I convegni sono, talvolta, di una noia terrificante.
Quello organizzato sabato mattina da Roberto, e dal Comune di Trequanda, ha fatto eccezione. Anche se è durato molto, e alla fine faceva un caldo da sceicchi.

Si è parlato di “turismo emozionale”; e di “albergo diffuso”, che di questo turismo emozionale pare essere l’applicazione più immediata e concreta.
Ho sorriso, mentre gli ottimi relatori usavano, più o meno, le stesse parole e gli identici concetti che adoperammo con il mio amico Diego Mancuso alcuni anni fa, durante una trasmissione sul Bravio.
Non si sapeva ancora niente del “turismo emozionale”, ma il concetto era quello: ovvero, la ricerca (da parte del turista) non solo e non tanto dell’affresco del Trecento, o del Palazzo Rinascimentale.
Bensì di un’immersione “sensoriale”. Con la gente, e tra la gente…. Una nuova frontiera, che potrebbe risultare importante anche in termini di occupazione e sviluppo.
Ma non ho potuto esimermi dal fare questa piccola riflessione: quando eravamo un paese, c’era un sacco di lavoro. E non c’era bisogno del turismo.
Adesso che il lavoro scarseggia, vorremmo il turismo.
Ma non abbiamo più il paese.

O, almeno, il paese come lo intendono quelli del “turismo emozionale”, e tutti i potenziali visitatori che considerano la Toscana il luogo più desiderabile del mondo: per cipressi e colline, per il cibo e per tutte quelle cose che potremmo riassumere nel cosiddetto “Tuscany way of life”.
Cerco di interpretarne il senso, e quello che mi viene in mente è un posto dove ci si conosce tutti e la sera si va in piazza. Dove si mangia ribollita, si beve buon vino e c’è sempre un vecchietto che siede capotavola. Soprattutto, dove si ha un concetto abbastanza rispettoso del prossimo, e di tutto quello che gira intorno. E si sta volentieri insieme.
Dove per la via si saluta l’oste e il fabbro, sempre sorridenti. Il fornaio con i baffi e persino gente che non si vede più da decenni, come il ciabattino, o lo spazzacamino.
Una via di mezzo tra Hansel e Gretel, con le casette in marzapane, il villaggio degli Hobbit e certe atmosfere dei film di Pieraccioni.

Ora, se qualcuno ha davvero questa idea di “Tuscany way of life”, temo vada irrimediabilmente fuori giri. Al di là di quanto “emozionale” possa essere il turismo.
Perché oltre questa iconografia molto suggestiva (che fa il pari con la “’oha’ola’onla’annuccia’orta”, mai sentito pronunciare da nessuno), si evince piuttosto come il mondo abbia massificato anche noi, in quel senso… E si rischia di offrire, più che un ”emozione”, un suo surrogato fatto di cartapesta, come le scenografie di Ben Hur.
Perché anche nel “Tuscany way of life”, in piazza si va sempre più di rado e i ciabattini non esistono più. E si ha con il prossimo un rapporto più diffidenza che amicizia. Che sfocia talvolta in invidia, prevaricazione, aperta ostilità.
E che anche qui, come ovunque, si guarda ormai un sacco di televisione e non si alzano più gli occhi dallo smartphone. Si mangiano prodotti surgelati, si fa la fila al supermercato, siamo incazzosi, indaffarati, ipertesi e non vediamo l’ora di arrivare a sera per sdraiarci sul divano.

I ragazzi che hanno partecipato al convegno di sabato, però, erano positivi. E di questo ne sono contento.
E dico, addirittura, che se questa nuova frontiera riuscisse a farci recuperare, anche solo in parte, un pezzettino di quel vivere che tanto ci rendeva unici, beh… Quello si che sarebbe “turismo emozionale”.
E capire che la qualità di un paesaggio è la sua gente, e non solo tramonti mozzafiato e cipressi solitari.

Anche solo ripartire da lì, sarebbe una gran bella vittoria.

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