Dice che Gullit abbia scritto un libro.
E ieri sera, in tv, l’ha presentato, facendo un figurone.

Non faccio fatica a crederci.
Gullit è un bel personaggio… Lo era anche trent’anni fa, quando sbarcò al Milan con i suoi treccioloni alla Bob Marley.
“Abbiamo comprato un cantante”, osservò amaro il povero Edoardo, che dei calciatori aveva una concezione francescana, ed era rimasto a Schiaffino, che portava i capelli con la riga in mezzo.
Poi, se ne innamorò follemente anche lui: come tutti i tifosi del vecchio Milan, d’altronde, che grazie a Gullit vinsero tutto. E diventarono in pochi anni “la squadra più titolata al mondo”, dopo essere stata (con Buticchi e Duina, Colombo e Giussy Farina) quella più spiantata.
Gullit, di quel Milan spettacolare fu fin da subito il simbolo più immediato e riconoscibile… Perché non era solo “un cantante”. Era, invece, un fior di campione che sapeva fare il trascinatore; di quelli che se trovano la giornata ti vien voglia di scavalcare la rete per andare ad abbracciarlo.
Ricordo un derby dove, in coppia con Virdis, fece letteralmente a pezzi la pluridecorata difesa dell’Inter… E lo risolse con un destro squassante che se lo prende in faccia, Walter Zenga è un uomo morto.

Un Milan stellare che così stellare non si è più visto; nemmeno con gli “Invincibili” che vennero subito dopo. Capace di ridurre la finale di Coppa dei Campioni al rango di un’amichevole con la squadra allievi (perché tale fu il divario con la Steaua Bucarest). Un meccanismo che raggiunse la perfezione quando Sacchi si impuntò su Rijkaard, litigando forte con Berlusconi che spasimava per l’argentino Borghi.
Furono anni “da bere”, come la Milano di quegli anni da edonismo-reaganiano… Indissero anche un referendum per stabilire se fosse più forte Gullit o Maradona; che oggi sembrerebbe una barzelletta, ma all’epoca apparve un quesito assolutamente pertinente. Li invitarono entrambi, ospiti d’onore di una nota trasmissione tv, dove fecero diventare paonazzo Maurizio Mosca. Che aveva del calcio la stessa identica concezione del mio povero Edoardo, evidentemente: e rimproverava ad uno gli eccessi, e all’altro l’immagine troppo naif.

Talmente personaggio, Gullit, che quando andò a Tokyo per l’Intercontinentale le aperture dei telegiornali furono tutte per lui, come se il resto del Milan nemmeno esistesse.
Il fatto, poi, che la risolse l’umile Chicco Evani fu istruttivo: perché fece capire anche ai giapponesi che quella era si la squadra di Gullit, e poi di Baresi e Maldini, Donadoni e Ancelotti… Che avevano meno “look”, ma stessa classe.

Ma era un fenomeno Gullit, altrochè.
Lo vedemmo anche alla Samp, dove giocò solo un anno. Favoloso.
Boskov, che aveva la battuta facile, disse che era “come cervo che esce da foresta”, definizione geniale per quel calcio libero, potente e selvaggio, impossibile da rinchiudere in uno schema.
Per farlo tornare al Milan (con il quale si erano lasciati a pesci in faccia) bastò battere due monete insieme; un metodo che con gli olandesi funziona sempre. Ma finì male, perché ci trovò Capello, che (come e più di Sacchi) concepiva il calcio come una caserma prussiana. E Gullit non era tipo da caserme.

Lo stesso spirito selvaggio che lo fece fallire da tecnico, quando allenò Chelsea e Newcastle senza cavarci nulla.
“Il mio sarà un calcio sexy”, disse una volta alla BBC, e lì capii che l’allenatore non era mestiere suo… Perché un allenatore può anche vendere fumo e spararle grosse, ma solo a patto che la sua squadra vinca.
Altrimenti diventa una macchietta, anche per i suoi stessi tifosi (come infatti avvenne)… Il Professor Scoglio, invitato alla Domenica Sportiva, disse una volta tante e tali corbellerie da far drizzare i capelli; ma il suo Genoa andava bene, e anziché da matto, passò per un genio.

Gullit è comunque un bel personaggio.
E di personaggi, questo calcio ne ha un bisogno spasmodico.
Scommettiamo che gli arriva un’offerta dalla Cina?

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