E poi, noi a Scirea dobbiamo pur qualcosa. Gli dobbiamo i Mondiali dell’82, tanto per cominciare.

Scirea giocava sorridendo.
Gli abbiamo voluto bene anche per quello.

E sorridendo, ci costringeva ad andare oltre gli steccati e gli istinti che il football costruisce intorno a sé stesso, e che ne costituiscono la sua essenza primordiale.
Scirea era un campione “trasversale”.
E di fronte a quel sorriso, si sbriciolava la corazza del più bieco e irriducibile dei tifosi: che, infatti, non poteva che applaudire… Un trattamento inusuale, che in Italia (patria del campanile) è stato riservato a pochissimi. Penso a Gigi Riva, e a Robi Baggio.
Non a caso, i più bravi di tutti.

Scirea giocava “libero”. E ai miei tempi, di “liberi” fenomenali ce n’erano due: Beckenbauer e Ruud Krol.
Kaiser Franz era il migliore… Il calciatore tedesco più forte di sempre, che quando scendeva in campo avvertivi tutta la solennità della Germania. Ed era come ascoltare tutto il repertorio di Bach, Beethoven e Wagner in soli novanta minuti.
Krol era un angelo biondo, con l’aureola della grande Olanda, che allora giocava meglio di tutti; favoloso atleta che quando arrivò a Napoli, già vecchio, rovesciò come un calzino una squadra appena decente e per poco non gli fa vincere lo scudetto.

Scirea era meno “bionico”.
Però, era più uomo. Giocava un calcio semplice, e intelligente. Quindi, più raffinato.
In più, segnava molto per essere un difensore: bontà di un senso tattico che ne faceva (già allora) un calciatore modernissimo. E bello a vedersi, per classe ed eleganza.

Fino all’arrivo di Franco Baresi, che di Scirea era addirittura più efficace, ma anche più “cattivo”. E comunque apparteneva ad un calcio che si era già incamminato nella sua fase scientifica, con il pressing, le diagonali e il fuorigioco sistematico.
Mi ricordo un “Ti rompo il c…” con gli occhi di fuori, urlato in faccia (e in eurovisione) ad Abedì Pelè del Marsiglia.
Di Scirea ricordo volentieri la signorilità, e la calma olimpionica. Soprattutto in quei derby anni 70 con il Toro, che erano scontri feroci: partite durissime tra gente che si detestava e dove ci scappava sempre la rissa (una volta Giagnoni mollò addirittura un ceffone a Causio).
E proprio quelle erano le partite di Scirea. Che sapeva dominarle con il sorriso, risultando invariabilmente il migliore in campo.

E poi, noi a Scirea dobbiamo pur qualcosa.
Gli dobbiamo i Mondiali dell’82, tanto per cominciare.
A lui, che fu tra i più bravi della squadra più bella della nostra vita. In quell’estate che non fu solo vincere un Mondiale; ma fu qualcosa che ancora adesso è difficile da spiegare.
Dove ognuno di noi ebbe netta la percezione che si stava compiendo qualcosa di unico e irripetibile.
E che quegli attimi, ce li saremmo portati dentro per sempre.

Perché il nostro orologio biologico, comunque la si voglia guardare, si è fermato lì: alla parata di Zoff al 90° e al ghigno di Stielike su Oriali. E all’urlo di Tardelli che segna il 2-0, liberato al tiro da Scirea.
Con un colpo di tacco, pensa te.

Perché Scirea si, che era un campione.