Una specie di manifesto generazionale che il carisma di Bono rendeva inconfondibile, insieme al riff di quel fantastico chitarrista stempiato che si faceva chiamare “The Edge”

“The Joshua Tree” fu effettivamente un disco “epocale”.

Lo fu in anni che adesso ci sembrano lontanissimi, quando quegli oggetti neri e rotondi avevano un senso persino estetico. E comprarli dava un gusto pazzesco, anche dal punto di vista tattile… Ne apprezzavamo l’eleganza dell’astuccio, la qualità della grafica e anche quanto fosse evocativa la copertina.
Ne facevamo di bellissime i Pink Floyd, per esempio. Ma anche gli Iron Maiden, che suonavano (e forse suonano ancora) quel rock duro e virile che chiamavano “ heavy metal”.

La musica era molto importante, per i ventenni che eravamo. Allocchi, come tutti i ventenni che si rispettino.
Si può dire che fosse, insieme al calcio, alle ragazze e a qualche buon libro, la nostra occupazione principale.
Forse, persino più di quanto non lo sia per i ventenni di adesso che (detto senza nessuna velleità di reducismo) sono abituati ad un altro genere di proposta, e non hanno alle spalle il decennio fine’70-inizi’80. Dove è condensata, secondo il parere autorevole di molti esperti, una produzione musicale tra le più ricche e significative di tutti i tempi.

“The Joshua Tree” uscì nel 1987: fu un gran bel disco e, al tempo stesso, una piccola delusione.
Fu la sensazione agrodolce di un fuoco che si spegne (termine quanto mai inopportuno, di questi tempi). Di una scintilla che si affievolisce, incapace di sprigionare quell’energia selvaggia della quale furono capaci i primissimi U2: quelli che urlavano cose che sapevano di rabbia e di libertà. Di lotta e di rivoluzione…Tutto oro colato per i ventenni un po’ fregnoni che eravamo (e d’altronde se non si è fregnoni, che ventenni saremmo?).

Perchè non c’era bisogno di sapere l’inglese per capire cosa volessero dire con “I Will Follow”, “Gloria”, “New year’s Day” o “Sunday Bloody Sunday”. Erano pezzi che si ascoltavano e stop: bastavano a se stessi. Una specie di manifesto generazionale che il carisma di Bono rendeva inconfondibile, insieme al riff di quel fantastico chitarrista stempiato che si faceva chiamare “The Edge”.
Rimanemmo folgorati sulla via di Dublino da “The Unforgettable Fire” (1984), probabilmente, uno dei primi tre album del decennio, se non il primo in assoluto…. Aveva la copertina cremisi e conteneva “Pride”, “A sort of homecoming”, “Mlk” e tante alre cosette del genere.
Ce ne innamorammo perdutamente.
Come capita a vent’anni.

L’uscita di “The Joshua Tree” ci trovò,quindi,allupati.
E quel disco, effettivamente, rispose alle attese. Perché era notevolissimo: “Quando su dieci canzoni ce ne sono cinque-sei che passano alla storia, si può parlare di capolavoro”, disse Nicola, che era il nostro capotribu musicale.
E lì dentro, c’era tanta roba: a cominciare da “With or without you”, “When the streets…” eccetera. Ma l’impressione, ricordo, fu agrodolce: rispetto al 1984, un piccolo passo indietro. Al massimo, un consolidamento delle posizioni.
In attesa della ritirata.

Infatti arrivò “Rattle and Hum”, che comprai sulla fiducia. Poi, “Achtung Baby” ,“Zooropa” e tutto il resto. Che (per quanto mi riguarda) rimasero sugli scaffali.
Album fantastici, dice chi se ne intende. Con alcuni pezzi capolavoro destinati a fare epoca (uno per tutti, “One”), ma lontani anniluce dagli U2 che mi avevano fulminato dieci anni prima.

Lasciandomi nel dubbio se fossero cambiati loro.

O se, nel frattempo, non fossimo cambiati noi.