Avevamo sedici anni.
E quando finiva la scuola, in estate ci mandavano anche a lavorare.
Giusto un paio di mesi; in fabbrica, in officina o in cantiere.

Oggi, non sarebbe più possibile. Norme per la sicurezza a parte, non c’è più lavoro nemmeno per chi lo fa di mestiere…Figuriamoci per gli studentelli che debbono riempire la giornata.

Ma allora era così.
Nemmeno per i soldi, che erano giusto due lire. Quanto perché i nostri genitori avevano del lavoro un concetto alto, e per niente umiliante.
E ce lo facevano assaggiare come una prima, rudimentale lezione di vita: che valore aveva il sudore, e che senza sacrificio non si ottiene niente… Nemmeno quei piccoli radioregistratori Grundig che andavano tanto di moda.
E anche perché (nella morale asciutta di quegli anni) vedere un ragazzo bighellonare per il paese tutto il giorno era una roba inconcepibile.
“Nemmeno per chi ti vede” e “Ti fa di vergogna” erano le frasi più gettonate.

Italia Brasile cominciò alle cinque e un quarto.
E quel pomeriggio, nessuno di noi ragazzi volle andare a lavorare; persino molti operai delle terrecotte anticiparono l’entrata alle cinque del mattino, per tenersi liberi dall’ora di pranzo. E scegliere con comodità il posto migliore dove vedere la partita.
Alle tre,infatti, il nostro Circolo Acli era già pieno zeppo.
Si sentiva nell’aria un profumo strano, ma inconfondibile. Come se quella smandrippata Italia di Bearzot, partita tra gli sberleffi, fosse pronta per l’impresa memorabile.

Sono quei momenti che rimangono, e ti restano appiccicati addosso.
Così, di quel pomeriggio ho finito per ricordarmi tutto, anche se sono passati ormai trentacinque anni.
E potrei dirvi che ero seduto nella terza fila di sedie, accanto a Cesare, a Roberto e a Donato. Che la finestra era socchiusa, e lì vicino c’erano il Papino e Rodolfo. E poi il Marocchino e Passerotto. Pierino, Tito e il Maestro Novaro… E potrei raccontarvi nel dettaglio i silenzi, le urla e i sospiri.
Ferruccio con le mani nei capelli mentre la tv inquadra il faccione stravolto di Falcao che esulta dopo il 2-2.
Il delirio completo al terzo gol di Rossi; il grande Eder che dà un calcio ai cartelloni pubblicitari per battere il calcio d’angolo; e su quello, il colpo di testa di Oscar che vale a Dino Zoff la celeberrima parata sulla linea di porta.
La più bella parata della storia del calcio.

E che quando la partita finì, fu come riemergere da un pozzo nero di miniera.
Non ci fu nemmeno il tempo di rendersene conto, inebetiti come eravamo.
Che arrivò Fulvio, con l’Alfasud, e i più svelti fummo io, Danilo e Brezzino. E si fece un corteo di bandiere e clacson fino a Sinalunga che sembrava il matrimonio di un cantante famoso… All’arco di Trequanda (quello sopra le scuole) ricordo un tale che si sporgeva dal tettino di una 500, e per poco non si sfracella.

Era il 5 luglio dell’82.
Stadio Sarria di Barcellona.
Sono passati trentacinque anni, ma noi siamo ancora tutti lì.
Non ci siamo mai mossi.

E lì, probabilmente, rimarremo per sempre.

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