Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.

Oggi il grande Ricardo Zamora avrebbe compiuto gli anni.
Sarebbero stati Centosedici, fosse ancora vivo (!). Lo ha detto la Radio, due minuti fa.

In Spagna, Zamora è una leggenda, ma chi mastica un pochino di pallone sa che si parla di un personaggio straordinario: come straordinari ci sembrano adesso tutti i campioni degli anni venti o trenta, quando il football era ancora bambino e usciva ammantato di storie e leggende così candide e ingenue da sembrare le favole prima di addormentarsi.

Zamora era un portiere, che già di per sé è un ruolo magico. Forse, il più affascinante di tutti.
Mi metto nei panni di un appassionato dell’epoca e provo a immaginare come poteva arrivarmi, allora, l’immagine di uno Zamora (o di un Sindelar, di un Planicka, o dei fenomenali “forward” inglesi) senza l’ausilio della televisione. Con il solo filtro delle cronache dell’epoca, curate da favolosi giornalisti-letterati di stile quasi ottocentesco che descrivevano le partite con una prosa a metà strada tra D’Annunzio e le lapidi dei Caduti in guerra.

Le poche immagini che abbiamo (dai Cinegiornali Luce) ci fanno vedere buffi ometti in bianco e nero che corrono velocemente (per via della pellicola), azioni frammentate dove si capisce quasi niente di cosa succeda… Ma evidentemente bastavano per stuzzicare la fantasia della gente che proprio allora cominciava ad appassionarsi al calcio: non ancora popolare come il ciclismo, o la boxe, ma in procinto di diventarlo.
Un po’ perché l’Italia, in quegli anni, era una squadra formidabile (due Mondiali, un’Olimpiade e altri trofei Internazionali), molto perché i calciatori piacevano… O forse il segreto stava proprio nel fatto che erano così “lontani” e inarrivabili. Nessuno li vedeva, ma a leggere le loro gesta dovevano essere proprio gente degna del Prode Orlando e degli Eroi della “Chanson de Geste”.

Meazza, “Il Balilla”. Lo sfondareti “Piola”, e poi tutti i campioni stranieri: soprattutto i “Danubiani”, che insegnavano calcio a tutto il mondo, e gli Oriundi del Sudamerica come Orsi, Monti o Cesarini. Che giocavano nell’imbattibile Juve del quinquennio, ma la notte si davano un gran daffare anche nei “Tabarin”. O il grande Attila Sallustro, che a Napoli era tra i pochi a possedere un automobile, e una soubrette del Varietà finì anche per sposarla.

Ricardo Zamora pareva, all’epoca, l’equivalente di un mostro a tre teste. Circondato dall’aura mistica delle fantasie che arieggiavano intorno alle sue imprese e dal classico “basco” in testa (al quale nessun portiere, allora, rinunciava).
Fu il nostro incubo nel 1934, in quel Mondiale che Mussolini pretendeva vincere per innalzare al mondo “le glorie sportive dell’Italia risorta” (sic): e la Spagna (che ci toccò nei quarti di finale) si dimostrò un osso durissimo. Si giocò a Firenze, e più che una partita fu una mattanza, perché gli Spagnoli passarono in vantaggio e Zamora parò il possibile e l’impossibile… Per pareggiare fu necessario un “furto” di Ferrari, che tirò in rete mentre Meazza commetteva la più abominevole delle cariche sul portiere, impedendo di fatto l’intervento dell’imbattibile campione.
L’arbitro (assai casalingo) sorvolò, e concesse la segnatura.
Finì 1-1, e nella “ripetizione” del giorno successivo (i rigori non li avevano ancora inventati), Zamora non c’era più. Al suo posto, un certo Nogues, che ne prese misteriosamente il posto e non potè che inchinarsi al destro di Meazza, con il quale l’Italia vinse 1-0.

Si parlò di un infortunio. Cose mai chiarite del tutto.
Parlarono addirittura di una concitata telefonata notturna tra i Ministeri degli Esteri per “contrattare” l’assenza di quel fenomenale portiere in campo, all’indomani. E pare che la spuntò l’Italia, che aveva un po’ di grano in eccedenza e buoni addentellati con il Governo di Madrid (alle prese con notevoli beghe interne, peraltro).

Così, l’Italia vinse il suo Mondiale. Battendo anche la grande Austria, e poi la Cecoslovacchia in finale.
Di certo, quella partita con la Spagna resta ammantata nel mistero, ma anche grazie a quel mistero la fama del grande portiere crebbe a dismisura. E anche per questo, bastavano due immagini confuse di Cinegiornale, per dargli la dimensione di un eroe omerico.
Le leggende sportive nascevano così. .

Tanti auguri, allora.
Senor Zamora.