvento, Rapolano, Castelnuovo, tanto per dirne qualcuno di solidissime tradizioni. Abbadia San Salvatore e Torrenieri hanno ottimi ambienti ricavati da ex cinematografi, e ci sono teatrini graziosissimi persino a Montisi, e a Petroio.
Per non parlare del Poliziano, a Montepulciano, o del Ciro Pinsuti, a Sinalunga. Del Mascagni di Chiusi e degli Astrusi di Montalcino (dove lavora Manfre, tra l’altro!), per poi giungere al Politeama di Poggibonsi, al Teatro del Popolo di Colle e ai Rozzi e i Rinnuovati, a Siena.

Mi rifiuto di pensare che nessuna di queste “istituzioni” (che hanno una benemerita stagione teatrale) riesca a trovare posto a “Il Nome” di Gabriele Valentini, o ad altre proposte meritevoli di una chance… A costo di fare a meno di qualche “star” che arriva in provincia quasi sempre di controvoglia, costa fior di quattrini e non lascia mai tracce indelebili.

Investire nella cultura vuol dire anche incoraggiare la nostra gente, e offrirgli un’occasione. A costo di qualche flop e di qualche fischio dalla platea.
Perchè anche quello fa parte del gioco, e anzi ne è una delle componenti più essenziali: se è vero (come è vero) che senza i fischi non si migliora mai.

Fossi un politico, questa è una battaglia che farei.
Anzi, comincerei da domattina.

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