C’era uno scrittore (Graham Greene, mi sembra) che lo chiamava “Il Fattore Umano”.
Ci scrisse sù anche un romanzo di successo: che diceva, più o meno, come al di là dei calcoli, alla fine dei conti si trova sempre l’uomo.
L’uomo con il suo carattere, i suoi stati d’animo, le sue debolezze ed i suoi istinti.
E quasi sempre sono quelli a determinare il corso della storia.
O di una storia.

Il ciclista Tom Domoulin ci insegna che si può perdere un Giro d’Italia, per un “Fattore Umano” del genere. Anzi, verrebbe da dire per il “Fattore” più “Umano” che esista.

La scena è stata immortalata per qualche secondo dalle telecamere RAI: poi il regista (impietosito) ha cambiato inquadratura.
Una scena capitata ad ognuno di noi, almeno una volta nella vita: quando siamo a cercar funghi, a fare una passeggiata nei boschi, ad accompagnare il cane o robe del genere… Arriva lo stimolo, tiri giù le mutande e via andare.
E’ uno di quei momenti nei quali più ti senti in sintonia con la natura ed il mondo intero: il povero Ottorino, addirittura, non esitava ad inserirlo tra i primi quattro-cinque veri piaceri della vita.

Che poi, lo sport non è mica nuovo a certi “incidenti”.
Il ciclismo, per esempio, è pieno zeppo di piccoli particolari che possono decidere una grande corsa: ricordo parecchie Classiche dove i favoriti sono andati kappaò a causa di un tifoso che si sbraccia troppo, o di una moto-staffetta che sterza incautamente. E il grande Louison Bobet, dicono, perse financo un Tour de France per una tavoletta di cioccolato che gli procurò una fastidiosissima emorroide.
Più prosaicamente, Luca Vialli ha recentemente raccontato di un suo bisogno impellente prima dei supplementari di una finale di Coppa Italia: “Ti se propi un mona”, gli disse ridendo l’arbitro Agnolin. Che prolungò l’intervallo per aspettarlo.
A Luigione Ganna, i perfidi Francesi dei primi anni del secolo mettevano il guttalax nello zabaione, e ricordo una tappa a cronometro fine anni 70 che costò il Giro d’Italia a Francesco Moser.
Tutti aspettavano il grande campione trentino, e questi non arrivava mai… L’imbarazzo di Adriano De Zan toccò il diapason: “Pregherei adesso la regia di inquadrare Moser, impegnato nella rincorsa…”.
Ma la regia non riuscì nell’intento: perché Moser era impegnato in tutt’altro genere di rincorsa, dietro un pagliaio al ciglio della strada.
E quel Giro, alla fine, lo vinse Pollentier. O De Muynck. O chissà chi.

Dicono che Domoulin (che ha comunque mantenuto la maglia rosa) si sia parecchio lagnato degli avversari. Che hanno contravvenuto, secondo lui, a quello scrupolo cavalleresco proprio di tutti gli sport, e che impone di abbassare le armi quando un rivale è fuori combattimento.

La risatina è d’obbligo, in questi casi. Ed anche la constatazione che il “Fattore Umano” ha sempre il suo peso specifico.
In un mondo fatto di statistiche, calcoli al computer ed algoritmi, pensare che una vittoria (o una sconfitta) possa essere decisa da una cagatina dell’ultimo momento, è persino consolante.

Però, adesso, tocca fare il tifo per Domoulin.

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