La mancata tragedia di Torino, sabato scorso, mi ha fatto riflettere. Sull’importanza delle parole, anche.

La mancata tragedia di Torino, sabato scorso, mi ha fatto riflettere.
Sull’importanza delle parole, anche.

E soprattutto sulla parola “ignoranza”, che sui social pare andare molto di moda, adesso.
Per quello che ho capito, la parola si applica in maniera vezzosa, e spesso addirittura elogiativa. Ad un cantante, un calciatore o a chiunque assuma atteggiamenti ridicoli, spesso imbarazzanti (talvolta persino violenti), purchè ottengano la curiosità del web.
L’atteggiamento dell “ignorante”, in soldoni, si può riassumere così: un’indifferenza abbastanza evidente e il più totale menefreghismo verso le regole, e il prossimo che ti sta accanto.

Tempo fa, questi erano gli atteggiamenti degli ultimi della fila.
Quelli che non riuscivano in niente, e pur di ottenere il loro minuto di notorietà si specializzavano in qualcosa di particolare: il rutto più lungo, per esempio. O la bestemmia più articolata… Avevo un amico che imitava perfettamente il rumore di una Vespa 50 truccata.
Era un portento.
Però, non sapeva fare altro.

Oggi, anche lui sarebbe un “ignorante”, e chissà quanti mipiace raccoglierebbe su Facebook, con quelle prodezze.
Perché le parole sono evidentemente poco importanti: come quel delinquente (e sottolineo delinquente) che butta un petardo in una piazza gremita e ne manda duecento all’ospedale.
E può tranquillamente passare per “ignorante”, che è una roba da scappellotto e da pacca sulla spalla, alla fine… Quasi da raccontare al Pub, tra gli amici, dopo la settima birra della serata.
O come quel giovane che un bel giorno ammazzò entrambi i genitori e poi, nel memoriale di difesa, si disse pentito per aver commesso “una cazzata”.
Fortuna che il giudice, in quel caso, non si lasciò incantare, e fece capire in sede di giudizio la sottile differenza tra una “cazzata” e lo scannare il babbo e la mamma. E comminò l’ergastolo.

Le parole sono importanti, dicevo.
Io ho visto gente elevare a stile di vita l’eleganza, e la classe. Cercare di educare il gusto, e la raffinatezza. Cose che, messe tutte in fila, componevano un bagaglio di charme a volte irresistibile; e facevano diventare interessante, con quell’uomo o quella donna, qualsiasi tipo di conversazione o frequentazione.
L’ignoranza, invece, non l’ho mai trovata attraente.
E tantomeno la sciatteria… Ammetto di perdermi qualcosa, ma forse è un mio difetto.
Che poi, intendiamoci, non sarebbe il mondo ideale nemmeno quello. Magari, addirittura di una noia mortale: tutti bellini, profumati, colti ed educati ad Oxford… E quindi varrebbe la pena, talvolta, aprire un credito anche all’irruenza, se non alla prepotenza.
Alla prepotenza, dico.
Ma non alla cretineria.

Rimango stupito che ancora non abbiano beccato quel ( o quei) delinquente di sabato sera. Non dovrebbe essere difficile, in fondo.
Quando succederà, auspico una pena “ignorante”.
Che non è la galera, per carità… Dove uno entra “ignorante” e finisce per uscire assassino.
Semmai, qualcosa di più faticoso, e sporco. Un lavoraccio, magari. Con colleghi antipatici, padroni cattivi e che la sera si torna a casa stanchi e avviliti. E quando la mattina (presto) suona la sveglia, si ricomincia daccapo. All’infinito.

Che poi è quello che fanno quotidianamente milioni di persone. E lo fanno proprio per elevare se stessi, e la propria famiglia, dall “ignoranza”.

Pensa te.