Il Netzer di Quezzi.
Come calciatore, me lo ricordo abbastanza bene.

Laddove Quezzi è un quartiere di Genova. E Netzer è Netzer, ovvero uno dei calciatori tedeschi più bravi degli anni 70.
Anni immaginifici. Di grandi sogni, e di soprannomi un po’ larghi: come Tosetto, che era “il Keegan della Brianza”. Montefusco, “il Rivelino di Napoli” per finire ad Improta, nientemeno che “Il Pelè bianco”.

La vicenda è nota, e ha fatto il giro dei social network, notoriamente molto golosi di storie del genere: Enrico Nicolini è nello staff di Mandorlini, e come suo vice allenatore lo segue da anni. E’ stato il suo secondo in Romania ed insieme hanno vissuto anni importanti a Verona, sponda Hellas.
Poi, quando si è trattato di accasarsi al Genoa, il “Nick” ha fatto un passo indietro. E ha detto “no grazie”.
Inopinatamente.
E lo ha detto in omaggio ad una regola semplice, ma concreta.
Enrico Nicolini è Sampdoriano.
Lo è sempre stato. E’ lì che batte da sempre il suo cuore di tifoso, che pesa quanto quello del professionista. Ed il suo “no, grazie” è un no “di pancia”… Perché è pur vero che lavorare bisogna, ma esiste anche un principio: e Sandokan non si arruola nelle Guardie Inglesi. Così come James Bond non si mette al servizio della Spectre.

Sono cose che colpiscono. E chiamano in causa parole alle quali il football ci ha un po’ disabituato: “Senso di appartenenza”, tanto per cominciare. Che è un concetto ancestrale che si richiama alla “tribù” e scomoda addirittura l’antropologia… Ma che, se ci pensiamo bene, è l’unica vera molla del tifoso che si sobbarca venti ore sull’autobus Bisceglie-Torino per vedere la Juve folleggiare contro il Chievo. E Sturaro che alza appena la manina per salutarti, a cento metri di distanza, protetto da un cordone di dieci guardie del corpo.
E’ il “senso di appartenenza” il vero motore di una passione come questa: il “gruppo”, la “tribù”… La stessa che ci infiammava, da piccoli, quando il terzino avversario picchiava Fulvio, e allora sui calci d’angolo partiva Giampiero Mariottini, e rendeva la pariglia, spesso con ingenti interessi.

Perché il calciatore non deve essere solo bravo (anche perché di bravi ce ne sono pochi). Deve essere, come dicono a Roma, “uno che ce tiene”: e quando scende in campo, sà di dovere qualcosa alla maglia che indossa e alla gente che va ad incitarlo. E quella gente ha le sue dinamiche, proprio come una tribù; ha i suoi riti, i suoi segni di riconoscimento e talvolta anche un’avversaria da combattere, che ne vivifica e ne accresce quel senso di appartenenza, come accade al Palio di Siena, per esempio.
Dice: “Eh, ma mica sono queste le cose che contano…”.
E’ vero. Il calcio, alla fine, è soltanto un bellissimo spreco di tempo, come il titolo di quella famosa canzone. Però, lì dentro si vedono ugualmente tante cose, e anche all’interno di un campo da gioco, o di uno spogliatoio, riconosci subito il leader e il gregario. Quello che tira il gruppo e quello che sta sulle balle a tutti: quello che puoi contarci fino alla fine, e quello che ti mollerà alla prima occasione.

A me, il gesto di Nicolini ha emozionato molto.
E mi avrebbe emozionato anche se fossi stato tifoso del Foggia o dell’Atalanta. Della Billy Milano o del Ceci Noceto Rugby. E ha emozionato persino i tifosi del Genoa.
Per un semplice motivo: con quel gesto, il “Nick” si è messo sul nostro piano. E’ diventato “uno di noi”, nel senso più autentico: quello che descrisse Conrad in quel fantastico romanzo che è “Lord Jim”.
E questo “uno di noi” chiama in causa parole come “onore”, “rispetto”, “cavalleria”, e tutta quella roba un po’ demodè che costituiscono la vera essenza della gente che ama il football.

“Lei è un esempio”, ho scritto a Enrico Nicolini su facebook.
Chissà se mi risponderà…

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