Le ingiustizie, il servilismo e le ipocrisie di tutti i giorni sbattute in faccia: questa, in soldoni, la filosofia spicciola di una “saga” nata quaranta anni fa.

Uno come Fantozzi, o lo detestavi o lo amavi alla follia.
Impossibile una via di mezzo.

Troppo “caratterizzante” il personaggio. E troppo forte l’identificazione che dallo schermo si riversava sullo spettatore.
Le ingiustizie, il servilismo e le ipocrisie di tutti i giorni sbattute in faccia; la signorina Silvani e il ragionier Filini, il Megadirettore Galattico e il “Batti lei, congiuntivo”… la corazzata Potemkin e la Coppa Cobram.
In una parola, la monotonia (e la frustrazione) del quotidiano, e il riscatto; sempre sognato e mai ottenuto, se non in rari momenti “eroici”.
Perché nella vita c’è chi ha “classe”.
Mentre quelli come Fantozzi, qualche rara volta, possono avere “culo”. Ma non evolvono mai dal loro status di “coglionazzi”.

Questa, in soldoni, la filosofia spicciola di una “saga” nata quaranta anni fa: infarcita di momenti surreali e grotteschi, eppure indimenticabili, che ne fanno uno dei prodotti più importanti del cinema italiano, checché se ne dica. Quelli immediatamente riconoscibili perché entrano nel lessico di tutti i giorni, come succede a pochissimi… Giusto a Totò, e qualcun altro.

Ricordo “Il Secondo Tragico Fantozzi” (1976), sull’onda del successo travolgente del primo (1975).
E ricordo la fila interminabile al SuperCinema di Bettolle (che non esiste più) e le proiezioni non-stop per soddisfare la richiesta “mostruosa” di tutti quelli che non riuscivano ad entrare, dalla gente che c’era. Un fenomeno cinematografico che è continuato negli anni, anche nelle repliche televisive che continuano a mietere ascolti come se nulla fosse.

Ma proprio questa, che è stata la sua forza, è paradossalmente diventata anche la sua “debolezza”.
Perché se, putacaso, Fantozzi fosse “morto” dopo i primi due film, allora si che sarebbe stato un capolavoro… Aver perpetuato la saga all’infinito, con sequel di una bruttezza a volte raccapricciante, ha finito per deturparlo, o quasi.
E quel rosario di salivazioni azzerate, lingue felpate e “com’è umano lei” ripetuti all’infinito, gli ha tolto efficacia. Anzi, lo ha svilito in una deriva cialtrona da cinepanettone che le geniali intuizioni dell’esordio non meritavano.

Ma anche le case cinematografia, alla fine, hanno fame di denaro.
Stanno lì per quello: per produrre utili, e non per passare alla storia… E il Paolo Villaggio che ci hanno raccontato, non era uno che andasse tanto per il sottile, specialmente quando si parlava di quattrini e di successo; e al peggior Fantozzi doveva addirittura somigliare molto, anche nella vita di tutti i giorni.

Mortificato, ammesso gli fosse importato qualcosa, da quel personaggio gigantesco e onnipresente che gli aveva “cannibalizzato” la carriera, finendo per mortificare il suo essere attore (e attore bravo, tra l’altro). Capace di performance teatrali non da poco, o da interpretazioni favolose tipo il “Sor Dieci” di “Cari Fottutissimi Amici”, uno dei film italiani più belli di sempre.
O come quando Fellini lo volle ne “La Voce della Luna”, insieme a Benigni: “Ohè, c’è anche Fantozzi… Chissà che risate…”.
Ma quel film tutto era, tranne che un film comico.
E il pubblico, che si aspettava Peroni gelate e rutti liberi, ne rimase deluso.

E’ morto solo, infelice e dimenticato. Abbastanza normale, per uno che nell’ambiente si era fatto amare pochissimo.
“Perché non era un ipocrita”, ha detto qualcuno. E forse, è vero anche quello.
Io mi ricordo di quando lo coinvolsero nei festeggiamenti dello scudetto della Samp, nel 91; Galeazzi lo intervistò in un tripudio di bandiere blucerchiate, e lui se ne uscì così: “Oggi sono propenso persino a credere che Dio esista….”. E poi, con un filo di voce, sussurrò: “…Purtroppo”.

E in quel bellissimo “purtroppo”, c’era tutto il Paolo Villaggio che preferivo.

Ti sia lieve la terra.