Sono i colori che mi hanno fatto scegliere. Non ho avuto l’imprinting familiare, quello della bandiera della squadra da tifare infilata al collo appena nato. Mio padre, ottimo calciatore da giovane, quando poteva guardava senza tifare le partite delle squadre di Milano, ma quando ero piccolo in casa non si parlava mai di calcio. E’ una passione innata la mia, come quella di tanti. A 2 anni avevo in casa più palloni da calcio io che un’intera squadra di serie A sul campo di allenamento. Mi piaceva giocarci, la facevo rotolare su e giù e coi piedi non ero affatto male. Non sapevo dell’esistenza dell’Inter o di qualsiasi altra squadra. Non sapevo che durante i miei tre anni l’Italia alzava al cielo la sua terza Coppa del Mondo. Insomma a me col pallone piaceva solo giocarci. Ed è stato così per molto tempo. All’epoca non c’era Internet, in Tv il calcio era ridotto al minuto di sport durante il tg della sera e quindi stare al passo con l’avanzare del campionato per un piccolo bambino era impossibile. I colori, solo quelli.
Quelli che fanno spalancare gli occhi e la bocca ad un
neonato che comincia a capire che sta al mondo. Blu,
nero…tutto lì. Me lo ricordo benissimo quel giorno.
Inizia la scuola, prima elementare, l’atrio e tanti bambini che
giocano insieme senza conoscersi e che stanno scoprendo
un mondo nuovo che va oltre la casa, la mamma e il papà.
Schierati in fila sotto il cartello della sezione B. Luca, uno di
quelli che il tifo (quello sbagliato…) l’aveva ereditato e già
era calcisticamente “avanti” si avvicina e mi chiede: “Tu che
squadra tifi? Inter o Milan?”. Fu la prima domanda,
dopotutto siamo in Italia, il mio debutto nel mondo
“altrove”. Siamo a Milano e per un bimbo di 6 anni appena
(io in realtà ne avevo ancora 5…) esistevano solo quelle due
squadre. Non ebbi dubbi. Non ci avevo pensato mai fino a
quel momento. Non avevo la minima idea che un giorno
avrei dovuto prendere una decisione così importante. Ero
ignaro che quella semplice domanda avrebbe condizionato
tutto il mio futuro, tutta la mia vita, sentimentale e
lavorativa. La risposta mi venne dal cuore; la testa, in quella
scelta, non ebbe nessuna importanza, nessun ruolo
“INTER!” dissi con fermezza e decisione.
I bambini sono curiosi e ovviamente la risposta per Luca
non fu abbastanza chiara: “Perché?” mi domandò, “Mi
piacciono i colori”.

Tutto qui, niente di più chiaro, niente di più semplice. Il
nero è l’azzurro sono il motivo delle mie sofferenze sportive
più grandi, la ragione delle mie gioie calcistiche più
importanti e il motivo della mia esistenza lavorativa. La mia
vita è indissolubilmente legata all’Inter, senza se e senza ma.
I colori nel cuore, innati, senza eredità, quasi solo per scelta
divina. Destino!
Il destino che agisce che ti porta su, facendoti gustare il
sapore della vittoria per un momento per poi buttarti giù nel
fango della sconfitta senza possibilità di respirare. Destino
che, dopo averti fatto credere che non c’era più speranza e
che quella che credevi fosse una benedizione poteva essere
la peggiore condanna, ti regala Mourinho e il Triplete.
Destino si, anche simbolico. Come quella maglia numero 45
gettata a terra da Balotelli nella magica notte dello
sgretolamento blaugrana. 45 anni di attesa che se ne vanno,
45 anni dopo sul tetto d’Europa. Il numero 45 per terra,
pestato e cancellato.
“Mister gioca Santon?”, “Ti meriti che io ti risponda, non
oggi, ma te lo meriti. Sei interista e questo basta”. In realtà
non iniziò tutto così. Mi ricordo che eravamo a Cipro.
Trasferta di Champions, un 3-3 rocambolesco contro
l’Anorthosis con classico autogol “pazzo” di Burdisso. In
coda al Check-in Mourinho era a 10 metri da me in coda con
la squadra. Io guardo ammirato tutti i ragazzi e lui in mezzo.
Io non sono un tipo da “Ciao come va” a chi non conosco e
soprattutto me ne sto da un lato ad osservare quando penso
di poter disturbare la quiete di qualcuno.
Mai mi è passato per la testa di “attaccare bottone” con Josè
senza avere prima la confidenza necessaria. Mou incrociò il
mio sguardo, posso dire con certezza che lo cercò. Mi
sorrise e mi fece l’occhiolino. Per me fu spiritoso e mi fece
capire che potevo prendermi quella confidenza che forse
non avrei mai cercato. Mi guardava su Youtube e mi
scriveva per dirmi se gli era piaciuta l’esultanza. Carismatico
e mai banale anche nel comunicare. Quell’anno l’ho vissuto
così, non ero lì solo con l’Inter, ma tifavo la MouInter.
Tifavo l’Inter, i miei colori nel cuore e prendevo le parti
della persona Josè contro tutti i suoi detrattori. Si perché ora
Mourinho è un mito ma fino ad aprile 2010 per molti era
solo “l’allenatore portoghese dell’Inter che se la tira”
Io sapevo bene che non era così ma avrebbero dovuto
essere i fatti a parlare. E parlarono. Ah dimenticavo, Josè mi
ha pure “azzoppato”. E’ successo durante un’amichevole tra
giornalisti e staff tecnico ad Appiano. Ricevo palla spalle alla
porta, Mou da dietro mi prende il ginocchio e mi mette giù.
Malissimo, fingo che non sia il nulla per fare il duro mi alzo
e corro verso la porta e incorno su un cross dalla destra.

Fuori, di poco. Mou apprezzò e dopo un’ora in sala stampa
sorridendo mi chiese scusa dicendomi che mi aveva
scambiato per un’altra persona. Era l’inizio, un buon inizio.
Di quell’anno conservo tutto. Ed è praticamente tutto
bellissimo.
Sognavo la Champions da sempre, come tutti i nerazzurri,
ma vincerla così – in quel modo, prendendoci tutto è solo
cosa da Inter. Noi siamo così, sappiamo cadere alla
stragrande, con stile e rumore, ma quando vinciamo lo
facciamo alla grandissima: TRIPLETE!
Ho avuto la fortuna di raccontarla quella finale, in diretta
dall’Arena di Milano, la casa storica dell’Inter prima di San
Siro , con la compagnia di 12000 persone urlanti, piene di
passione e gioia. Ancora: destino!
“Questa notte splendida darà i colori al nostro stemma: il
nero e l’azzurro sullo sfondo d’oro delle stelle, si chiamerà
Internazionale perché noi siamo fratelli del mondo”.
Muggiani non avrebbe potuto scegliere parole più adatte per
quella che poi sarebbe stata l’Inter nel mondo. La nostra
squadra ha carisma, fascino e bellezza. Non è mai scontata, è
pazza e non puoi non amarla. Ti può lasciare a piedi per
strada e scappare via ma quando pensi di essere perduto e di
odiarla ti viene a riprendere più bella che mai e tu non puoi
resisterle. E’ l’Inter e non poteva che essere uno come
Mourinho a regalarle la stagione più magica della sua storia.
Sono state tante parole, alcune utili, altre che passano e non
lasciano traccia. Ma, in fondo, è solo e semplicemente una
questione di cuore e di colori. Il nero e l’azzurro.

Filippo Tramontana

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