E’ una storia che andrebbe raccontata a qualche “campioncino” di adesso. Quella dello sportivo che aspetta paziente in cima al paracarro.

Aveva ragione Paolo Conte.
Tra una birra e un mazzo di rose, meglio la birra.

Specialmente in questi giorni appiccicosi.
Di caldo, più che di caucciù (che però serviva per la metrica).
Di giornate lunghe e di nuvole in lontananza. Di serate in cerca di brezza e di pomeriggi con il Tour de France, che più lo guardi e più provi invidia. Per la France, dico.
Che ti sembra il posto più bello, più civile e più ordinato del mondo. E forse il Tour lo organizzano proprio per quello: effetto depliant.

E così si finisce per pensare a Bartali, che oggi festeggerebbe il compleanno.
A Bartali, a Coppi e a tutti quei campioni che seppero ribaltare l’equazione (fin troppo facile, in quei momenti lì) dell’italianuzzo buono a nulla. Meschino, infido e traditore.
Un clichè sempre di moda, da quelle parti. Come constatavano le migliaia di poveretti che dovevano andarci a lavorare: nelle loro fabbriche, nei loro cantieri o nelle loro miniere… E qualcuno nemmeno tornò a casa.

Bartali servì anche a questo.
A rialzare la testa.
Insieme a Consolini, Tosi e agli altri azzurri che a Londra 48 fecero quinti assoluti nel medagliere. A Coppi, a Magni e al Grande Torino, che fu la squadra più bella di tutti i tempi.
E poterlo urlare in faccia a quei Francesi lì, che ci chiamavano “macaronì”. E pensavano di aver vinto la guerra, mentre in realtà l’avevano persa.
Come noi.

Valeva la pena star li fino al tramonto seduti su un paracarro, per aspettare Gino Bartali; come recita quella canzonetta; che alla fine parla di tutti noi, più che del grande campione.
E rivendica la nostra centralità, senza la quale non esisterebbero né Bartali né Coppi. Né Bonucci, né Donnarumma e nemmeno i milioni che guadagnano, più o meno meritatamente.

Ma capisco che paragonare un Bartali a qualsiasi campione di adesso, si rischia come minimo il ridicolo.
E non solo per un fatto economico, perché i quattrini sono sempre girati (almeno nello sport), e di campioni spiantati, non ne abbiamo mai conosciuti.
Nemmeno Coppi e Bartali correvano gratis. Ed erano ricchi (per gli standard dell’epoca) anche Bottecchia, Binda e Girardengo. E quei fenomenali velocisti che compravano e vendevano corse nelle sei giorni su pista, allora popolarissime. Era ricco Meazza, che possedeva l’automobile in tempi dove anche la bicicletta era un lusso per pochi.

Però, c’era un senso delle cose (e degli uomini) che oggi i campioni hanno perso.
C’era una “normalità” sublime in Bartali (al di là dell’eroismo con gli Ebrei).
E anche in Coppi; che quando venne a correre a Foiano vide tra la folla il povero Dino Benvenuti, che era mio compaesano. E quando finì la corsa, volle a tutti i costi andare a salutarlo. Per offrirgli un bicchiere di vino e ricordare gli anni trascorsi insieme a Blida, in Tunisia. Prigionieri di guerra degli Inglesi.

Era un semidio, Bartali. Come Coppi. E guadagnavano soldoni.
Ma non gli sfuggiva un ragionamento semplice: e cioè, che senza tutta quella gente seduta in cima al paracarro, non sarebbero esistiti. Né loro, né la fama, né i quattrini che ne derivavano.
E di quella gente, riuscivano a penetrare l’umiltà e la semplicità. Propria dei contadini, dei garzoni e dei mezzadri che anche loro erano stati: della miseria nella quale anche le loro famiglie avevano vissuto, e che non dimenticavano.
Nemmeno da milionari.

E’ una storia che andrebbe raccontata a qualche “campioncino” di adesso. E a qualche procuratore, magari.
Quella dello sportivo che aspetta paziente in cima al paracarro.
E aspetterà sempre.

Purchè ne valga la pena.