“I bravi cercano la palla. I coglioni cercano l’uomo… E qualche volta, gli fanno del male”. Se a qualcuno Glik è piaciuto, affari loro.

C’è una teatralità, negli stadi, che può piacere o non piacere.
A me il Cholo Simeone, dopo un po’, stucca.

Mi succede, più o meno, dopo la quarta volta (in dieci minuti) che alza le braccia e incita il Vicente Caderon ad aumentare i decibel del tifo.
All’inizio, mi piace.
Poi, ci vedo la recita di un copione.
Come il mio adorato Quagliarella, che trattiene l’esultanza quando segna alle sue ex squadre. E ne ha girate così tante che ad ogni gol segnato, deve star lì a pensare il dà farsi.

Del football mi piace l’aspetto romantico (of course) e l’istinto che vi si sprigiona. Però, come il Cholo, anche i Materazzi, i Di Canio o i Gattuso non mi incantano più… Quelli, insomma, che al loro ruolo di “Defensor Fidei” tenevano molto, con atteggiamenti sotto la curva ai limiti dell’isteria.
Con tutta la popolarità spicciola che ne derivava e che (dicono i malpensanti) veniva messa sul piatto al momento di ridiscutere l’ingaggio.

Il tifoso, d’altronde, spasima per questo. Nella sua immaginazione, tende ad identificare il campione con se stesso, e la propria passione.
Per questo, la carognata di Glik a qualcuno è persino piaciuta.
Perché, evidentemente, vi si è visto il gesto orgoglioso del vindice che fa giustizia contro i (pre)potenti. Per quel singolare sillogismo che una pedata ad un calciatore della Juve va sempre a buon segno. E spesso vale doppio (almeno nell’aritmetica degli allocchi).

Ora, è abbastanza evidente che il popolo torinista abbia caratteristiche e dinamiche tutte particolari. E che poche tifoserie raggiungano quel livello di identificazione con una maglia (e una storia leggendaria) così esclusivo e totalizzante.
Però, si potrebbe dire che se Glik si sentiva così tanto granata nell’anima, beh… Poteva rimanerci. E in nome di quel sentimento, rinunciare all’ingaggio doppio che gli ha offerto il Monaco.

Invece, ha fatto solo una brutta figura. In mondovisione, peraltro.
La stessa che fece Paolo Montero a Manchester 2003, quando Lippi lo piazzò sulle piste di Sheva con la chiara consegna di renderlo innocuo.
E ne uscì una marcatura intimidatoria che Mario Parri, nella sua saggezza, sintetizzò così: “Ha giocato nel ruolo di sicario… Come succede al torneo di Farnetella.”.

Se a qualcuno Glik è piaciuto, affari loro.
A me ha fatto venire in mente il povero Franco Pavolucci, che negli anni 50-60 aveva giocato da centromediano a buoni livelli, e da quel football un po’ naif ne aveva saputo trarre squisite regole di vita.
“I difensori si dividono in due categorie” –diceva- “i difensori bravi e i difensori coglioni” (diceva proprio così).
“E come si fa a riconoscerli?” gli chiedevo.
“I bravi cercano la palla. I coglioni cercano l’uomo… E qualche volta, gli fanno del male”.

Non ho mai trovato sintesi più efficace per descrivere il gioco del calcio.