Vorremmo che i procuratori ragionassero come noi, quando siamo al bar dello sport.

Se lo facessero, smetterebbero di essere procuratori. E farebbero altri mestieri, tipo l’operaio.
Di quelli che ti dicono:”io, se fossi Agnelli, farei così, così e cosa’…”.
Dimenticando che Agnelli è Agnelli proprio per quello: perché fa l’esatto contrario del “così, così e cosa’ “, che gli suggeriamo noi.

È un mondo crudo, questo.
E gli allocchi siamo noi, che pretenderemmo sentimenti e buoni propositi in robe con tutti quegli zeri: che non entrano più nemmeno negli affari dell’aziendina a conduzione familiare, e figuriamoci se entrano in un contratto come quello di Donnarumma, che fattura quasi quanto una multinazionale.

Fa ridere il fratello, semmai. Che ci mette bocca su Facebook e alza il ditino: “voi non sapete tutta la verità…” .
La sappiamo, invece.
E sappiamo che il problema è la prospettiva, non i 5 milioni all’anno (che potrebbero persino bastare).
Lo stipendio di Cristiano Ronaldo, per esemplificare, rappresenta non più del 20% del fatturato complessivo, che sfiora i 100 milioni. Lo moltiplica per cinque grazie ai rivoli che prende il denaro con gli sponsor, le tv e i diritti d’immagine… E questo si deve al fatto che Ronaldo è il più bravo, e gioca nella squadra più famosa al mondo; e quando va in Cina trova all’aeroporto il picchetto d’onore che gli fa il “presentatarm” come a un Capo di stato.
Fosse il centrattacco di una squadra che fa sesta nel campionato italiano, non troverebbe nemmeno chi gli cede il posto sull’autobus.

Ed è questo, probabilmente, che ha finito per convincere Donnarumma, e il suo procuratore.
Più i 50-60 milioni del cartellino dei quali Raiola non si dimenticherà di certo, quando andrà a trattare con il Real, o il Bayern.

Il bacio sulla maglia, dite? E che sarà mai?
Prima o poi, la baciano tutti: una volta la bacio’ anche Okaka, alla Sampdoria: che poi si finse malato pur di farsi vendere all’Anderlecht.
Viviamo tempi mediatici, purtroppo… Tempi di esibizionismi sfrenati, dove nemmeno i calciatori sfuggono alla tentazione del social network: della “fatica di vivere da bomber” e del “pettinarsi come Pandev per rimediare la gnocca” (tutta pubblicità, e visibilità anche quella).
E dove anche la nostra domenica al mare non ha molto senso se non la si fotografa su Facebook e non ottiene almeno cinquanta “mi piace” dagli amici.
Il povero Emiro si faceva una settimana a Marina di Grosseto e il massimo che si concedeva era una cartolina al circolo Arci: ” un caro saluto a tutti i frequentatori”.
La cartolina rimaneva in bella vista per molti anni, e magari ingialliva. Fino a quando qualcuno la riprendeva in mano , distrattamente: “Toh, il vecchio Emiro… Ma non è morto tre anni fa?”.
Ma erano altri tempi, decisamente.
Mai visti Facchetti o Burgnich baciare la maglia, per esempio… E nemmeno Gigi Riva.

Ma non è Donnarumma il problema dei tifosi del vecchio Milan, se non si è capito.
Morto un Papa se ne fa sempre un altro, e figuriamoci se non si fa un nuovo portiere.
Quello che dispiace maggiormente è invece la sensazione, a pelle, di essere diventati poveri e insignificanti, come una Sampdoria o un Cagliari qualsiasi.
Dopo che quel mondo dorato si è abitato per anni , e forse con Berlusconi presidente lo si è addirittura inventato.
Con tutte le sue regole dello show-business applicate al football, ma anche le sue primissime degenerazioni: tipo lo strapagato De Napoli, per il gusto di toglierlo alla concorrenza, o l’acquisto contemporaneo di Papin, Boban, Baggio e Savicevic, per poi tenerli in panchina.

Donnarumma e Raiola sono i figlioli di quella cultura lì.
O no?

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