Andremo pure verso la tecnologia, la Var e le riprese televisive in ultra HD. Verso gli stadi super tecnologici ed i biglietti online.

Eppure, quando avvertiamo nell’aria qualcosa che profuma d’antico, è come se arrivasse una boccata d’ossigeno.
E’ il paradosso del football, e forse anche la sua vera essenza.
Ovvero, il fascino che sprigiona una tradizione; quello che lo rende unico e assolutamente inimitabile… Il bastione di difesa sul quale ripiegare di fronte all’avanzata imperiosa degli sceicchi, dei Cinesi e dei magnati del gas.

La Spal, per esempio, ha sapore addirittura ottocentesco: a cominciare da quell’acronimo (Società Polisportiva Ars et Labor) che ci rimanda a quando le società sportive si prendevano molto sul serio: loro, e la missione alla quale tendevano, che non era solo esercizi di ginnastica, pedate ad una palla o tirare di scherma. Piuttosto, un apostolato fisico-spirituale in grado di elevare l’individuo, e il suo ruolo nella società… Per questo si chiamavano “Mens Sana”, “Pro Patria”, “Virtus” eccetera.

Un profumo ottocentesco, per non dire Rinascimentale. Se è vero (come dicono) che il biancoceleste della Spal fu un gentile omaggio alla famiglia Este, e all’araldica di quella casata che fece di Ferrara un Ducato modello per civiltà, gusto e raffinatezza… Gente che se decideva di imbiancare casa, non scendeva sotto Raffaello, o Tiziano.

La Spal, negli anni cinquanta-sessanta, era una specie di Atalanta “ante-litteram”: lanciava giovani calciatori, li valorizzava e con quelli guadagnava i soldi necessari per affrontare il campionato successivo; una virtuosa Catena di Sant’Antonio che li tenne in serie A per quindici anni (dal ’53 al ’68). La guidava Paolone Mazza; uno di quei “padri-padroni” che nel calcio hanno sempre avuto diritto di cittadinanza… Personaggi che stavano a metà strada tra il bottegaio e il talent-scout: se non addirittura del “fattore”, ai tempi della mezzadria. Gente, comunque, con un gran senso degli affari e l’occhio lungo… Talmente lungo che in quegli anni non c’era giovane promettente che la piccola Spal non avesse visionato prima degli altri.

Un giorno andarono anche a Pieris (in Friuli) per convincere il papà di un certo Fabio Capello a firmare il primo contratto da professionista del figlio, che si diceva assai promettente.
Cosa che quel galantuomo (maestro di scuola elementare) fece con estrema riluttanza, perché nella mentalità dell’epoca lo status del calciatore stava parecchio sotto quello del ragioniere o dell’impiegato del comune… E un filino sopra il cantante del Tabarin e la ballerina del Varietà.
Il vecchio maestro Capello, invece, era uomo all’antica: così, quando una settimana dopo arrivarono gli emissari dell’Inter che proponevano un ingaggio raddoppiato, non stette a pensarci due volte: “Mi dispiace” –li congedò- “Ho appena stretto la mano a due vostri colleghi. E la stretta di mano è sacra ”.

Roba ottocentesca.
Come la Spal.
Per la quale (il prossimo anno) faremo tutti il tifo.

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