Volevo vedere la semifinale di Fognini, venerdi sera.
Peccato che mi abbiano fregato i tempi.
Ero a Sinalunga, mentre i due contendenti stavano effettuando il riscaldamento…
Quando sono arrivato a Petroio (10 chilometri scarsi), Nadal aveva già vinto il primo set.

Così, ho lasciato perdere.
Ma chi l’ha vista tutta mi ha poi confidato di aver avuto, fin dai primi scambi, una netta impressione: e cioè che quella partita, Fognini l’avrebbe persa.
Perché a Nadal riusciva tutto facile, se non naturale. Mentre ogni (raro) punto dell’Italiano necessitava di una faticosa, estenuante “lavorazione” che ne fiaccava le energie fisiche e psicologiche.

Giungo alla conclusione che anche Fognini abbia il destino segnato: ovvero, quello di un discreto tennista che in carriera non vincerà un bel niente… Seguendo lo stesso copione di tutti i suoi colleghi italiani da quarant’anni in qua, capaci solo di qualche estemporaneo “momento eroico” (un quarto di finale, una semifinale al massimo) buono giusto per movimentare le aperture dei notiziari sportivi.

Non vinciamo mai, insomma. E non ci andiamo nemmeno vicino.
Il motivo, non saprei dirvelo… Non sono né un intenditore, né un appassionato di tennis. Mi pare di cogliere, quello si, non solo l’effettiva mancanza di grandi talenti, ma anche l’incapacità di superare quei limiti mentali che fanno la differenza tra chi è capace di vincere e chi, invece, non vincerà mai.

“I gol? Li fa chi è abituato a farli”, mi diceva un vecchio (e saggio) Direttore Sportivo.
Ed era una parabola calcistica per sottolineare come la differenza abiti anche nel saper rendere “banale” una prodezza; nel saper gestire a proprio favore le situazioni decisive del gioco, e propendere sempre per la decisione giusta, quando arriva il momento topico.
Romeo Benetti mi raccontò che ogni tanto lo invitavano alle partite delle “vecchie glorie”; quelle cose un po’ tristi dove partecipano ex-calciatori ormai ingrassati e quasi senza capelli. E mi diceva che, alla fine, segnavano sempre o Altafini o Bettega, anche se non si muovevano più… “Perché fare gol è una cosa difficile –concludeva- ma per loro diventava una roba semplice. Quasi naturale. Era come se ce l’avessero dentro”.

Questo, temo, sia uno dei motivi della sconfitta di Fognini.
Che non siamo buoni a vincere. E quando capita l’occasione, è come se ci mancasse il fiato; spesso subentra addirittura quella logica di appagamento inconscio che poi si traduce, fatalmente, nel fastidiosissimo “grazie lo stesso”, elargito di solito dai giornali più benevoli.
“Grazie lo stesso”, quando si perde ai calci di rigore, per un arbitraggio sfavorevole o per una foratura all’ultimo chilometro.
O la Nazionale italiana di rugby; che a forza di salutare con un “grazie lo stesso” ogni sconfitta con i “maestri” inglesi (o Irlandesi, o Francesi, o Gallesi), la gente si è accorta che non eravamo capaci di vincerne una… E perdiamo secco anche con Samoa e le Isole Figi, che avranno pure una grande tradizione. Ma anche meno abitanti di una città come Bologna.

“Sono comunque soddisfatto- ha dichiarato Fognini dopo la sconfitta- Adesso non vedo l’ora di riabbracciare Flavia”.
E mentre la riabbracciava (e te credo, visto che la Pennetta è una donna bellissima), un tal Roger Federer vinceva il suo milionesimo torneo, battendo in finale proprio quel Nadal che ci era apparso irresistibile.

Grazie lo stesso, Fognini.

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