Era un piccolo artista, Gilles Villeneuve.

Ogni tanto mi fermo a guardarlo in un programma che va in onda sulle reti Sky e che si chiama “F1 Retro”.
Che, più di altri, ci dà la misura di quanto abbia camminato il mondo negli ultimi trenta, quarant’anni. In termini di velocità, di tecnologia e di tutto il resto.
Compresa l’informazione, naturalmente.

Perché quando morì Gilles, per esempio, noi si seppe dal telegiornale delle due; quello del secondo canale, condotto (probabilmente) da Mario Pastore.
Non c’erano le dirette delle prove libere, allora. E nemmeno i “Race Anatomy”, l’interattività e tutto il resto.

C’erano i piloti che morivano come mosche, invece… Almeno uno, se non due all’anno.
Una roulette russa.
E se vedi “F1 Retro” capisci anche il perché: monoposto che erano piccole casse da morto, criteri di sicurezza inesistenti, il pubblico a due metri dalle automobili che sfrecciavano. Addirittura i pericolosissimi guard-rail a bordo pista, uguali a quelli che mettevano sulla Cassia e sull’Aurelia.

E Gilles, ci rimise la pelle.
Perché era il più coraggioso di tutti. E, tra i piloti di allora, il più ingenuo, e il meno calcolatore.
Non il più vincente, intendiamoci. Perché Villeneuve, alla fine, vinse pochissimo: sei Gran Premi su settanta. E due Pole Position.
Cifre modeste.
Eppure, ci piaceva anche per quello… Forse perché vivevamo un’epoca, come lui, un po’ “naif”. Non ancora pronta a recepire l’idea della vittoria ad ogni costo: e dove anche il secondo valeva un poster in camera.

Così, quel Canadese piccolino che ci metteva il cuore, seppe emozionarci.
Andando oltre il limite di una Ferrari buona, ma non buonissima. Che ai tempi di Villeneuve arrivava dietro alla Williams di Alan Jones e alla Brabham di Piquet.
E anche alla Lotus, la macchina più bella mai vista nelle corse. Perché era nera come la Bat-Mobile, bordata in oro ed il logo “John Player Special” sulla scocca.
Così bella che chi aveva un pacchetto di quelle sigarette, le custodiva come un francobollo raro… Salvo poi avvilirsi quando arrivava il Cecca (che era più grande, e quindi poteva fumare in pubblico) e ci gelava: “Ohè… Sono più cattive delle MS”.

Cambiando la Formula Uno, sono cambiati anche i piloti.
Che, da Schumi in poi, sono diventati dei fantastici computer: creando un tutt’uno con la tecnologia iperspaziale della quale dispongono.
Ma dovessi paragonare lontanamente Gilles ad uno di adesso, direi Verstappen. Il ragazzo della Red Bull che ogni volta ti dà l’impressione di metterci un centimetro in più degli altri.
Villeneuve, quel centimetro lo faceva diventare un metro.
Aveva addosso una ribalderia selvaggia e non arginabile: quell’istinto per il duello ruota a ruota e per la staccata oltre il limite che nelle auto si è quasi perduta, e che resiste invece negli acrobati delle Moto GP.
Ricordo un suo duello memorabile con Arnoux della Renault, con due giri da suicidio: una lotta senza quartiere tra due piloti che si contendevano… il quarto posto (!).

E questo rendeva Gilles un campione speciale.
Soprattutto se filtrato con le lenti di adesso, dove la strategia del muretto box calcola in tempo reale il consumo benzina e la convenienza in millesimi tra le soft e le ultrasoft.
“Uffa, ‘sta safety car… Villeneuve gli sarebbe montato sopra”, disse lo sconsolato Marcello assistendo ad uno dei (tanti) noiosi Gran Premi di adesso.

“Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra. La terra si scosse, le rocce si spezzarono”.
E’ un passo del Vangelo di Matteo.
Ed è esattamente ciò che provai quando il secondo canale, quel pomeriggio, dette la notizia della morte di Gilles.

Ci vollero dieci anni prima che tornassi a rivedere un Gran Premio.

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