Ho smesso di seguire il tennis da diversi anni.
E solo perché sono un provinciale.

Mi piaceva da matti negli anni 70 quando (sull’onda dei successi in Coppa Davis) ogni villetta che tiravano su in Valdichiana aveva accanto, immancabile, il campetto in terra battuta… Uno dei primissimi “status symbol” per dimostrare al mondo che la tua aziendina fatturava forte.
Noi andavamo in quello di Giulio Benvenuti, dell’omonimo mobilificio, ed era il tempo che ne spuntavano come funghi. E alle Amministrazioni Comunali, quello si chiedeva: il campo da tennis. Piscine, palazzetti e piste ciclabili venivano molto dopo. E il calcetto non l’avevano ancora inventato.

Poi, quella stagione si chiuse.
Gli Italiani non vincevano più, e pure i mobilifici entrarono in crisi.
Soprattutto, si ebbe la netta sensazione di uno sport che (prima degli altri) stava cambiando pelle, e diventava qualcosa che riguardava gli arrotini, e non più i campioni… Totalmente diverso dai ricamini di Panatta; e capimmo che non ci sarebbe stato più spazio per l’argentino Vilas e Nastase, il romeno matto. Per Gerulaitis, che faceva le quattro al night club prima di una finale, e per Bertolucci, che aveva il fisico di un oste, e nonostante quello era un doppista tra i migliori in circolazione.
Ivan Lendl fu il primo a inaugurare la saga degli atleti bionici… Poi, Becker, Courier e tutti gli altri; a convincerci che non c’era più trippa per gatti, e anche un onesto terzo categoria era nessuno senza il fisico di un frigorifero e una battuta non inferiore ai 160 orari.

Federer, in questo, è un “unicum”.
E non solo per aver riportato il gioco all’interno di un concetto estetico, elevandolo ad una questione di stile, e non solo di potenza belluina. Ma anche perché, alle qualità tecniche, si allega una concezione “totale” dell’essere campione. Che comprende la durata nel tempo, il fair play, la lealtà e il rispetto.

E’ un divo, Federer. Ed ha l’ammirazione incondizionata anche di chi è tifoso di qualcun altro. Perché in lui vi si riconosce il talento divino; quello che bacia in fronte uno su un miliardo. E con quel talento sconfigge gli armadi, alcuni dei quali costruiti in laboratorio con gli steroidi e gli anabolizzanti (oh, yes)… Perché il tennis è si roba “da gesti bianchi” (felice definizione di Gianni Clerici) ma ci girano un sacco di soldi e di scommesse anche lì… E quando si alza la botola, scopriamo lo stesso verminaio che esiste nel calcio.

Federer è campione, e anche artista.
E lo è a velocità folle, come capiscono anche quelli che di tennis ne masticano pochino. Con la capacità di prendere la decisione giusta in una frazione di secondo: lì un passante, lì una demi-voleè, là un rovescio…. Inoltrarsi in un mondo di arrotini, dove tutto è relegato ai muscoli e all’istinto. E vincere, aggiungendovi l’arte.

E poi, c’è questa vittoria di Melbourne.
Dove abbiamo fatto tutti il tifo per lui.
Perché non c’è niente di più struggente, nello sport, del declino dell’eroe…Solo il Grande Torino non fece in tempo ad appassire; e che malinconia, invece, applaudire Coppi e Bartali che si sfiniscono per un ventesimo posto.
Ettore fu sconfitto da Achille, che poi fece scempio del suo cadavere trascinandolo sotto le mura di Troia.
Federer, invece, è ancora lì: è l’artista che non vuol morire, e ci procura il piacere di delibare quei “gesti bianchi” che sono andati irrimediabilmente perduti. E che erano molto più facili, alla velocità di prima; quando il mondo (non solo il tennis) viaggiava a velocità più umane.

Ma il bello è proprio quello

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