Perché Poltronieri era un gentleman. O forse un vecchio zio. Uno di quelli che arrivano a pranzo la domenica, e non dicono mai le parolacce.

Dunque, anche Poltronieri ci ha lasciato.
Aveva quasi novant’anni (pensa te), e per la mia generazione è stato, indiscutibilmente, la voce della Formula Uno.

Non so con quali criteri la Rai di allora scegliesse i suoi telecronisti: credo che, oltre ad una naturale competenza, si privilegiasse anche una certa signorilità. Un aplomb che stava a metà tra il gentleman inglese e lo zio buono che arriva la domenica e porta le paste fresche di pasticceria… E proprio questo era il tratto distintivo di Poltronieri, e di tanti suoi colleghi di allora; tipo il De Zan del ciclismo, il Martellini del calcio e il Paolo Rosi che faceva atletica e pugilato.

Poltronieri non era il nostro preferito, intendiamoci… Che già il cognome rimandava subito alla poltrona, e al sonnellino pomeridiano: con i Gran Premi che si correvano alle due del pomeriggio, in estate, e c’era gente che si addormentava della grossa dopo un paio di curve del giro di riscaldamento. E magari la tirava lunga fino alla bandiera a scacchi, cullati da Poltronieri e da quel “Vroom” delle automobili che tra il caldo e la digestione in atto risultavano più efficaci di una ninna nanna.

Era un po’ soporifero, quello si… Ma va detto che la Formula Uno non è mai stata (tranne rare eccezioni) uno spettacolo mozzafiato. E non lo era nemmeno a quei tempi lì.
C’erano (come ci sono adesso) scuderie nettamente superiori che facevano corsa a se: e quelle erano a volte la Ferrari, ma anche la Lotus di Andretti (nera, bellissima), la Williams di Alan Jones e persino la defunta Brabham di Piquet. La Mc Laren era un pacchetto di Marlboro con le ruote, e ricordo ancora la levataccia alle sei di mattina per il famoso “spareggio” del Fujiama tra Hunt e Niki Lauda, poi riproposto anche al cinematografo.

E ricordo anche una serie di nomi lontani: la Wolf, la Arrows, la Penske. E anche un’automobile arancione (la Surtees, forse) che aveva lo sponsor “Beta Utensili” e con la quale un tale Vittorio Brambilla trionfò in un Gran Premio memorabile, sotto il diluvio.
La “Ligier-Gitanes” e la Tyrrell a sei ruote, che non andava neanche a spingerla però era simpatica a vedersi. E la Renault. Che era gialla, bianca e nera e sembrava una madia di campagna, per quanto era antiestetica… Ma poi vinse tutto, perché fu la prima a utilizzare il motore “turbo”.
Era uno sport, quello raccontato da Poltronieri, ancora molto “artigianale” e poco “tecnologico”, nonostante la velocità. Dove gli incidenti erano spesso tragici e i piloti ci lasciavano la pelle: tipo Gilles Villeneuve, che era il nostro idolo assoluto, e quando morì (a Zolder, in Belgio) ci creò un vero e proprio trauma generazionale… Molto superiore a quello che vivemmo, anni dopo, con il grande Ayrton Senna.

Poltronieri raccontava quella Formula Uno.
Poi sono arrivati i computer e l’elettronica, e di meccanici ai box con l’imbuto per la benzina e la chiave di diciannove non se ne vedono più: fatalmente, anche le telecronache si sono fatte più “specializzate” e più coinvolgenti.
Lui, invece, non “sbracava” mai, legato a quello stile Rai tutta sobrietà e pochissima enfasi.
Si infiammò ad un memorabile duello ruota a ruota tra Renè Arnoux e Villeneuve che è entrato nella storia dell’automobilismo… Ma neanche troppo, a ripensarci.
Perché Poltronieri era un gentleman.
O forse un vecchio zio. Uno di quelli che arrivano a pranzo la domenica, e non dicono mai le parolacce.

Ti sia lieve la terra.