Ma basta teatrini. E per il prossimo che dichiara “me ne vado, è colpa della Società”, esigo una rappresaglia esemplare.

Se in Cina sbarca il Real Madrid, li riceve il Presidente della Repubblica in persona, con il picchetto d’onore e il “presentatarm”.
Se arriva l’Inter, si parla di alcune centinaia di tifosi che cantano a squarciagola “Milano siamo noi” (effetto comico dirompente).
Se arrivano, mettiamo, la Fiorentina, la Lazio o la Sampdoria (ammesso che qualcuno le inviti), non se ne accorge nessuno… E forse gli fanno trovare persino l’aereoporto chiuso.

Così va il mondo, e questa è la realtà, che ci piaccia o no.
E quando si capisce, perdono interesse tutti i teatrini dei Bernardeschi, Borja Valero, Kalinic e compagnia bella; le lacrime dal balcone, le dichiarazioni d’amore, i “vorrei-ma-non-posso” e i baci sullo stemma.

Il giochino l’abbiamo capito; è la regola sempiterna dell’elettricista (o del meccanico, o dell’imbianchino) che viene assunto come apprendista da una qualsiasi ditta. Che gli paga i primi contributi, gli insegna il mestiere, e poi se lo vede scippare dall’azienda più grande, che mette cento euro in più in busta paga.
Niente di strano, e nemmeno di scandaloso.
La riconoscenza, gli obblighi morali, le questioni di principio ne vedete molti, in giro?
Io no, nemmeno nella vita di tutti i giorni… E se una regola vale per l’uomo della strada, figuriamoci se non debba valere nel calcio, che più di tutti ha fatto dei quattrini l’unico valore universale.
E’ un mondo competitivo, ormai. Quindi, se arriva qualcuno che mette sul piatto soldi e carriera, non approfittarne equivarrebbe a passare da bischero. E i primi a fartelo capire sarebbero magari quelli che in piazza ti gridano “traditore”… Avessero un figlio prete, e dovendo scegliere tra il Vaticano e una parrocchia di paese, saprebbero loro cosa suggerirgli.

Va di moda, adesso più che mai, addossare tutte le colpe ai Club. Specialmente da quando i presidenti non hanno più voglia di emulare Gazzoni o Sensi (che ci hanno rimesso un bel po’) e sono i capri espiatori più a buon mercato.
Della Valle, Lotito, Preziosi e così via.
Con effetti comici e, talvolta, nauseanti. Tipo il Borja Valero, per esempio: che visto da fuori ha rappresentato per anni (lui spagnolo) la quintessenza della Firenze che tutti amiamo, con tutti quei selfie sorridenti sul Ponte Vecchio o da Piazzale Michelangelo.
Finchè, a 32 anni, è arrivata l’offerta irrinunciabile (che anche lui pensava di non ricevere più), e la pantomima che ne è seguita è stata addirittura avvilente: la sua dichiarazione di ieri “all’Inter si, ma alla Juve vi garantisco che non sarei mai andato” fa ridere. Se l’ha fatta (come credo) per ingraziarsi i tifosi viola, deve avere una bassissima opinione della loro intelligenza.

Che, comunque, non si preoccupino.
Se il Borja Valero, il Vecino o il Bernardeschi sono quelli che hanno visto quest’anno, perdono poco.
Fossero rimasti, avrebbero chiesto emolumenti, adeguamenti e bonus che il loro rendimento non avrebbe giustificato e che la Fiorentina non avrebbe potuto permettersi.
E poi, se si deve arrivare ottavi e fare quel popò di figura con i Tedeschi, beh… Tanto vale spendere di meno.

Non si gioca per la maglia, insomma. Né per la città, né per i tifosi che ti offrono il caffè al Bar Marisa… Forse, non si è mai giocato: e anche Maldini, o Del Piero, il loro essere bandiere se lo facevano pagare pronta cassa, e profumatamente.

Ma basta teatrini.
E per il prossimo che dichiara “me ne vado, è colpa della Società”, esigo una rappresaglia esemplare.

Tipo suonargli il campanello di notte.
O scrivergli “asino” nel lunotto polveroso dell’auto.