Da uno che nasce la notte dell’11 luglio 1982, era lecito aspettarsi qualcosa di più. E di meglio.

Ci sono calciatori che smettono di giocare, e dei quali non avvertirò la mancanza.

Sono quei calciatori, tanto per cominciare, che scelgono la maglia numero 99.
Perché (belle motivazioni a parte) il football ha una sua sacralità da rispettare: e una sua simbologia, che non è la stessa del motociclismo o dell’Nba di basket.
O anche quelli che festeggiano un bel gol dando un calcio alla bandierina, e spezzandola (“ora chi la ripaga? Tuo babbo?” ci dicevano da piccoli); e quelli che mandano affanculo un allenatore al momento della sostituzione.

Non mi piacciono i calciatori che arrivano agli allenamenti con il macchinone dai vetri oscurati, ed hanno il parcheggio privato dentro gli spogliatoi, mentre Maggio e Franceschini attraversano a piedi tutto il piazzale e si fanno anche le foto con i tifosi.
Non mi piace il difetto che viene fatto passare per un pregio, o quando la maleducazione viene scambiata per genuinità… Non mi piace la mancanza di rispetto verso l’Under 21: e i giornalisti compiacenti che fanno le bucce a un “certo” Claudio Gentile, se ti sbatte fuori squadra.

Non mi piacciono i calciatori che si fanno scrivere le autobiografie da qualcun altro. Per celebrare carriere molto fumo e poco arrosto dove gli episodi più salienti sono un paio di amplessi con la soubrette di turno o qualche notte brava prima di una gara importante. E naturalmente i tanti miliardi guadagnati, e spiattellati in faccia al lettore come simbolo di riscatto.

Non mi piacciono i calciatori che un giorno ti prende in considerazione il Real Madrid, e debbono metterti fuori squadra dalla disperazione perché hai messo su venticinque chili di sovrappeso.
Non mi piacciono perché conosco tanti ragazzi che fanno la Promozione o la prima categoria: che hanno un senso quasi sacrale del gioco, e onorano con la loro serietà, e il loro puntiglio, un pubblico composto da poche decine di persone.

Non mi piacciono i calciatori che sputano nel ricco piatto dove mangiano. Dove per piatto si intende la gente che paga il biglietto dello stadio o l’abbonamento alla pay-tv. E il giorno che ti invitano ad un rinfresco, dici che possono tranquillamente andarsene tutti affanculo. Loro, e quel Presidente “vecchio di merda”, che sollecita la tua presenza.
E d’altronde non mi piacciono nemmeno quelle Società che si piegano al ricatto di qualche tifoso, e dopo tre anni fanno finta di niente: e ti regalano un’altra carriolata di denaro, anche se sei palesemente a fine corsa.

Non mi piacciono le cinque giornate di squalifica dopo un obbrobrioso Samp-Torino, il rigore decisivo della finale di Coppa Italia con la Lazio e la sostituzione all’89 con il Werder Brema, in un preliminare Champions che non giocheremo mai più in tutta la nostra vita.
Non mi piacciono quelli che vengono da Bari Vecchia e qualsiasi comportamento è giustificato, perché vengono da Bari Vecchia.
Quando, invece, venire da Bari Vecchia dovrebbe essere il tuo orgoglio e la tua forza. Come lo fu Castellania, per Fausto Coppi. O Louisville, per Cassius Clay.

Non mi piacciono le favole che finiscono all’incontrario: quando ti ritrovi a fare il tifo per la balena anziché per Pinocchio: o quando Peter Pan ti fa venir voglia di parteggiare per Capitan Uncino… Ma è pur vero che ognuno fa della sua vita ciò che vuole; ed ha, alla fine, il sacrosanto diritto di dichiararsene contento e soddisfatto.

Dico però, da innamorato del football, che da uno che nasce la notte dell’11 luglio 1982, era lecito aspettarsi qualcosa di più.

E di meglio.