Vista dal di dentro, una festa paesana è una specie di termometro.
Serve a valutare lo stato di salute di una comunità: la sua energia e il suo affiatamento. Il grado di disponibilità e di altruismo che i suoi abitanti mettono sul terreno, regalando un po’ di sé stessi al prossimo e ad una causa comune.

La prova che hanno dato i Castellini nei “Borghi in Festa”, per esempio, e i miei fratelli Petroiani nella Corrida è stata assolutamente incoraggiante. Trattandosi di paesi piccoli, i numeri sono scarsi, e i protagonisti quasi sempre gli stessi: come gli aerei di Mussolini, che impressionarono persino i nazisti… Sembravano tantissimi, e alla fine erano solo dieci, che giravano in tondo.

Pur nell’esiguità dei numeri, però, i miei compaesani sono stati capaci di riesumare la Corrida, di rimettere in moto la Società Operaia (che registra il sold out ad ogni evento), il GS, che è tornato a fare la terza categoria dopo vent’anni, e una festa de l’Unità tra le più apprezzate della zona. In più, hanno contribuito a tenere aperto il bar di piazza, che sarebbe stato disastroso chiudere.
Il loro capolavoro (secondo me) è stato quello di tenere sottotraccia le Contrade, e darle un cotè molto labile… Lo hanno fatto perché conoscono bene il paesello, evidentemente: che non ha la cultura paliesca che hanno a Montisi (o a Torrita, o a San Quirico) e rischia sempre di trasformarla in materiale infiammabile. Perché ci vuol niente a partire con un’innocua rivalità ed approdare all’inimicizia, e talvolta all’ostilità… E conseguentemente a divisioni che (per i quattro gatti che siamo) non possiamo permetterci.

E’ stata molto bella l’atmosfera che hanno saputo creare dentro al borgo, soprattutto venerdi e sabato sera; c’era una gran voglia di “assaporare” il paese, di “possedere” quasi fisicamente il suo centro storico e di recuperare il senso dello stare insieme, e respirare la stessa aria… Tutto quello che sta alla base di quel “Turismo Emozionale” che anche le istituzioni stanno assecondando, e hanno proposto al gruppo di Petroio in un convegno bello e partecipato.

Logico, poi, che molti degli ospiti che abbiamo avuto, fossero lì per i pici.
E’ abbastanza normale, in un mondo che sta facendo di sughi e soffritti una ragione esistenziale.
Non è il massimo, ve lo dico subito… Tutta questa ricerca spasmodica di panzanelle a chilometro zero comincia a stufarmi: e mi piacerebbe che si apprezzasse anche qualcos’altro, tipo un bel concerto, un’eccellente mostra di pittura o di fotografia, un buon spettacolo teatrale.
Ma è una battaglia persa, perchè la cucina è diventata ossessiva, persino in tv, con vere e proprie battaglie a colpi di carbonare e amatriciane (ne ho vista una, allo spasimo, tra il cantante Nek e l’attore che fa Montalbano).

In questo senso auspicherei che, almeno nel comune di Trequanda, i “pici” tornassero a chiamarsi “lunghetti”, come li abbiamo sempre chiamati.
Quando lo dissi a Tele Idea, per poco non mi spellano vivo… E uno mi fece un cicchetto sull’origine storica del piatto, che deriva dai pescatori di Chiana che erano poverissimi e avevano solo acqua e farina eccetera eccetera… sull’etimologia del verbo “appiciare” e sui fuorusciti senesi del 1500 che a Montalcino ci aggiunsero le uova e persino una “enne” in più (infatti li chiamano “pinci”)
Boh.
Io ricordo nonna Erina che mi diceva sempre: “domenica ti fò i lunghetti”… I pici sono venuti dopo, con l’uovo o senza.
E “lunghetti” continuerò a chiamarli.

“A la guerre comme a la guerre”.
O perdio.

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